I roditori indigeni italiani si raggruppano in tre sottordini: Sciuromorfi, Miomorfi e Istricomorfi. Tali raggruppamenti si suddividono in sei differenti famiglie. Prima di esplodere le caratteristiche di ciascuna specie all’interno di queste famiglie, verranno descritte in sintesi le caratteristiche salienti di ogni famiglia.
In alcuni contesti, è stato considerato appropriato citare anche il sottogenere per facilitare una maggiore suddivisione delle specie, un esempio lampante è rappresentato dalle arvicole del genere Microtus e dai topi selvatici del genere Apodemus. Questa distinzione è particolarmente utile per segnalare precise differenze ecologiche e / o morfologiche tra le specie.
Roditori Italiani: Una Panoramica sulle Caratteristiche di ciascuna Specie
Per ogni specie vengono fornite dettagliate informazioni relative alle caratteristiche esteriori e segni distintivi che permettono di identificarle e distinguerle da specie simili.
In vista della natura pratica di questo lavoro, viene riservata particolare attenzione

all’identificazione di tracce e reperti, nonché alle tecniche di studio e monitoraggio.
Le informazioni dettagliate sulla biologia riproduttiva e sul comportamento delle varie specie vengono presentate in modo piuttosto dettagliato.
Dobbiamo porre l’accento sull’importanza applicata e, simultaneamente, ridurre il dibattito riguardante le specie di scarsa rilevanza in questa prospettiva.
Roditori Italiani: Una Panoramica della Specifica Famiglia Sciuridae Fischer
Questa famiglia, la Sciuridae Fischer, comprende 278 specie divise in 51 categorie distintive. Cinque di queste trovano casa in Italia, con tre di loro non originarie del luogo. Le specie della famiglia Sciuridae sono diffuse in quasi tutto il mondo, ad eccezione dell’Australia, dell’Antartide, del Madagascar, del sud dell’America Meridionale e di alcune aree desertiche in Africa e Asia.
Presentano due denti premolari nella mandibola superiore, uno dei quali è particolarmente piccolo e può cadere in età avanzata in alcune specie, e uno nella mandibola inferiore. Pertanto, la loro struttura dentale è come segue: 1/1, 0/0, 1-2/1, 3/3, per un totale di 20 o, più spesso, 22 denti come osservato nelle specie italiane.
I loro molari e premolari, noti come denti iugali, sono brachiodonti e cuspidati. Il loro cranio ha processi post-orbitali sviluppati. La coda varia in lunghezza in base alla specie ed è coperta di pelo, spesso lungo e sporgente ad angolo retto, dandole un aspetto soffice e spesso.
Comportamento e Abitudini delle Specie
Mentre la maggior parte delle specie è di abitudini arboricole, altre vivono a terra e non richiedono la presenza di alberi, come ad esempio la marmotta e i cani da prateria, che scavano ampi sistemi di gallerie sotterranee dove situate i loro nidi. Altre, come il tamia, pur vivendo in aree boscose, scavano il loro nido nel terreno, conducono una vita prevalentemente terrestre, e usano le chiome degli alberi come riparo. Molte specie terricole di questa famiglia, come i tamia e le marmotte, trascorrono lunghi periodi in ibernazione durante la stagione fredda, riducendo drasticamente le loro attività metaboliche per sopravvivere alla scarsità di risorse invernali.
Identificazione e Dettagli dello Scoiattolo Comune
La tonalità del pelo di uno Scoiattolo comune differisce notevolmente a seconda della sua origine geografica, sebbene sia possibile osservare diverse sfumature all’interno di uno stesso gruppo. In generali termini, la pigmentazione tende a essere rossiccia in Europa continentale e nel Regno Unito.

Per quanto riguarda il nord Italia, predomina la presenza di scoiattoli con sfumature che oscillano dal marrone-carminio al marrone scuro, occasionalmente con un accenno di nero. La parte inferiore è leggera, con sfumature che vanno dal crema al bianco. In termini di pigmentazione, scoiattoli dall’Italia centrale mostrano toni simili, ma generalmente meno accentuati, con l’addome chiaro. Tuttavia, la presenza di forme di pigmentazione scura cresce progressivamente muovendosi verso il sud. Infine, gli scoiattoli del sud Italia presentano una distintiva colorazione nera sul dorso e bianca sull’addome.
Morfologia e Caratteristiche fisiche
A partire da fine estate, lo Scoiattolo comune sviluppa pennacchi di pelo attorno alle orecchie, che diventano particolarmente prominenti in inverno, e tendono a scomparire con l’arrivo dell’estate. La coda possiede molte setole, apparendo in tal modo densa. Lo Scoiattolo comune può essere facilmente distinto dallo Scoiattolo grigio grazie alle sue dimensioni notevolmente inferiori e alla tonalità del pelo, che appare grigio nei secondi, benché alcune variazioni presentino dorso e fianchi di un colore marrone, ma meno omogeneo rispetto allo Scoiattolo comune.
Le dimensioni complessive dell’animale sono: lunghezza testa-corpo 19-25 cm, coda 14-20 cm, piede posteriore 4.9-6.5 cm, orecchio 21-33 mm, con un peso variabile tra 220-350g. La formula dentaria dell’animale è: 1/1, 0/0, 2/1, 3/3, per un totale di 22 denti.
Indizi di Presenza e Tecniche di Monitoraggio
L’attività diurna dello Scoiattolo comune rende abbastanza semplice avvistarne la presenza mentre si muovono tra le fronde degli alberi o sul tronco, e mentre percorrono il terreno. In autunno accumulano specialmente semi di varietà forestali. Queste riserve sono in genere composte da pochi semi ciascuna e sono localizzate in numerosi punti distinti all’interno del loro territorio, una strategia che riduce il rischio di perdere l’intero approvvigionamento a causa di predatori o altri eventi imprevisti
Occasionalmente, è possibile notare delle minime fossette nel terreno attorno alla base delle piante, più comunemente nelle aree più frequentate. Spesso si possono rilevare rami sprovvisti della loro corteccia.
Evidenze alimentari degli animali
Sotto le piante, spargimento di residui di cibo sul terreno non sono insoliti. Questi possono essere correlati alla presenza di involucri di ghiande, nocciole o fagioli, o coni di pino, abete e larice consumati. In particolare, l’apertura delle nocciole avviene facendo prima un taglio al punto acuto, poi incastrandole con i canini superiori e infine dividendo in due pezzi utilizzando i canini inferiori. Generalmente, gli scoiattoli adulti sono molto capaci in quest’operazione, rispetto ai più giovani che necessitano di più tentativi, conferendo quindi un distinto aspetto alle nocciole masticate.
Al riguardo del processo di apertura dei coni di conifere per consumare i semi, le singole squame sono parzialmente masticate e strappate, lasciando quindi pezzi lungo l’asse, mantenendo alcune intere verso la sommità. Tutti i detriti da questo processo si ritrovano dispersi

su larghe porzioni di terreno. Nei pini, è quindi possibile calcolare la densità della popolazione eseguendo i cosiddetti “feeding transects”, rimuovendo da una striscia di terreno gli strati superficiali e contando nei giorni che seguono il numero di coni masticati caduti all’interno.
Determinazione della presenza/assenza di una specie
La presenza o l’assenza di una specie può essere definita tramite la rilevazione di nidi tipici, con studi da eseguire durante l’inverno, momento in cui la scarsità di foglie facilita le osservazioni. Questi nidi, di forma quasi sferica ed un diametro di circa 30 cm, sono fatti di foglie e rametti e sono posizionati all’incrocio di un ramo vicino al tronco o sopra una divisione di rami, a altezze diverse tra i 6 e i 15 m dal suolo, occasionalmente più alti.
Studi sulla Popolazione di Scoiattoli
Nidi di creature come gazze e cornacchie possono essere confusi facilmente con quelli degli scoiattoli a causa della loro somiglianza. Tuttavia, si noterà che i nidi dei Corvidi sono più lontani dall’asse dell’albero e raramente contengono foglie. L’intimità dello scoiattolo con il fusto dell’albero tende a nascondere i loro nidi dietro la vegetazione arrampicante. Questo metodo non fornisce informazioni solide sulla grandezza della popolazione degli scoiattoli e non aiuta a differenziare i nidi degli scoiattoli comuni da quelli degli scoiattoli grigi. Pertanto, limita la sua utilità nei luoghi dove entrambe le specie coesistono.
La presenza o l’assenza degli scoiattoli comuni può essere investigata utilizzando una tecnica chiamata hair tubing. Questo approccio sfrutta l’analisi microscopica dei capelli raccolti usando trappole appiccicose per distinguere i peli degli scoiattoli dalle altre specie arboree, incluso l’omologo grigio. Tuttavia, come con la ricerca dei nidi, anche questo metodo non fornisce un’accurata valutazione della quantità totale della loro popolazione. Nonostante ciò, con un protocollo di campionamento ben definito, la quantità di tubi visitati in una sola foresta può essere utilizzata come indicatore relativo di frequenza.
Valutazione della Densità della Popolazione
Per stimare la densità della popolazione, si possono usare tecniche come il distance sampling, o si possono eseguire trappole che prevedono il marcamento e la ricattura delle creature. Nel primo caso, le indagini dovrebbero essere eseguite nelle prime ore del mattino, iniziando da mezz’ora dopo l’alba e proseguendo fino alle 10:00. Tuttavia, durante i giorni più freddi dell’inverno, potrebbe essere conveniente estendere l’indagine fino a mezzogiorno. Nel secondo caso, è fondamentale manipolare con cura gli individui catturati, poiché potrebbero facilmente morire a causa dello stress eccessivo. La cattura degli individui può avvenire mediante trappole vive posizionate strategicamente lungo percorsi abituali, utilizzando esche attrattive; è importante controllare frequentemente le trappole per ridurre al minimo il tempo di permanenza degli animali al loro interno e garantire il loro benessere.
Adattamento e nutrizione
Un metodo efficace per attrarre questi animali potrebbe necessitare di un periodo pre-lusinga di almeno quindici giorni. L’attrattivo potrebbe essere composto da un concime di semi di girasole,

noccioline, noccioline e mele spezzate.
Distribuzione ed Habitat
Per gran parte del suo habitat naturale, il Scoiattolo comune si trova prevalentemente in boschi di pini, larici e abeti ma nelle parti centrali e meridionali dell’Europa, vive sia nelle foreste di conifere che in quelle miste ed anche nei latifogli boschivi. In Italia si estende dalle regioni costiere fino alla linea degli alberi di altitudine.
Tuttavia, nonostante sia una specie strettamente collegata alle grandi foreste, riesce a colonizzare anche boschi di dimensioni più modeste ed anche parchi cittadini, come può essere visto in diverse città italiane come Roma, Bologna, Trieste, Udine, Gorizia, Forlì e L’Aquila.
Comportamento e riproduzione
Lo Scoiattolo comune, essendo una creatura strettamente diurna, le sue attività giornaliere sono di norma divise in due periodi principali: uno all’inizio del giorno e l’altro subito prima del tramonto. È una creatura che ama gli alberi e passa gran parte del suo tempo tra i rami, ma scende spesso a terra per andare da un albero all’altro o per cercare cibo.
La densità delle loro popolazioni varia in base alle caratteristiche dell’habitat, con una media di 0.5-1.5 individui per ettaro in diversi paesi europei. Le densità più alte sono comunemente riscontrate nelle foreste di conifere.
Lo Scoiattolo comune non iberna anche se la sua attività durante l’inverno è notevolmente ridotta. Durante i periodi freddi, possono rimanere inerti nel loro nido per diversi giorni. Il nido, se non scavato in uno spazio vuoto.
Caratteristiche dell’alloggio naturale
Il tronco di un albero ospita una struttura rotondeggiante principalmente formata da una serie di rami sottili interconnessi. Misurando circa 30 cm di diametro, l’abitazione si trova vicino al tronco oppure adornando la suddivisione dei rami più voluminosi, da altitudini che variano da 5 a 15 metri dal terreno. Foglie, erbe, muschio e cortecce frantumate rivestono la parte interna di questa costruzione arborea.
La specie è riconosciuta per la sua notevole mobilità, un aspetto che può giustificare l’attuale veloce reset nei vari siti italiani dove era precedentemente estinta. Gli appartenenti a questa specie sono in genere solitari per la maggior parte dell’anno, esibendo un comportamento non territoriale, eccezion fatta per le femmine durante la fase di riproduzione. Le aree di vita si sovrappongono con una gerarchia che si riscontra sia tra i maschi che tra le femmine. L’area vitale si estende da 3 a 12 ettari, a volte anche oltre. In alcuni casi, più individui possono utilizzare lo stesso nido, soprattutto nei mesi freddi e durante la primavera.
Riproduzione e accoppiamento
L’accoppiamento avviene in due fasi distinte dell’anno: l’inverno e la primavera, con piccoli nascendo tra febbraio-marzo e tra maggio-luglio, rispettivamente. La durata della stagione riproduttiva e il numero di parti, tuttavia, sono condizionati dalle risorse di cibo disponibili. Durante le carenze alimentari, l’inizio dell’accoppiamento può essere ritardato e pochissime femmine partoriscono per la seconda volta. L’inizio dell’accoppiamento è seguito da più maschi, fino a cinque, inseguendo una singola femmina. La maturità sessuale è raggiunta a 9-12 mesi, e la gravidanza dura da 36 a 42 giorni. Il numero di piccoli per parto varia da 1 a 6, raramente più, con una media di 3. Non si osserva il calore post-parto.
In alcuni casi, gli individui possono raggiungere i 7 anni di vita, sebbene la vita prevista a 6 mesi sia di circa 3 anni. I membri di questa specie hanno una dieta che varia con il cambiare delle stagioni.

Sostentamento del lo Scoiattolo Comune
La dieta primaria dello Scoiattolo comune è ampiamente basata su semi, frutti e bacche di diverse specie di piante arboree, sia conifere che latifoglie. Durante la caduta delle foglie autunnali, questo mammifero agisce come un piccolo agricoltore, raccogliendo e riponendoli in minuscoli giacimenti sotterranei. L’intera dispensa è riempita con semi ad alto valore energetico, come ghiande, nocciole, noci e castagne, destinati ad essere recuperati e utilizzati durante i periodi invernali e primaverili, quando l’offerta di semi si riduce notevolmente. La sopravvivenza dello Scoiattolo e il successo riproduttivo delle femmine sono strettamente collegati alla quantità di queste riserve ritrovate e consumate.
Alimentazione Varia durante le Stagioni
Al di là dei semi provenienti da diversi tipi di alberi, i carpini e gli aceri sono particolarmente importanti nella dieta dello Scoiattolo Comune. Oltre a questo, si alimentano anche di bacche, fiori, germogli e vari invertebrati, prevalentemente insetti nelle fasi di sviluppo o adulti. Questi mammiferi si abbandonano alla ricerca di funghi appartenenti sia alla classe degli ipogei che degli epigei. Più specificamente durante il periodo primavera-estate, la corteccia di alcuni alberi e la linfa che erutta da queste superfici decorticate diventano parte della loro dieta. Occasionalmente, le uova e i pulcini di uccelli possono essere inclusi nel menu.
Le popolazioni dello Scoiattolo Comune sono soggette ad oscillazioni numeriche significative tra un anno e l’altro, principalmente a causa della diversità della disponibilità di cibo, soprattutto nell’autunno. In particolare, la quantità di semi prodotti annualmente dalle piante forestali ha un impatto diretto sulla densità delle popolazioni di scoiattolo. Le densità popolazionali raggiungono il loro picco durante l’autunno, quando la nuova generazione di giovani è appena stata svezzata e gli effetti del gelo invernale non si sono ancora manifestati.
Impatti sull’ecosistema delle specie europee di scoiattoli
- Le sfide alla vita degli scoiattoli
Un elemento notevolmente dannoso riguarda la decimazione delle specie di scoiattoli, in particolare nelle regioni dell’Europa centrale e settentrionale. Le collisioni stradali provocate da veicoli sono un fenomeno molto rilevante di mortalità, che risulta particolarmente pesante durante i mesi autunnali.
- La dispersione degli esemplari e il suo impatto
Un elemento cruciale nel definire l’entità delle popolazioni riguarda la dispersione degli esemplari. Ricoprono un ruolo fondamentale le grandi estensioni di foresta, specialmente quelle dominate da conifere, che agiscono come “sorgenti” (Le Louarne & Quéré, 2003). Di conseguenza, la frammentazione eccessiva dell’habitat forestale rappresenta un pericolo per la continuità della specie, poiché intralcia la mobilità degli esemplari tra le aree rimaste adatte, aumentando di conseguenza la probabilità di estinzione dei contingenti più isolati. - La competizione inter-species
In questo momento, la minaccia principale alla conservazione della specie è la competizione con lo scoiattolo grigio. Le prove dimostrano che in foreste dove lo scoiattolo grigio ha trovato un habitat, la coesistenza delle due specie è effimera, conducente spesso, in pochi anni, alla scomparsa dello scoiattolo rosso - Malattie ed i loro effetti

Topo domestico Gli scoiattoli possono essere soggetti a una vasta gamma di patologie, incluse quelle di natura virale che si pensa possano essere collegate allo scoiattolo grigio. Anche i predatori, in particolare la martora e vari tipi di rapaci, notturni e diurni, come il gufo reale, l’astore e il poiana rappresentano una minaccia. Gli esemplari giovani sono a volte vittime di strigiformi di dimensioni medie come il gufo, mentre la volpe, il cane e il gatto possono cacciare gli individui quando si trovano a terra.
Situazione attuale e significato economico
Al momento, le comunità di scoiattoli comuni, sia italiani che europei, non affrontano questioni critiche di conservazione. Tuttavia, si registrano eccezioni per le zone del Piemonte e della Lombardia, dove si è stabilito lo scoiattolo grigio, e dove si nota, in molti casi, un forte declino della presenza della specie.
Il pericolo per lo scoiattolo grigio
C’è una preoccupazione legittima che, senza una strategia di controllo adeguata per lo scoiattolo grigio, l’Italia potrebbe sperimentare la stessa problematica riscontrata in Inghilterra. Qui, il numero di esemplari di scoiattolo indigeno è drasticamente diminuito a causa della competizione con la specie invasiva. Si deve inoltre notare che, data l’ubicazione dell’habitat dello scoiattolo grigio, esistono gravi rischi per le popolazioni di scoiattoli in Francia e Svizzera.
La situazione in differenti regioni italiane
Nonostante nel nord dell’Italia la popolazione dello scoiattolo comune tenda a regredire a causa della suddetta competizione con lo scoiattolo grigio, in altre regioni italiane si è rilevata un’espansione di quest’ultimo. Questo scoiattolo sta ricolonizzando territori dai quali era stato assente per lungo tempo; tra cui la Maremma toscana e laziale e altresì il promontorio dell’Argentario; e alcune regioni interne, come i Monti Cimini e i Castelli Romani.
Il valore economico dello scoiattolo comune è abbastanza insignificante e si limita ai giovani rimboschimenti dove la specie causa danni alle piante rimuovendo la loro corteccia per alimentarsi di linfa. Questi atti di decorticazione avvengono principalmente nei mesi primaverili ed estivi e sono particolarmente comuni nelle piantagioni di conifere di età compresa tra 10 e 40 anni.
Le protezioni legali dello scoiattolo comune
Lo scoiattolo comune gode di protezione legale ai sensi della legge 157/1992 ed è inclusa

nell’Allegato III della Convenzione di Berna. Nella lista IUCN viene classificato come “A rischio minore”, ma nella lista degli animali italiani si trova sotto la categoria “Vulnerabili“.
Lo scoiattolo comune è una specie distribuita nel Paleartico, presente in un’ampia zona che comprende la penisola Iberica, la Siberia e il Giappone. Sono presenti popolazioni di questa specie in tutta l’Europa, tra cui Inghilterra, Irlanda e le aree nordiche.
Prevalenza e Habitat
Questa specie animale, endemica delle regioni scandinave, si trova comunemente nelle foreste di varie parti dell’Italia, dalla costa alle cime delle montagne, dove si estende la copertura degli alberi. Non si rintraccia, tuttavia, nelle isole.
Identificazione e Apparenza
La creatura si distingue per la sua pelliccia grigia, più evidente sul dorso e sui lati, mentre il ventre è bianco. La coda presenta una folta peluria grigia, variabile in un miscuglio bianco e grigio a seconda delle stagioni. Durante i mesi estivi, la pelliccia sul dorso e sui fianchi può assumere una colorazione marrone-rossastro, variando di intensità. In inverno, la testa e il dorso generalmente diventano marrone-giallastri e le zampe rimangono grigie. Gli individui albinos o melanici costituiscono una rarità nelle popolazioni europee, rispetto a quelle americane.
Una caratteristica distintiva che aiuta a differenziare questa specie dallo Scoiattolo comune è la mancanza dei ciuffi auricolari che si osservano nel comune Scoiattolo nei mesi invernali. Il suo aspetto generale è più grande e robusto rispetto al comune Scoiattolo. Tuttavia, la colorazione marrone-rossastra che l’animale può mostrare in estate può causare qualche confusione.
Dimensioni e Peso
Il corpo escludendo la coda misura tra i 24 e i 29 cm, la coda da 19 a 24 cm, il piede posteriore da 6 a 8 cm, e il peso varia da 400 a 700 g.
Formazione Dentale
Segue la struttura dentaria: incisivi 1/1, canini 0/0, premolari 2/1, molari 3/3, accumulando un totale di 22 denti.
Indicazioni di Presenza e Metodi di Monitoraggio
I segnali del suo habitat si ritiene siano molto simili a quelli dello Scoiattolo comune. Pertanto, in zone dove vivono in coabitazione, la conferma dell’esistenza dello Scoiattolo grigio è basata principalmente sull’osservazione diretta. Il monitoraggio presenta sfide simili a

quelle riscontrate con lo Scoiattolo comune. Ottenere una stima affidabile della popolazione risulta complesso.
La sorveglianza numerica delle popolazioni di scoiattoli grigi, animali di abitudini diurne, può essere svolta con due strategie principali: l’installazione di trappole a livello del suolo o alla base degli alberi oppure il ricorso al cosiddetto metodo del distance sampling. Quest’ultimo metodo, risulta di facile applicazione considerando la facilità con cui è possibile osservare la specie, soprattutto in aree di elevata densità di popolazione.
Identificazione dei Rifugi Estivi
Una caratteristica distintiva dello scoiattolo grigio è la costruzione di piattaforme di riposo estive fatte di rami sottili. Tuttavia, è complicato differenziarli dai nidi del comune scoiattolo rosso. Alcuni studi hanno suggerito che la numerosità di questi rifugi può essere un parametro utile per stabilire l’abbondanza della specie, tranne nelle aree in cui è presente anche lo scoiattolo comune.
Monitoraggio Popolazionale
Similmente allo scoiattolo comune, è possibile monitorare efficacemente le popolazioni di scoiattoli grigi applicando la tecnica dell’inir tubing, che prevede l’installazione di apparecchiature sui rami più spessi e bassi. Questo metodo permette di ottenere dati sulla presenza o assenza della specie, e queste informazioni, se raccolte su una vasta scala geografica, possono aiutare a valutare la distribuzione della specie, ma non forniscono dati sulla sua densità numerica.
Habitat Preferiti
I boschi di varie tipologie, in particolare quelli di latifoglie o misti di conifere e latifoglie, sono l’habitat preferito dai gruppi europei di scoiattoli grigi. Al contrario, i boschi di sole conifere sono meno graditi, a meno che non vi siano latifoglie nelle immediate vicinanze. Come lo scoiattolo comune, questa specie si adatta facilmente ai parchi urbani, dove la loro familiarità con gli umani li rende un elemento apprezzato per l’estetica e il divertimento.
Lo Scoiattolo grigio, Comportamento e abitudini
Nel clima caldo dell’estate, quest’essere vivente svolge le sue abitudini giornaliere per l’intera durata della luce del giorno, spesso divisa in due fasi cruciali. Durante i mesi freddi invernali, la sua attività si limita principalmente alle prime ore del mattino. A differenza dello Scoiattolo comune, è meno abile nell’arrampicarsi sugli alberi e tende a trascorrere un ammontare di tempo maggiore sul suolo, soprattutto mentre si nutre.

Costruisce il suo rifugio invernale con un insieme di ramoscelli e altri elementi, in una forma simile a quella dello Scoiattolo comune, dalla grandezza di 30-60 cm e posizionandoli sui rami. In alcune situazioni, i nidi possono essere sistemati dentro le cavità degli alberi, allargando l’apertura con l’uso dei denti se la dimensione non è adeguata, fino a raggiungere 7-10 cm di diametro. Il rifugio estivo, come precedentemente menzionato, è invece una struttura approssimativamente piatta, costruita usando i rami.
Riproduzione e Territorio
Le femmine sono fortemente territoriali, difendendo soprattutto la zona centrale del loro dominio, dove si preparano per la riproduzione. Nonostante le dimensioni delle sue terre non si differenziano molto da quelle dello Scoiattolo comune, le distanze interindividuali sono in generale inferiori rispetto a quelle dello Scoiattolo comune, un plus che permette all’essere vivente di raggiungere una densità significativamente superiore.
La durata del periodo riproduttivo e il totale delle nascite possibili in un anno per le femmine sono influenzati dalla qualità del cibo disponibile e dalle condizioni climatiche. In condizioni normali, il ciclo riproduttivo inizia con l’arrivo dell’inverno e si svolge fino alla fine della primavera, durante il quale le femmine partoriscono due volte. Durante il periodo degli accoppiamenti, molti maschi, anche fino a 10, possono inseguire una femmina. La gravidanza dura tra 42 e 45 giorni, e al termine danno alla luce tra 1 e 7 cuccioli, generalmente da 2 a 4. La maturità sessuale è raggiunta tra i 10 e i 12 mesi di età.
Alimentazione dello Scoiattolo Grigio
Questa varietà di scoiattolo si alimenta soprattutto di semi provenienti da diverse specie di alberi, prevalentemente le latifoglie e le conifere. La sua dieta include anche germogli e fiori, con gli invertebrati che rappresentano soltanto una minima parte dell’alimentazione. Infatti, lo Scoiattolo grigio può causare considerevoli danni alla corteccia degli alberi, probabilmente per consumare la linfa che ne fuoriesce.
Accumulo di Riserve Alimentari
Come la specie di Scoiattolo comune, anche lo Scoiattolo grigio misura le sue provviste di semi nel terreno, particolarmente durante l’autunno. Questi depositi tendono a essere più copiosi negli anni con una produzione di semi più elevata. Essenzialmente, piccole quantità di semi vengono sotterrate in diversi punti su vaste aree, per poi essere ritrovate grazie al loro olfatto. La notevole competenza dello Scoiattolo grigio nello scovare questi depositi, compresi quelli dello Scoiattolo comune, potrebbe essere uno dei fattori che contribuisce all’effetto negativo dimostrato sulle popolazioni di questi ultimi.
Dinamiche Popolazionali dello Scoiattolo Grigio
Le popolazioni di Scoiattolo grigio presentano una densità (variabile tra 2 e 8 individui per ettaro) notevolmente superiore rispetto a quella dello Scoiattolo comune (raramente superiore a un

individuo per ettaro). I fattori principali che limitano le dimensioni delle popolazioni di Scoiattolo grigio sono la disponibilità di cibo e le condizioni climatiche, specialmente in inverno. La predazione, soprattutto da parte di mustelidi, ha un impatto minore. Le dimensioni della popolazione possono variare notevolmente nel corso dell’anno, con fluttuazioni più accentuate rispetto allo Scoiattolo comune.
Lo Scoiattolo grigio, originario della parte orientale del Nord America, è stato introdotto in Gran Bretagna diverse volte tra il 1879 e il 1920. Dal 1948, questa specie è stata gradualmente inserita in diverse regioni del nord Italia. Infatti, lo Scoiattolo grigio è particolarmente adatto per popolare parchi e aree verdi.
Adattamento e distribuzione dello Scoiattolo grigio
Negli habitat urbani, come i parchi cittadini e i giardini di case e ville, lo Scoiattolo grigio si mostra tranquillo e amichevole, permettendo spesso alle persone di avvicinarsi e, talvolta, di nutrirlo direttamente con le mani. Questo fenomeno è particolarmente evidente nei numerosi parchi cittadini di varie città della Gran Bretagna come Londra ed Edimburgo.
Una volta inserito in un nuovo ambiente, lo Scoiattolo grigio ha dimostrato un’eccezionale adattabilità ai climi temperati europei. Attualmente, la sua presenza è nota in Inghilterra, Galles, Scozia meridionale e Irlanda, dove ha progressivamente sostituito lo Scoiattolo comune autoctono. Inoltre, la specie continua a diffondersi a un ritmo stimato in 13.4 km/anno.
In Italia, la popolazione dello Scoiattolo grigio rappresenta l’unica popolazione residente dell’Europa continentale, posando una significativa minaccia alla sopravvivenza dello Scoiattolo comune su tutto il continente.
Impatto sulla silvicoltura e diversità della natura
Sebbene l’impatto più preoccupante della sua presenza sia la riduzione della biodiversità locale, lo Scoiattolo grigio può causare anche significativi danni all’industria silvicola. I danni riportati sono simili a quelli causati dallo Scoiattolo comune, ma la loro portata economica è decisamente maggiore, soprattutto per quanto riguarda gli effetti sulla giovane vegetazione di conifere, dove può provocare vaste decorticazioni degli apici delle piante.
La specie è tutelata dalla legge 157/92.
Origini e popolazioni dello Scoiattolo grigio
Lo Scoiattolo grigio, originario del nord-est dell’America, è stato introdotto come specie

ornamentale in diverse parti del mondo. In Europa, ha invaso l’Inghilterra e l’Irlanda, colonizzandone vaste aree territoriali.
Le uniche popolazioni selvatiche sul continente europeo si trovano in Italia. Attualmente, ci sono tre colonie di scoiattoli grigi nel paese, due dei quali in Piemonte.
Dislocazione delle Tre Colonie
La prima popolazione è ubicata principalmente tra i territori delle province di Torino e Cuneo, coprendo un’area di circa 900 km2, come stimato nel 2000. La seconda comunità nasce da un’azione di immissione in natura di una manciata di esemplari, precisamente sei, svoltasi nel 1994 a Trecate, nel Novarese. Nonostante alcuni di essi siano stati ritrovati, le segnalazioni e il ritrovamento di esemplari defunti nelle zone circostanti implicano che il gruppo non è stato estinto, ma si sta piuttosto diffondendo nella valle del Ticino. La terza congregazione ha origine dall’introduzione di cinque paia nel 1966 in un parco cittadino di Genova Nervi. Attualmente, sembrerebbe che la ciurma sia suddivisa in due sottogruppi, tuttora confinati nei parchi cittadini di Nervi e Bogliasco.
Caratteristiche fisiche esplicite
Come suggerito dal nome, il loro aspetto varia notevolmente, addirittura tra le diverse sottospecie, offrendo un’ampia scala di colori, dal nero al bianco, passando per il rosso. In realtà, gli esemplari possono presentare una vasta gamma di colori. In Italia si possono individuare scoiattoli con mantellina marone scuro e pancia biancastra. Questa tinta chiara prosegue fino alle estremità degli arti, al naso e alle orecchie. La coda è spesso folta e lunga, le orecchie sono piuttosto brevi.
Le misure testa-corpo sono di circa 20-22 cm, coda 22-24 cm, piede posteriore 4.5-5 cm, peso 200-250 g. Dispongono di una formula dentale: 1/1, 0/0, 2/1, 3/3, per un totale di 22 denti.
Riconoscimento e Tecniche di monitoraggio
È abbastanza semplice stabilire la presenza della specie, poiché gli esemplari sono attivi durante il giorno e possono essere avvistati con buona facilità. Inoltre, i danni causati dallo Scoiattolo variabile alle alberature, che comportano decorticazioni estese sui rami, sono spesso visibili.
Le tecniche di monitoraggio della specie corrispondono a quelle utilizzate per gli altri scoiattoli. La presenza-assenza può essere stimata.
Utilizziamo l‘hair-tubing per studiare gli individui mentre utilizziamo il marcamento e il rilascio, oppure il distance sampling per un insieme numerico di informazioni.
Distribuzione e habitat
Il variabile Scoiattolo è un abitante nativo di diverse foreste, ma lo si può trovare anche nelle piantagioni di noci di cocco. In Italia, è molto diffuso nelle aree urbane verdi dove è stato introdotto. Tuttavia, nelle regioni lucane, l’abbondanza dell’animale nei boschi misti mediterranei è degno di nota.
Comportamento ed accoppiamento
Questi animali costruiscono i loro nidi sulle piante, alberi sia a foglia larga che aghifoglie, ricorrendo

occasionalmente alle cavità del tronco del legno. Hanno mostrato attività riproduttiva nei mesi di aprile, luglio, novembre e dicembre. Essi sono diari e preferiscono la corona delle piante ma scendono spesso a terra per cercare il cibo. Tipicamente, il disceso degli alberi avviene con la testa rivolta verso il basso. Essi si spostano con destrezza sui rami, e in aree dove le corone degli alberi sono più distanti, essi possono attraversare lunghi tratti sui cavi sospesi per accelerare la loro locomozione. All’interno dei parchi città, queste creature sono abitualmente più timidi rispetto ai loro omologhi di altre specie.
Dieta
Studi condotti sulla popolazione italiana in Piemonte rivelano che lo Scoiattolo variabile ha una dieta molto diversificata. La loro dieta comprende principalmente frutta, fiori, germogli, ma anche bacche, linfa e insetti. Consumano soprattutto fiori in primavera, mentre semi e frutti sono più prominenti nella loro dieta durante l’estate e l’autunno. Con l’approssimarsi dell’inverno, essi aumentano l’incirca dell’attività di sbucciamento degli alberi. Ricerche italiane evidenziano che queste creature spendono un terzo del loro tempo in tal attività.
Alimentazione del mammifero
Rimosso l’anno, le piante vengono liberate del loro involucro, permettendo allo Scoiattolo variabile di nutrirsi della corteccia e della linfa che fuoriesce dai tagli causati. L’essere vivente ha la possibilità di cibarsi anche della melata, un prodotto ricavato dagli afidi.
Impatti sulla specie
Nel territorio nazionale, non è stato condotto alcuno studio volto a valutare l’effetto della predazione sullo Scoiattolo variabile, così come si è ignari dell’impatto di fattori climatici e ambientali sulle sue popolazioni. Tuttavia è plausibile affermare che la predazione, indotta principalmente da carnivori come volpi e Mustelidi, possa avere una rilevanza notevole nelle popolazioni presenti in habitat naturali, ma sia presumibilmente insignificante in contesti urbani.
Stato attuale e significato economico
Lo Scoiattolo variabile, specie non indigena in Italia, è attualmente presente con due gruppi separati, entrambi risultati di introduzioni ad uso ornamentale fatte negli anni ’80.
La comprensione iniziale della sua diffusione e del suo impatto sull’ecosistema suggerisce che lo Scoiattolo variabile ha la capacità di propagarsi rapidamente e di occupare diversi habitat con successo, così come di causare gravi danni agli alberi. I danni inflitti sono particolarmente di vasta portata in inverno, incidendo sui rami di molte specie diverse. In Basilicata, area in cui la specie si sta espandendo velocemente, i danni sono stati documentati prevalentemente su Pino d’Aleppo, Leccio, Carrubo e Quercia virgiliana. Una volta che lo Scoiattolo si sia insediato in modo stabile nelle aree boschive ed agricole, è probabile che le piante forestali e gli orchetti da frutto subiranno un impatto significativo. Lo Scoiattolo variabile è tutelato dalla legge 157/92.
Origine dello Scoiattolo variabile
L’habitat naturale dello Scoiattolo variabile si estende alla Birmania e alla Thailandia.
Il sud del Vietnam, la Cambogia e il Laos sono territori nativi di certi nuclei animali. L’Italia, al contrario, ospita due unici nuclei naturalizzati. Il primo centro si localizza in Piemonte, specificatamente all’interno di un’area verde urbana di Acqui Terme, in provincia di Alessandria. Questa presenza risale all’anno 1981, quando furono liberati 4 esemplari. Il secondo nucleo, il cui origine risale presumibilmente negli anni ’80, oggi si disloca su un’area geografica considerevolmente più grande, stimata in 26 km2, e comprende una larga sezione della costa tirrenica lucana e un piccolo segmento della costa campana.
Morfologia e Identificazione
Si tratta del roditore alpino più voluminoso, che mostra tratti distintivi derivati dalla sua vita fossoria evidente. Il roditore presenta un corpo robusto, un capo breve e rotondo, una coda piccola ed orecchie minuscole che sono quasi totalmente nascoste dal mantello. Il mantello è spesso e varia nel colore, con una gamma di toni sulla superficie dorsale e ventrale che possono variare dal marrone, al giallo, al beige e al grigio. La testa superiore è scura, come anche la schiena e l’estremità della coda. Il muso è chiaro. Tonalità più scure o desaturate sono a volte presenti.
Le dita posseggono forti unghie adatte alla vita sotterranea. Il peso del roditore cambia a seconda del periodo dell’anno, con massimi prima dell’ibernazione e minimi in primavera. I due sessi sono simili.
Le misure del corpo da capo a coda vanno dai 50 ai 60 cm, mentre la coda misura 15 cm, il piede posteriore 8.9-9.5 cm, l’orecchio 2.6-3.0 cm, e il peso oscilla tra i 2 e i 6 kg.
La dentizione si presenta con la seguente formula: 1/1, 0/0, 2/1, 3/3, per un totale di 22 denti.
Rilevamento e Monitoraggio
Individuare la presenza delle marmotte è un compito semplice grazie ai loro suoni distintivi. Questi ululati possono essere emessi come segnali di pericolo in presenza di un predatore, o durante l’alba o il tramonto.
Interazione e Comunicazione tra Marmotte
La peculiarità della relazione e dell’interazione tra le marmotte nella colonia è evidente. Identificare le aperture delle loro tane risulta semplice, grazie ai rifiuti tipici all’entrata. Analizzare questi detriti permette di determinare se l’accesso è stato utilizzato recentemente o se, al contrario, è stato abbandonato. Anche l’individuazione delle aree bagno, solitamente scavate sotto le pietre, permette di verificare la presenza o meno di escrementi freschi.
Ricerca nel periodo Estivo
Nei mesi estivi, è possibile rilevare i sentieri seguiti dai roditori nell’ambito delle loro tane. Nel tardo inizio dell’estate, dove la neve resta, si potranno più facilmente individuare le aperture delle tane.
Cattura e Marchiatura
Se le leggi lo permettono, le marmotte possono essere catturate utilizzando trappole a recinto con uno o due accessi di 25×25 cm, predisposte con esca a base vegetale. Per studiare la densità di popolazione, si dovrebbero adottare metodi di marchiatura e ricercatura, che prevedono la cattura, la marchiatura e la successiva identificazione degli animali a distanza.
Ambiente Abitativo delle Marmotte
Le marmotte risiedono in habitat estremi, dove la neve prevale per 5 o 6 mesi all’anno. Si trovano diffusamente nelle praterie alpine e subalpine, nelle altitudini tra 600 e 3200 m, spesso ben oltre il limite della vegetazione arborea, tra i 2000 e i 3000 m. Preferiscono pendii moderatamente inclinati esposti verso sud, con suolo, pietre o rocce consolidati, più o meno coperti di vegetazione. Terreni con sassi e rocce anche sotterranei sono favoriti.
Comportamento e Riproduzione delle Marmotte
Il ciclo vitale delle marmotte presenta un periodo di ibernazione di circa sei mesi, iniziando generalmente alla fine di settembre o all’inizio di ottobre, quando gli esemplari si. Le creature scelgono diverse sezioni delle gallerie per ritirarsi, distinguendole dal complesso di tunnel. Gli individui godono dei benefici della regolazione termica sociale durante il letargo. In questo periodo, la sopravvivenza della prole è strettamente connessa alla grandezza dei gruppi che vanno in letargo insieme. La fase di letargo è spezzata da risvegli occasionali e termina tra la fine di marzo e la metà di aprile. Durante questo tempo, la neve non si è ancora del tutto fusa, rendendo difficile per gli animali trovare cibo e continuando a fare affidamento sugli ultimi depositi di grasso finché la neve non si scioglie completamente.
Struttura sociale e ambientale
Questa specie tende a vivere in unità familiari territoriali di dimensioni ridotte, composte da un elemento dominante maschile e femminile e dalla loro progenie fino a un’età di due anni, ancora non in grado di riprodursi. Questi individui abitano un complesso, molto profondo, di tunnel sotterranei e sono in grado di scavare in tre modalità diverse: tunnel principali, tunnel di fuga e latrine. I tunnel principali includono sia aperture principali che accessorie e sono molto ampi. Ricerche empiriche mostrano che gli individui che entrano in una galleria sono capaci di riemergere da un’uscita distante oltre 100 metri. La complessità del sistema di gallerie è correlata al tipo di terreno, al periodo passato dalla fondazione della colonia e al numero di abitanti. I tunnel di fuga sono passaggi più brevi, lunghezza tra i 50 cm e i 3 o 4 metri, non collegati con i tunnel principali, utilizzati come rifugio in caso di presenza di predatori. Le latrine, al contrario, sono cavità poco profonde, dove gli individui depositano i loro escrementi.
Stima della popolazione e riproduzione
La stima della densità di popolazione viene resa difficoltosa da vari fattori, incluso l’aggregazione degli individui. Nel parco del Gran Paradiso sono state calcolate densità che variano da 23.8 a 36.4 individui per ogni 100 ettari.
Secondo un sondaggio condotto nel 2000, il periodo di accoppiamento solitamente si verifica in primavera, compreso tra gli ultimi giorni di aprile e l’inizio di maggio. Non tutte le femmine riescono a procreare durante il periodo di attività. Ricerche svolte in Germania hanno evidenziato che le femmine che conservano sufficienti riserve di grasso dopo il letargo invernale hanno più possibilità di riprodursi con successo. Al contrario, le femmine subordinate non sono in grado di riprodursi, indipendentemente dalle loro riserve di grasso. È importante notare che la procreazione viene compromessa se un maschio non dominante sostituisce quello dominante durante la gravidanza.
La specie ha un tasso di riproduzione più basso rispetto a molti Roditori, con una gestazione di circa 33-34 giorni e una cucciolata solitamente composta da 2 a 4 piccoli, sebbene in alcuni casi possa arrivare fino a 7. La specie raggiunge la maturità sessuale a due anni di età. In compenso, può vivere fino a 15 anni in cattività. La sopravvivenza è generalmente inferiore alla media per gli individui di età inferiore a un anno e sembra essere influenzata dalle fredde temperature autunnali.
Dieta
Queste creature si nutrono principalmente di vegetali. Consumano le parti aeree e sotterranee di una vasta gamma di erbe, con un focus particolare su: graminacee, consumate maggiormente all’inizio della stagione, composte e leguminose, dalle quali si alimentano prevalentemente i fiori e infiorescenze, e frutti, semi, steli e parti sotterranee. Hanno maggiore successo nel consumo di frutti e semi verso la fine dell’estate. Si cibano occasionalmente anche di funghi, mentre l’ingestione di invertebrati si rivela piuttosto sporadica.
Fattori che influenzano la crescita della popolazione
L’accumulo insufficiente di riserve è uno dei fattori che influenzano la dinamica delle popolazioni, limitando la loro dimensione. In particolare, l’ibernazione può portare a una mortalità elevata dovuta a riserve troppo limitate.
Sopravvivenza e predatori principali della Marmotta
Particolarmente i giovani individui riguardo alla specie, consumano rapidamente il loro grasso corporale. Questo fenomeno, come affermato da Mann e altri nel 1993, è notevole. La sopravvivenza durante la stagione d’ibernazione è ridotta particolarmente nelle annate che presentano temperature autunnali basse. Volpi e Aquile reali rappresentano i principali predatori. Oltre a questi, l’Astore riesce a predare anche i più giovani esemplari. Nel tempo andato, l’umanità ha intensamente perseguitato questa specie per il suo mantello e grasso influenza significativamente lo stato delle popolazioni, laddove ancora permesso, poiché la pratica venatoria è autorizzata in certe regioni alpine.
Protezione e Significato Economico della Specie
Nonostante alcune popolazioni a rischio di estinzione nelle aree periferiche delle Alpi (in particolare Germania, Slovacchia, Polonia), la conservazione della Marmotta è in uno stato generalmente soddisfacente. A livello economico, l’importanza della Marmotta è quasi inesistente, nonostante alcuni comuni la considerino potenzialmente dannosa per i pascoli, e quindi sentano l’obbligo di controllarne la quantità.
Conformemente alla legge 157/92, quest’animale è considerato una specie protetta. Ciononostante, in certe zone delle Alpi, si autorizzano delle catture mirate per limitare o prevenire i presunti danni. Questa specie è inserita nell’Allegato III della Convenzione di Berna e nella lista rossa dell’IUCN è classified come “a basso rischio”.
Specie e Distribuzione
L’habitat naturale della Marmotta abbraccia le Alpi e gli Alti Tatra. Tuttavia, è stata introdotta in alcune zone della Francia centrale, dei Pirenei, della Baviera e della Slovenia. Nella catena montuosa dei Carpazi, si è ri-introdotta la specie. Una popolazione ridotta è stata anche introdotta nell’Appennino centro-settentrionale.
Il Tamia siberiano ha un colore dorsale che oscilla tra il grigio-brunastro e l’ocra, presentando cinque righe marrone scuro che scorrono lungo il dorso.
Identificazione e Caratteristiche del Tamia Siberiano
Flanconi con sfumature grigie o brune caratterizzano il Tamia Siberiano, con le zone esterne meno evidenti rispetto al bassorilievo presente sul dorso. La cromatura vira da grigio o marrone a bianco chiaro conforme ci si sposta verso il ventre. La coda ripete la stessa colorazione con tre linee brune o nere e peluria più sottile rispetto ai loro parenti arboricoli. Un distintivo segno scuro attraversa ogni occhio, con un contorno color panna. La combinazione solo di tali caratteristiche evita confusioni con altre specie presenti in Italia.
Le dimensioni del corpo variano da 12 a 17 cm, la coda da 8 a 12 cm, l’orecchio da 1,3 a 1,8 cm e il piede posteriore da 3 a 4 cm. Il peso oscilla tra i 50 e i 120 grammi. L’animale possiede un set di 22 denti, disposti con la formula dentaria di 1/1, 0/0, 2/1, 3/3.
Rilevamento e Monitoraggio del Tamia Siberiano
Le attività diurne e la frequente presenza in aree urbane facilitano l’osservazione del Tamia Siberiano, sia mentre è in movimento nel suolo o rifugiandosi sugli alberi. Puoi verificare la presenza o l’assenza di questa specie mediante la tecnica dell’hair tubing, anche se non ci sono ancora applicazioni di campo per tale tecnica. Piazzare i tubi è semplice, in teoria, poiché devono essere collocati al suolo. Tuttavia, la successiva analisi in laboratorio dei campioni prelevati si può rivelare complessa, a causa della variegata fauna di micromammiferi in grado di interagire con i tubi.
La cattura di esemplari è fattibile tramite trappole da piccoli mammiferi di dimensioni adatte. Le trappole adatte sono solitamente di 15x15x45 cm e possono essere attivate con semi di girasole, burro di arachidi o fiocchi d’avena. Dovendo adeguarsi agli orari diurni degli scoiattoli, i controlli dovrebbero essere effettuati due volte al giorno, al mattino presto e la sera, per non intralciare gli esemplari catturati.
Metodi di Investigazione e Controlli
Nonostante rilevazioni attraverso l’hair tubing siano meno impegnative, impiegare tecniche più laboriose sul terreno, come la cattura di individui, può dare informazioni più sostanziali sulla densità e sulla conformazione della popolazione. Inoltre, l’eliminazione delle creature catturate diventa una strategia efficace nella visione di un controllo o l’eliminazione totale della specie.
Ecosistemi e Adattamenti
Il Tamia siberiano, originario della taiga e delle foreste ampie con un fitto sottobosco, ha dimostrato adattabilità nei parchi cittadini e nei giardini urbani in Italia. Sorprendentemente, popolazioni esterne alle aree metropolitane hanno esteso il loro habitat ai boschetti e alle siepi in ecosistemi agro-forestali, raggiungendo anche altitudini vicine ai 1000 metri.
Comportamento di Vita e Riproduzione
Questa specie dimostra la sua attività solo nelle ore di luce, trascorrendo molto del suo tempo suolo. Tuttavia, sono abili alpinisti, e spesso cercano rifugio tra i rami degli alberi se minacciati.
Il loro rifugio è formato da tunnel sotterranei con una profondità che può raggiungere i 50 cm, e può estendersi fino a 2 m, con due aperture di circa 5 cm di diametro. All’interno del rifugio, ci sono due camere – una per il nido e una per conservare il cibo. Questi animali sono noti per accumulare grandi quantità di cibo nelle loro tane, particolarmente con l’avvicinarsi dell’inverno; germogli, semi, frutta e funghi vengono immagazzinati separatamente in depositi diversi. Questo comportamento li rende un fattore significativo nella disseminazione dei semi di varie specie di alberi e funghi micorrizici.
Il cibo è raccolto e trasportato alle tane utilizzando le sacche delle guance. Un singolo individuo può trasportare fino a 9 gr di cibo in un singolo viaggio, e può accumulare oltre 2,5 kg di cibo nel rifugio. Il cibo può essere trasportato anche per lunghe distanze, spesso oltre 1 km. La loro area vitale varia tra 700 e 4.000 m^2.
Il ciclo vitale del Tamia siberiano
Durante la stagione fredda, questa specie passa il tempo in un stato di dormienza, riparata nelle cunicoli sotterranei. Il torpore è interrotto da risvegli temporanei nei quali l’animale si nutre, uscendo occasionalmente dal suo rifugio sotterraneo. L’ibernazione in Siberia, il luogo di origine dell’animale, dura cinque mesi. Tuttavia, nelle aree dell’Europa occidentale dove è stato portato, questa fase dura circa quattro mesi, da ottobre a febbraio. Non ci sono dati sull’estensione dell’ibernazione nelle regioni italiane.
Riproduzione
Il ciclo di riproduzione inizia nella seconda parte di aprile. L’incubazione dura 5 o 6 settimane, dopodiché le femmine partoriscono da 4 a 6 cuccioli. Normalmente, si verifica solo un parto per anno, ma ci possono essere eccezioni in aree dove l’ibernazione non è così prolungata.
Dieta
Il Tamia siberiano segue una dieta prevalentemente vegetale. Si ciba principalmente di semi di alberi, frutta, germogli e funghi, ma occasionalmente anche di insetti e, qualche volta, di uova e pulcini di uccelli che nidificano al suolo. Spesso si nutre di semi di graminacee coltivate.
Fattori che influenzano la popolazione
Non si dispone di informazioni precise sui fattori che determinano la mortalità o regolano le popolazioni di questa specie in Europa. Effetti di predazione o malattie sono ancora ignoti. La disponibilità di cibo è probabilmente un elemento chiave per la sopravvivenza individuale e per il successo riproduttivo. Ciò nonostante, si ritiene che nelle regioni temperate gli inverni rigidi non costituiscano un fattore limitante.
Stato e importanza economica
Il Tamia siberiano è stato introdotto nel nostro territorio. Questo risultato è stato ottenuto principalmente attraverso fughe accidentali, come nel caso della popolazione di Belluno, sfuggita a un importatore.
Cattività e Distribuzione spontanea
Non sono rari i casi in cui animali domestici vengono liberati intenzionalmente. Questo fenomeno, spesso osservato nei parchi cittadini, porta a una diffusione dell’animale in questione, spesso tenuto in cattività come pet. Non esistono dati precisi sulla dimensione delle comunità italiane di queste specie. Nonostante alcune di queste vivano esclusivamente nei parchi cittadini, la comunità di Belluno occupa un’area ridotta lungo il corso del fiume Piave, prolungandosi in ecosistemi agricoli e forestali lontani dai centri urbani. In conseguenza, la specie sembra essere in crescita.
Danni e Impatto Ambientale
Ci sono stati casi di danneggiamenti alle colture di grano nelle aree di distribuzione naturale della specifica specie, tuttavia, in Italia, non risultano segnalazioni di danni a piante forestali o ornamentali. Non sono nemmeno registrati fenomeni di competizione con specie locali, come lo scoiattolo comune, nelle aree di convivenza con quest’ultimo (Roma e Belluno). Da diversi anni, le due specie coabitano senza apparente effetto sulla stabilità della popolazione dello scoiattolo comune. Simili osservazioni sono state fatte in Francia, sebbene si sospetti che il Tamia siberiano possa essere danneggiatore di specie avicole che fanno il nido a terra.
Diffusione
Il Tamia siberiano è ampiamente presente nella parte settentrionale dell’Eurasia. Il suo habitat naturale arriva fino al nord della Russia europea, estendendosi ad est fino in Cina e Giappone. La sua distribuzione meridionale è delimitata dalle Montagne Altai e dal nord della Cina. L’habitat principale si è diffuso in modo naturale verso ovest, includendo anche la parte meridionale della Finlandia. Le comunità presenti ad ovest di questa area sono emerse di recente.
Verifica delle introduzioni artificiali
L’origine di diverse popolazioni risulta essere un’ingresso non naturale. Questa introduzione ha raggiunto nazioni europee come l’Austria, la Svizzera, la Francia, i Paesi Bassi, il Belgio, la Germania e l’Italia.
In Italia, troviamo popolazioni stabilizzate a Verona, Belluno e Roma, più precisamente nel parco cittadino di Villa Ada. Le popolazioni di Verona e Belluno si sono formate attraverso introduzioni fatte negli anni ’70, mentre quella di Roma è sorta negli anni ’80. Ciò nonostante, sono stati osservati singoli individui in molte aree italiane come Piemonte, Liguria, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Lazio.
Dettaglio sulla famiglia Gliridae Muirhead
Questa famiglia riunisce 28 specie, ripartite in 9 generi, presenti nel territorio paleartico ed in Africa. Riguardo l’Italia, troviamo 4 generi e 4 specie, tutte autoctone. Tuttavia, la presenza del Ghiro e del Quercino in alcune minuscole isole mediterranee è probabilmente dovuta a paleointroduzioni. Fino a recentemente, questa famiglia era classificata sotto il sottordine dei Miomorfi, ma recenti analisi tassonomiche hanno suggerito di riclassificarla nel sottordine degli Sciuromorfi. I molari sono brachiodonti e presentano creste trasversali di smalto ben marcate. La formula dentale è la seguente: 1/1, 0/0, 1/1, 3/3, per un complessivo di 20 denti.
Le caratteristiche dei Gliridi
La loro pelliccia è vellutata, la coda è solitamente avvolta da un folto strato di pelo. Gli occhi sono sporgenti, con orecchie tondeggianti. Le estremità e le dita sono piuttosto brevi, dotate di unghie corte e curve, estremamente utili per muoversi con agilità sulle piante. Possiedono quattro dita sulle zampe anteriori e cinque su quelle posteriori.
L’habitat e le abitudini alimentari dei Gliridi
I Gliridi evidenziano una specializzazione superiore a quella della maggioranza dei Roditori riguardo i bisogni di habitat e le prassi alimentari. Si tratta di specie che conducono un’esistenza notturna e prevalentemente arboricola, legate soprattutto agli habitat forestali, sebbene alcune specie possano occasionalmente essere rinvenute anche altrove.
I Gliridi si trovano principalmente nelle zone in cui la massa forestale è scarsa o del tutto mancante. L’incapacità di queste creature di elaborare cibo ricco in cellulosa è dovuta all’omessa presenza dell’intestino cieco.
Il letargo dei Gliridi nella stagione invernale
Eccetto per quelle specie che popolano le aree tropicali, i Gliridi trascorrono la stagione invernale in stato di ibernazione. La durata di questo periodo biologico varia in base al clima della regione in cui risiedono. Prima dell’ibernazione, questi animali tendono a consumare cibi ad alto contenuto calorico, contribuendo in tal modo a un aumento significativo del loro peso.
Riproduzione dei Gliridi
In confronto a varie altre specie di Roditori, sia di piccola che di media taglia, i Gliridi presentano una capacità riproduttiva piuttosto limitata.
Descrizione fisica del Driomio
La parte dorsale del Driomio esibisce una sfumatura che varia dal grigio al marrone, mentre le sue parti inferiori si presentano in tonalità di grigio pallido o marrone grigiastro. La coda è spessa, marrone nella parte superiore e biancastra al di sotto. La sua subspecie che popola il Sud Italia ha un manto grigio chiaro, con l’estremità della coda bianca. Un carattere distintivo è la presenza di un camuffamento nero a livello degli occhi che lo differenzia dal Ghiro. Si può differenziare dal Quercino, anch’esso dotato di una maschera nera, grazie alla sua minore dimensione e alle orecchie più corte e rotonde. La maschera nera del Driomio è meno marcata e la coda ha un colore uniforme.
Misurazioni e caratteristiche fisiche del Driomio
La lunghezza della testa-corpo varia tra 8.5-13 cm, la coda tra 8-9.5 cm, l’orecchio tra 1.2-1.5 cm e il piede posteriore tra 1.9-2.4 cm. Il peso del Driomio oscilla tra 18-35 g. La formula dentaria è di 20 denti totali: 1/1, 0/0, 1/1, 3/3.
Tracciare e monitorare i Gliridi nell’ambiente naturale
Il Driomio è una specie riservata ed evasiva, molto difficile da tracciare in natura a causa della mancanza di segni distintivi particolari. Questo rende ancora più complicato il suo monitoraggio.
Stabilire la presenza del Driomio è una sfida a causa della sua natura evasiva. È possibile, tuttavia, intrappolare questa specie utilizzando dispositivi di dimensioni appropriate, idealmente posizionati sui rami di alberi o cespugli. Catturare la specie a livello del suolo è notevolmente più impegnativo. Inoltre, è raro trovarla nelle tane degli uccelli rapaci notturni, dove essa è occasionalmente predata.
Una valida alternativa per il monitoraggio del Driomio consiste nella predisposizione di nidi artificiali simili a quelli utilizzati per gli uccelli. È infatti risaputo che la specie fa spesso il nido al loro interno. Tuttavia, le tecniche di censimento mediante trappole presentano delle difficoltà.
Habitat
Il Driomio predilige le aree boschive montane, fino a 2000 metri di altitudine o oltre. Può essere trovato sia in boschi di latifoglie, sia in boschi misti o di conifere, in particolare se dotati di fitto sottobosco. L’animale talvolta si avventura anche nelle abitazioni vicine alla foresta.
Comportamento e Riproduzione
Il Driomio trascorre lunghi periodi di ibernazione, particolarmente nelle regioni più settentrionali del suo areale, solitamente da ottobre fino alla fine di aprile o all’inizio di maggio. Le informazioni relative all’ibernazione nelle regioni meridionali dell’Italia sono invece scarse. Durante l’ibernazione, che può essere interrotta da brevi risvegli, l’animale riposa in un nido di foglie secche situato in una cavità del terreno o tra le radici di una pianta. Questo periodo delicato vede l’animale consumare la maggior parte delle sue riserve energetiche accumulate durante la stagione favorevole, perdendo quasi metà del suo peso corporeo.
Il Driomio è un animale notturno. Favorisce gli alberi e i cespugli per la maggior parte dei suoi movimenti, ma si trova talvolta in azione anche al suolo. Durante il giorno riposa in un nido composto da foglie, muschio, piume e erbe, situato tra il fogliame o nelle cavità degli alberi, o nel sottobosco fitto
Uso dei ripari naturali nei volatili
In un diverso scenario, gli uccelli possono avere come rifugio le cassette nido. Nonostante la loro tendenza all’isolamento, in alcune circostanze, un numero di individui che possono arrivare fino a tre, condividono un unico nido. Gli uccelli presentano un’ampia gamma di vocalizzazioni. È stato calcolato che l’habitat vitale ha un diametro di 65-100 metri, con i singoli esemplari che tendono a rivendicare lo stesso territorio su base annuale.
Ciclo Riproduttivo
Il ciclo di riproduzione inizia intorno alla fine di maggio, e si prolunga fino all’avvio di luglio. Una gravidanza media dura tra i 23 e i 25 giorni. Da metà giugno a fine luglio, le femmine partoriscono un numero di piccoli compreso tra 2 e 6. Tipicamente, avviene un solo ciclo di gestazione all’anno.
Dieta
Il Driomio si nutre principalmente di cibo di origine vegetale, inclusi germogli, fiori, frutti e semi di alberi e arbusti, ma anche di cibo di origine animale, come insetti e occasionalmente uova e pulcini.
Fattori di Impatto sulle Popolazioni
Il periodo dell’ibernazione sembra essere il fattore più decisivo nel moderare la concentrazione numerica delle popolazioni. Durante questa fase, le perdite sembrano essere più significative rispetto a quelle derivanti dalla predazione principalmente da Mustelidi, come la Martora, o da rapaci notturni come l’Allocco.
Status ed Rilevanza Economica
La specie è vista come rara in Europa, in particolare a ovest della Russia, benché sia comune in Bulgaria e Finlandia. Nonostante le informazioni sulla distribuzione e sullo stato delle popolazioni siano piuttosto sparse, nel settore settentrionale del suo areale italiano la specie sembra essere abbastanza diffusa, mentre dati precisi sulle popolazioni del sud Italia mancano.
La specie non ha alcuna rilevanza economica e non ha effetti negativi, tranne in rare occasioni in cui si infiltra in edifici rurali situati vicino ai boschi. Come le altre specie, non ha alcun impatto economico negativo.
Protezione Legale e Classificazione del Rischio del Driomio
Driomio, noto anche come gliride, è tutelato dal regolamento italiano 157/1992. Questa specie è elencata nell’Allegato III del Patto di Berna e nell’Allegato IV della direttiva “Habitat” 92/43. Nell’elenco di specie a rischio minore dell’HJCN, il Driomio è segnato. Nell’elenco delle specie italiane in pericolo, la sottospecie meridionale italiana (D. n. aspromontis) è catalogata come “In pericolo”, mentre quella nord-orientale (D. n. intermedius) è classificata come “Vulnerabile”.
Distribuzione Geografica del Driomio
Il Driomio gode di un esteso areale paleartico. Questo areale spazia dalla Germania, l’Italia, l’ex-Jugoslavia e la Grecia, abbracciando larghe porzioni dell’Asia centrale, incluso la regione cinese del Tien Shan, l’Afghanistan e l’Iran.
Attualmente, l’areale italiano del Driomio si limita alle Alpi orientali e a specifiche zone dell’Appennino Calabrese come Aspromonte e Pollino, dove la sua esistenza è stata recentemente confermata.
Descrizione Fisica del Quercino
Il Quercino è caratterizzato da una tonalità grigio-bruna sulla schiena e sui lati, con sfumature rosse più o meno diffuse, soprattutto sulla schiena. Il ventre mostra un colore bianco o crema. La coda è ricoperta di pelo, corto per i primi tre quarti e più lungo sulla punta, formando un ciuffo a forma di pennello, nero nella parte superiore e bianco su quella inferiore e laterale.
Nelle popolazioni mediterranee europee, la parte finale inferiore della coda ha una colorazione nera, mentre nelle popolazioni dell’Europa centrale questa porzione è di solito bianca. Gli individui di queste popolazioni mediterranee hanno una schiena più chiara, tendente al rosso-bruno.
Il muso è distintivo per una “maschera” nera che inizia davanti e continua dietro l’occhio, estendendosi fino dietro le orecchie. Gli occhi risultano essere grandi e sporgenti.
Differentemente da molti roditori, il distintivo appendice caudale del Quercino lo differenzia dagli altri. Il suo riconoscimento viene facilitato, mediante l’osservazione di alcuni tratti particolari come la sua misura minore rispetto al Ghiro, la maschera nera sul viso e le estese orecchie che puntano in avanti.
Il Quercino, al confronto con il Driomio, si distingue non solo per le sue dimensioni superiori, ma anche per una maschera facciale più marcata. Quest’ultima non si limita solo alla zona oculari ma si estende fino a coprire le orecchie, le quali sono più lunghe rispetto a quelle del Driomio. Se piegate in avanti, superano la metà dell’occhio, mentre la coda è notabilmente meno copiosa nella maggior parte del suo percorso.
Caratteristiche fisiche e demografiche
Specifici ceppi europei di questa specie mostrano diversi numeri cromosomici (2n) a seconda delle regioni, con quattro tipi di cariotipi documentati fino ad oggi: 2n=48, 2n=50, 2n=52, 2n=54.
Le dimensioni dell’animale oscillano con un corpo lungo dai 10 ai 15 cm, coda lunga dai 7.5 ai 13 cm, le orecchie misurano dai 1.8 ai 2.8 cm, il piede posteriore dai 2.4 ai 3.2 cm ed il peso varia dai 50 ai 120 g (può arrivare fino a 190 g e oltre prima del periodo di ibernazione). La formula dentaria tipica è: 1/1, 0/0, 1/1, 3/3, per un numero totale di 20 denti.
Tracciamento e Monitoraggio
A causa della sua natura sfuggente, il Quercino non ha tendenze a lasciare tracce facilmente identificabili. Questa specie può occasionalmente essere scoperta nei nidi dei rapaci notturni, Barbagianni, o nei box per uccelli, sebbene meno frequentemente rispetto a Ghiro e Moscardino. Inoltre, possono essere visti quelli che scappano dai loro nidi situati nei cespugli se disturbati.
Tuttavia, mappare e definire la distribuzione di tale specie rimane una sfida complessa. La cattura del quercino si rivela generalmente molto complicata, nonostante in alcune aree, come le Alpi e l’Europa Centrale, essa sembri più semplice. Per le aree mediterranee la situazione è differente, probabilmente a causa della speciale distribuzione a mosaico di questa specie.
Identificazione e Rilevamento dello Spazio Vitale
L’individuazione della specie Genetta è facilitata in Spagna analizzando l’alimentazione invece che utilizzando metodi come il trappolamento e l’esame di borre dal Barbagianni, che hanno dimostrato minor efficacia. Un metodo alternativo per rilevarlo è l’hair tubing, implementato posizionando gli hair tubes sui rami più bassi delle alberi.
Habitat Preferito
Il Quercino è prevalentemente diffuso nelle varie formazioni forestali, dalle zone costiere con vegetazione mista alle regioni montane, raggiungendo anche i limiti più alti del cover vegetale. È stato trovato fino a 2200 m di altitudine sulle Alpi. Tra tutti i Gliridi italiani, è il meno dipendente dalla presenza del bosco, essendo capace di prosperare anche in ambienti con vegetazione arborea e arbustiva ridotta. Dimostra una preferenza per le zone ben esposte caratterizzate da ambienti rocciosi che forniscono rifugi adatti dove trovare riparo e ibernarsi durante l’inverno.
Ecosistemi Agroforestali
In particolare nel Meridione e nelle isole d’Italia, frequenta gli ecosistemi agroforestali estensivi, in gran parte grazie alla protezione offerta dai muri a secco.
Comportamento e Riproduzione del Quercino
Il ciclo annuale del Quercino include un periodo di ibernazione, la cui durata è legata alle condizioni climatiche dell’area in cui vive. Sulle Alpi, l’ibernazione inizia tra la seconda metà di settembre e la prima metà di ottobre e si conclude a maggio. Tuttavia, la durata di questo periodo può essere più breve nelle località dal clima più mite.
Nelle regioni mediterranee, la stagione più mite dura solo uno o due mesi. Questi mammiferi passano la stagione del riposo in cavità sotterranee o arboree, talvolta si rifugiano nelle strutture rurali. Dentro questi rifugi, trovano riparo grazie ad un cumulo di sostanze vegetali.
Durante l’inverno, più individui possono coabitare in un unico rifugio. Per prepararsi al letargo, accumulano grasso corporeo, dimostrando un significativo aumento del peso. Queste riserve energetiche vengono poi consumate nel corso del letargo, causando una perdita di peso che può superare il 40% del peso corporeo.
La loro attività è prevalentemente notturna, tuttavia, immediatamente prima di entrare in letargo, possono occasionalmente mostrare segni di attività diurna. Hanno una preferenza marcata per il suolo rispetto ad altri mammiferi dell’Italia, trascorrendo molto tempo al suolo o nelle parti basse dei cespugli.
Il Nido del Quercino
L’abitazione estiva del Quercino è sfuggente, spesso situata in mezzo a cespuglieti spessi, e può essere trovata sia a livello del suolo che fino a 3 metri di altezza. La costruzione del nido utilizza vari materiali vegetali e si possono trovare cavità naturali nel terreno, tra le radici degli alberi, nei muri a secco o anche tra le cataste di legna. Gli interni del nido sono foderati di foglie e muschio.
Peculiarmente, nel contesto montano, la specie tende a nidificare nelle crepe di edifici disconnessi e di vari tipi. Quando il nido del Quercino è nascosto tra la fitta vegetazione, potrebbe essere in realtà un rifugio di uccelli ristrutturato e riutilizzato.
Durata della Vita e Interazioni del Quercino
La vita media di questi mammiferi in natura si stima intorno ai 20 mesi. Tuttavia, alcuni individui possono raggiungere anche i tre o quattro anni. La specie del Quercino è nota per produrre una vasta gamma di suoni, che svolgono un ruolo essenziale nelle loro interazioni sociali.
Pochi studi condotti su questa materia hanno rivelato che il territorio dei maschi tende ad avere dimensioni superiori rispetto a quello delle femmine.
Distribuzione e Dinamiche delle Popolazioni del Quercino
Pertanto, un’indagine condotta da Vaterlaus-Schlegel nel 1997 ha mostrato una differenza notevole tra le dimensioni dei territori dei maschi e delle femmine del Quercino. Gli studi indicano una media di 4.19 ettari per i maschi e 1.42 ettari per le femmine. È importante evidenziare che il numero di ricerche sulla dinamica demografica di questa specie è limitato. Ad esempio, nelle Alpi occidentali italiane, la densità di popolazione varia tra 0.08 e 0.5 individui per ettaro, con i numeri più bassi registrati a maggio e i picchi in agosto.
Riproduzione
La lunghezza del periodo di riproduzione dipende dal contesto geografico. Tuttavia, inizia generalmente in primavera, subito dopo il termine dell’ibernazione. I parti avvengono prevalentemente in estate, da metà giugno a metà agosto. In aree con condizioni climatiche ottimali, possono verificarsi due cicli di riproduzione all’anno. La gravidanza dura tra 22 e 28 giorni e il numero di cuccioli per nascita varia generalmente tra 4 e 6.
Alimentazione
Il Quercino ha una dieta principalmente onnivora, preferisce in particolare gli frutti di varie specie d’alberi, semi di latifoglie come nocciole, faggi e ghiande, e bacche. Oltre a cibo vegetale, il Quercino mostra una pronunciata predisposizione all’alimentazione carnivora tra i Gliridi europei. È noto per essere un attivo predatore di Gasteropodi ed Artropodi, come ragni e insetti adulti e larvali, nonché di piccoli Mammiferi, Anfibi, Rettili, e di uova e pulcini di Uccelli.
Impatto dei fattori ambientali sulla dinamica delle popolazioni
La mortalità durante l’ibernazione invernale sembra avere un impatto significativo, in particolare nelle regioni alpine. D’altra parte, l’influenza della predazione è più marcata nelle aree con condizioni climatiche più favorevoli, come ipotizzato in Francia. Tuttavia, la predazione non sembra avere un impatto particolarmente grave sulle popolazioni del Quercino.
Alimentazione e Predatori
Pur avendo un’incidenza rilevata scarsa nella dieta di predatori, la speda rappresenta occasionalmente una fonte di nutrimento significativa. Tra gli uccelli, le principali minacce per il Quercino sono rappresentate dall’Allocco, dal Barbagianni, dall’Aquila reale e dal Gufo reale, mentre Faina, Martora, Tasso, Lupo e Volpe si annoverano tra i mammiferi predatori. C’è un buio totale per quanto riguarda eventuali predazioni da serpenti.
Vulnerabilità all’Ambiente e Interspecifica
Questa specie, inoltre, mostra una particolare sensibilità alla diminuzione e alla frammentazione del suo habitat forestale. Gli incendi boschivi rivestono un ruolo nocivo, soprattutto in ecosistemi mediterranei. Bisogna sottolineare che, nei medesimi ecosistemi, una forte competizione con le popolazioni di cinghiale nero potrebbe influire notevolmente sulla sopravvivenza di questa specie.
Status e Rilevanza Economica
La specie ha mostrato un declino notevole nell’Europa centro-orientale negli ultimi decenni, con un vero e proprio annientamento in Bulgaria, nella partizione slovacca dei Monti Carpazi occidentali e nella sezione continentale della Croazia. Per ciò che concerne le colonie italiane, non esistono dati certi che permettano di definire lo stato corrente di salute. La presenza della specie sembra però essere ancora abbastanza frequente nella penisola, anche se per i gruppi insulari esistono preoccupazioni maggiori dovute alla rarità crescente dei report riguardanti avvistamenti.
Origine delle Popolazioni Insulari
È opinione largamente accettata che la comparsa di popolazioni insulari di queste creature, così come il Ghiro, sia in gran parte ascrivibile all’introduzione ad opera dell’uomo. A supporto di questa tesi, i ritrovamenti di resti fossili nei luoghi di insediamento romani, come nell’antica città di York in Inghilterra secondo le rilevazioni di O’Connor nel 1986, suggeriscono che la specie venisse utilizzata come risorsa alimentare, probabilmente in periodi di scarsa disponibilità di ghiri.
Danni alle colture e agli ecosistemi
Anche se il suo impatto economico è relativamente basso, il Quercino può talvolta provocare danni all’agricoltura, in particolar modo alle piante da frutta, come quelle da cui si ricavano mele e pesche, alimentandosi dei frutti che stanno maturando. In queste situazioni, anche un singolo esemplare può causare un danno considerevole, data la sua propensione a degustare un alto numero di frutti senza consumarne completamente nessuno. Le varietà di frutta più affette sono in particolare il pero e il pesco. Danni di diversa gravità sono stati riportati anche nelle coltivazioni di piante orticole da foglia.
Nei sistemi forestali, tuttavia, questa specie non presenta un impatto rilevante.
Protezione legale e status di vulnerabilità
Il Quercino è tutelato dalla legge 157/1992, e figura nell’Allegato III della Convenzione di Berna e nell’Allegato IV della direttiva 92/43 “Habitat”. È classificato come “Vulnerabile” nella lista rossa dell’IUCN. Nella lista rossa degli animali italiani, la sottospecie della penisola italiana e della Sicilia è anch’essa classificata come “Vulnerabile”. Allo stesso tempo, le sottospecie della Sardegna (E. q. sardus) e di Lipari (E. q. liparensis) sono considerate in uno stato di pericolo ancor più marcato, rispettivamente classificate come “In pericolo” e “In pericolo in modo critico” .
Distribuzione del Quercino
Si può trovare il Quercino in gran parte dell’Europa sud-occidentale e centrale, coprendo un’area che va da Iberia fino all’Estonia e all’Ucraina. Non è presente nelle isole britanniche, nonostante siano stati ritrovati fossili di questa specie in un accampamento romano a York. Non è presente neanche in Irlanda, Danimarca, Scandinavia, Lapponia, e nel nord della Germania, Polonia e Russia. Questo esemplare si trova invece diffusamente in tutta la penisola italiana, in Sicilia e in Sardegna.
Distribuzione e Habitat
Nonostante la mancanza del Quercino nelle zone più meridionali della penisola Salentina e in larga misura nella pianura Padana, la sua presenza viene segnalata in molti altri ambienti boschivi. Tuttavia, la diffusione territoriale di questa specie non è omogenea, mostrando una distribuzione leopardata in certe regioni. Quest’aspetto è probabilmente attribuibile alla sfida incontrata nel rintracciare l’habitat di questa specie.
Caratteristiche fisiche
Risaltando come il più minute Gliridi dell’Europa, il Moscardino presenta una lucente pelliccia bruna-arancione o fawn-giallastra sul dorso e sui lati. Allo stesso tempo, la sua parte ventrale sfoggia un colore crema che sfuma nel bianco. Entrambe le guance portano un bianco che prolunga l’incarnato più delicato delle zone sottostanti. Altri aspetti distintivi includono il possesso di orecchie piccole e arrotondate, occhi prominenti e grandi, insieme a una coda interamente guarnita con una lunga e densa peluria. Tali tratti morfologici permettono al Moscardino di distinguersi dai restanti roditori italiani senza alcuna difficoltà.
Le sue dimensioni oscillano tra 6.5 a 9 cm per la testa e il corpo, 5.5 a 8.5 cm per la coda, 1.5 a 1.8 cm per il piede posteriore, e 1 a 1.2 cm per l’orecchio. Il suo peso varia dai 15 ai 30 g, a volte toccando i 40 g, pre-ibernazione. La formula dentaria è 1/1, 0/0, 1/1, 3/3, totalizzando 20 denti.
Determinazione della presenza e tecniche di monitoraggio
Si può localizzare l’esistenza del Moscardino nel contesto di una foresta o di una siepe attraverso alcuni segni distintivi. Tra questi, ci sono i nidi subsferici particolari, nidificati in mezzo ai cespugli o le piante rampicanti, all’interno delle cavità degli alberi o nelle fessure delle rocce. Solitamente sono situati ad un’altezza compresa tra 1 e 5 m dal suolo, sporadicamente allungandosi fino a 10 m. Il materiale utilizzato nella realizzazione di questi nidi è intrecciato in maniera rudimentale, comprendendo corteccia, foglie, muschio e steli d’erba. Questi nidi, il cui diametro varia da 8 a 15 cm, si differenziano da quelli degli uccelli per l’assenza di un’entrata ben definita.
Il comportamento degli individui del nido è notevole. Essi escono dal nido sigillato muovendosi con una modesta velocità lungo i rami. Sebbene l’esercizio di tale metodo di sorveglianza popolazionale permetta di notare semplicemente la presenza o l’assenza dei membri del nido, non fornisce sempre informazioni attendibili.
Un Segno Distintivo di Presenza
Un altro indizio del loro habitat è l’identificazione di nocciole con un’erosione circolare distintiva, causata dal Ramicùnf che cerca di estrarre il nocciolo, sia sul terreno che attaccate alla pianta. L’animale, detto “Moscardino”, genera un buco tondo con contorni interni estremamente distinti, quasi lisci, senza la presenza di marche visibili dei suoi incisivi inferiori. Tuttavia, le tracce dei suoi incisivi superiori si trovano lungo il bordo esterno dell’erosione.
Metodi di Osservazione
Per confermare il dimorare del Ramicùnf, si può optare anche per la metodologia ‘hair-tubing’. Tale strumento è efficace quando applicato ad ogni tipo di roditore arboreo, specialmente al Moscardino, data l’età vicina al suolo (dai 2 ai 3 m) dove i tubi devono essere posizionati. Ma, quest’ultima strategia offre ugualmente solo informazioni rudimentali sulla presenza o assenza del roditore.
Rilevamento Avanzato
Tuttavia, le tecniche più costose e laboriose possono fornire dati molto più dettagliati, ad esempio utilizzando trappole di vivaci o nidi di cassette. È necessario attaccare queste trappole ai rami di cespugli o alberi bassi, e generalmente, la cattura di questi animali è piuttosto semplice. I nidi delle cassette possono essere fissati ad un’altezza da terra di 2-3 metri, con un ingresso di 2 cm.
Una strategia efficace finalizzata a dissuadere gli uccelli dal prendere possesso delle casse nido, si basa su un orientamento di circa 5mm verso l’asse del tronco. La densità di una popolazione può essere stimata implementando questo metodo e altre tecniche, pur essendo consapevoli dei rispettivi svantaggi. Il rilascio delle casse nido può effettivamente incoraggiare la migrazione di singoli esemplari da territori vicini, causando un aumento intrinseco della densità della popolazione. I dati ottenuti da campioni trappola possono, altresì, risultare inaccurati, considerando le ridotte opportunità di recupero delle specie.
Habitat Preferiti
La specie in esame è fortemente legata all’ecosistema di boschi e aree cuscinetto, dove predilige diversi tipi di habitat, a condizione che non siano eccessivamente piccoli e isolati, specialmente se arricchiti per diversità strutturale e specie-specifica. La capacità di dispersione è bassa, quindi la presenza di elementi di connessione tra diversi frammenti di foresta, come le siepi, facilita la mobilità delle singole specie. Si riscontra una particolare presenza nei boschi misti di latifoglie, anche se è comune nei boschi di conifere, purché abbiano un sottobosco lussureggiante o radure ricche di arbusti.
Particolarmente favorevoli per l’habitat sono i boschi di querce con diversi stadi di maturazione, che offrono le condizioni ottimali dal punto di vista nutrizionale e vegetativo. La presenza di uno strato di arbusti, piante rampicanti e aderenza tra le chiome degli alberi più bassi e quelli più alti è importante per la struttura del bosco. Questa specie abita aree che vanno dalla costa fino alle regioni di media montagna, raggiungendo altitudini oltre i 1500 m, con avvistamenti segnalati fino a 1780 m nel Parco del Gran Paradiso.
Il Ciclo dell’Ibernazione
Il letto invernale è caratterizzato da un processo di ibernazione che varia in durata a seconda del luogo. In gran parte dell’Europa, il periodo di quiescenza inizia in fine autunno e continua fino a primavera avanzata. Tuttavia, in climi più miti come quelli dell’Italia centrale, l’intervallo si riduce, estendendosi da novembre ad aprile.
Le osservazioni rivelano che le popolazioni del centro Italia non sperimentano un periodo classico di ibernazione ma, piuttosto, passano attraverso brevi periodi di letargia, duranti qualche settimana, che coinvolgono solo una parte dell’intera popolazione durante l’inverno profondo e la prima primavera.
Preparazione e Sfide dell’Ibernazione
Prima dell’inizio dell’ibernazione, si preparano accumulando depositi di grasso, questi periodi di torpore, tra 15 e 30 giorni a seconda dell’individuo, sono interrotti da brevi intervalli di ripresa alla temperatura corporea normale, durante i quali l’animale cessa temporaneamente di ibernarsi per un periodo di poche ore.
Di solito, molti degli individui nati in fine autunno non riescono a raggiungere in tempo una condizione fisica adatta per sopportare l’ibernazione e spesso non sopravvivono quando il clima si raffredda bruscamente.
Comportamenti notturni
Le loro attività si svolgono prevalentemente durante le ore notturne e generalmente iniziano al calar del sole, quando è possibile osservarli mentre si muovono agilmente su e giù per i rami di alberi e arbusti alti, immersi nella vegetazione sottostante.
Le apparizioni diurne sono quasi sempre attribuite a individui che sono stati disturbati nel loro nido.
L’ambiente di Vita
Nonostante si possa occasionalmente notare sulla terraferma, è il membro meno terrestre tra i membri della famiglia dei Gliridi in Italia. Anche se talvolta si può vedere frequentare le cime di alberi altissimi, la maggior parte del suo tempo è speso sulle fronde di arbusti più bassi, non più alti di 5 metri.
Le sue discese al suolo sono assolutamente sporadiche e sono legate alla necessità di muoversi o di raggiungere destinazioni specifiche.
Il ritorno alla vita attiva post-ibernazione
Una volta terminata l’ibernazione invernale, questa specie edifica un fresco rifugio semi-sferico, con un diametro variabile tra gli 8 e i 15 cm, all’interno del denso intrigo dei cespugli. Il rifugio, costruito di solito da una altitudine che varia dai 30 cm ai 3 m, può talvolta raggiungere i 10m. Esso è composto da sottili strisce di corteccia d’arbusto grossolanamente aggrovigliate, frequentemente abbellite con l’aggiunta di foglie, erba e muschio. Inoltre, l’abitazione può essere dislocata all’interno di cavità arboree o in vecchi nidi di volatili. È abitudine che più esemplari condividano lo stesso rifugio. Durante la stagione di prosperità, il Moscardino si adatta con estrema facilità all’uso di cassette-nido designed per avifauna, anche se dislocate a un’altezza che supera i 3 m.
Il luogo di letargo
I luoghi scelti per affrontare la fase di dormienza tendono a differire da quelli utilizzati nel restante periodo di attività. Particolarmente nel centro-nord Europa, questa fase viene condotta preferibilmente a livello del suolo, spesso al di sotto di un velo di muschio o di foglie, o all’interno di cavità, tronchi d’albero o ex-tane di roditori, costantemente avvolti da materiale di origine vegetale. Nel nostro clima, gli animali possono costruire un nido più compatto e di diametro notevolmente più piccolo rispetto a quello primaverile, senza un’apertura d’accesso e solitamente posto al suolo o sistemato in qualche incavo del terreno, o possono sfruttare le cassette-nido.
Riproduzione
Nella maggior parte dell’Europa, il periodo riproduttivo della specie marina si sovrappone con il cambio di stagione da primavera ad estate. Tuttavia, in alcune zone costiere del Lazio e della Sicilia, ci sono stati casi documentati di accoppiamento in autunno. Nonostante la sua taglia da roditore, la capacità riproduttiva del moscardino è limitata rispetto agli altri membri della stessa specie. Le femmine possono partorire fino a due volte l’anno, occasionalmente anche tre, tuttavia, questi numeri possono variare in base al clima. Il periodo di gestazione è compreso tra 22 e 24 giorni, con una nidiata che può oscillare tra 1 e 8 cuccioli, anche se la media si aggira generalmente tra 3 e 5. La specie raggiunge l’età riproduttiva dopo aver superato il suo primo inverno. Il moscardino ha una vita media di 3-4 anni in natura, anche se in alcuni casi è stata documentata una durata di vita fino a 5 anni.
Dieta e Alimentazione
La dieta del moscardino è governata dalla sua mancanza di intestino cieco, il che rende difficile l’assimilazione di alimenti ricchi di cellulosa come erbe e foglie. Perciò, la loro alimentazione si basa principalmente su un’ampia gamma di fiori e frutti che diventano disponibili nel corso del periodo di attività della specie. Per brevi intervalli di tempo, si nutrono anche di larve e insetti adulti. Allo scopo, è fondamentale la presenza di una diversità di specie di arbusti e alberi, i quali forniscono non solo cibo attraverso frutti e fiori, ma anche supportano una diversa comunità di invertebrati. Dopo il letargo invernale, il moscardino si nutre di fiori di varie specie arboree e arbustive così come di insetti. Durante l’estate, la specie si alimenta principalmente dei semi di molte piante arboree ed arbustive, soprattutto delle nocciole e dei frutti delle querce. Questa dieta contribuisce all’accumulo di riserve di grasso che verranno utilizzate nel periodo invernale.
Elementi di incidenza sulle fluttuazioni demografiche
Il Moscardino viene pressato principalmente da birdi diurni e notturni, le specie di rapaci più comuni sono il Barbagianni, Allocco e Poiana, e i mammiferi carnivori come la Volpe, Faina e Gatto selvatico. Gli uccelli corvidi possono occasionalmente diventare predatori del Moscardino. L’ibernazione è un aspetto critico per la sopravvivenza di questa specie, in particolare per quei membri che non sono stati in grado di accumulare sufficienti riserve lipidiche, un fenomeno che spesso si riscontra nei nuovi nati durante gli ultimi giorni dell’estate.
Influenza dell’habitat e pratiche di gestione
Di nota, è l’abbondanza della specie in molte regioni dell’Italia, sebbene, sia considerato tra i mammiferi più rari in Sicilia. Tuttavia, in diversi stati europei, si osservano fenomeni preoccupanti di riduzione della popolazione, in particolare in Inghilterra, dove il declino persiste. Fra i fattori di rischio, figurano la significativa diminuzione della copertura forestale e la sua eccessiva frammentazione.
Proprio per questo, il mantenimento adeguato delle siepi è essenziale per garantire un flusso di esemplari tra i vari pezzi di foresta, consentendo alla specie un’ampia capacità di migrare e colonizzare nuove aree.
La corretta gestione del bosco è una componente cruciale per la preservazione della specie. Un approccio di selvicoltura, sembra particolarmente adatto al Moscardino, a condizione che i cicli di taglio siano abbastanza lunghi (>15 anni) e che i tagli siano distribuiti nel corso del tempo e sul territorio, offrendo alla specie un mosaico di ambienti, rappresentato dai vari stadi di rinnovamento del bosco. La distruzione incontrollata del suo habitat è molto dannoso.
Impatti Ambientali sulla Popolazione del Moscardino
La pratica di abbattere interi boschi attraverso il taglio su larga scala è una minaccia per l’habitat del Moscardino. Vari fattori disturbano negativamente la sua popolazione tra cui la presenza di animali da pascolo domestici, l’azione eccessiva di pascolo da parte di erbivori selvatici e operazioni di pulizia del sottobosco.
È probabile che anche gli incendi forestali e la presenza di siepi ai margini delle colture colpiscano pesantemente la specie. Tuttavia, nonostante ciò, il Moscardino non provoca danni significativi a causa dei suoi modesti bisogni alimentari e della bassa densità di popolazione che mantiene. Si possono riscontrare danni minimi e raramente rilevanti esclusivamente nelle coltivazioni di nocciolo.
Protezione e Legislazione del Moscardino
La legge 157/1992 protegge il Moscardino. Inoltre, la specie è inclusa nell’Allegato III della Convenzione di Berna e nell’Allegato IV della direttiva 92/43 “Habitat”. Nella lista rossa dell’IUCN, la specie è considerata a “minor rischio” mentre nella lista rossa degli animali italiani, essa è categorizzata come “vulnerabile”.
Distribuzione Geografica del Moscardino
Il Moscardino presenta una distribuzione paleartica. Si trova in varie zone dell’Europa continentale, escludendo il nord estremo, ed in Asia Minore. L’area di distribuzione si estende da Francia e Olanda a ovest, Danimarca e Svezia a nord, Russia a est, fino a una latitudine di 50° Est. A sud, si trova fino alla Grecia, all’isola di Corfù e al nord della Turchia. Infatti, è l’unico membro del genere Gliridi presenti in natura in Gran Bretagna, soprattutto nella parte meridionale dell’isola.
In Italia, si trova in tutta la penisola ad eccezione della maggior parte della Pianura Padana e di zone costiere altamente urbanizzate, ed in Sicilia, mentre è assente in Sardegna e nelle altre isole minori.
Descrizione e Identificazione del Moscardino
Il Moscardino presenta una colorazione che varia tra grigio e grigio-marrone, tendendo ad essere più scuro sul dorso.
Caratteristiche fisiche del Ghiro
Il colore del Ghiro invecchia tendendo verso tonalità più scure. La struttura del cranio è compressa tra l’alto e il basso, con un muso breve e lunghe vibrisse. Gli occhi possiedono un contorno scuro, e le orecchie, solitamente di un colore più cupo, sono schiacciate tra il dorso e il ventre. La coda, da parte sua, presenta una tonalità di grigio più o meno marcata, con peli lunghi e densi su tutta la sua lunghezza. Tra tutte le specie della famiglia dei Gliridi, la dimensione generalmente più grande è proprio quella del Ghiro.
Nonostante possa essere confuso con lo Scoiattolo grigio, il suo corpo e la sua coda sono simili ma con dimensioni nettamente maggiori e gambe posteriori considerevolmente più lunghe. Quando si confronta con il Quercino, il Ghiro si differenzia per la dimensione maggiore, le orecchie di grandezza inferiore, la mascherina sulla faccia che manca, e per la diversa forma della coda. Più specificatamente, la coda del Quercino ha peli corti per la maggior parte della sua lunghezza, e termina con un gruppo di peli lunghi che formano una spazzola bianca e nera distintiva. Rispetto al Driomio, il Ghiro si distingue soprattutto per la mancanza della mascherina sul viso e per una stazza notevolmente maggiore.
Per quanto riguarda le dimensioni, la lunghezza testa-corpo varia tra 13-21 cm, la coda tra 11-19 cm, il piede posteriore tra 2.5-3.5 cm, l’orecchio tra 1.5-2.4 cm, e il peso oscilla tra 65-190 g, raggiungendo fino a 250-300 g prima dell’inverno. Il numero totale di denti è 20, distribuiti come segue: 1/1, 0/0, 1/1, 3/3.
Segni di presenza e tecniche di monitoraggio
La principale indicazione della presenza del Ghiro è legata alla sua alimentazione e si basa sul ritrovamento di grandi quantità di resto di frutta e semi di molte essenze boschive, come querce, pini, e noccioli, che non hanno ancora raggiunto la completa maturazione. Quanto alle nocciole, queste vengono aperte con erosioni irregolari, normalmente senza spezzamenti diagonali netti.
Distinguere il comportamento del Ghiro
A differenza dello scoiattolo comune, il Ghiro tende a partire gli alimenti a metà. È comune trovare frammenti di cibo uniformemente distribuiti sotto gli alberi dove questi mammiferi cercano cibo durante la notte. Ciononostante, individuare la traccia alimentare specifica del Ghiro tra i residui di altri roditori arboricoli di taglia simile risulta complesso.
La presenza del Ghiro negli edifici
Occasionalmente, il Ghiro può infestare edifici umani, riconoscibile dai particolari escrementi allungati, con una lunghezza che varia tra i 10 e i 20 mm. Essi sono creature notoriamente rumorose nelle loro attività, il che facilita la loro individuazione durante le ore notturne. Il loro rumore è udibile sia quando si trovano in ecosistemi forestali sia quando infestano edifici umani. La presenza del Ghiro nelle abitazioni si identifica dai suoni distintivi che fanno e dal rumore dei loro spostamenti su tetti o nelle soffitte.
Individuare la presenza del Ghiro nel bosco
Nel bosco, la presenza del Ghiro sugli alberi è facilmente individuabile di notte, grazie ai movimenti nel folto dei rami e ai suoni specifici emessi. Se colpiti da una luce diretta, tendono a rimanere disorientati e immobili per un po’.
Catturare il Ghiro
La cattura di ghiri con trappole di dimensioni appropriate non pone grandi sfide, ad eccezione della necessità di posizionare tali trappole nei luoghi preferiti dai ghiri. Questa operazione è più semplice se si individua un casale o un altro edificio frequentato dai ghiri. Al contrario, questa operazione diventa particolarmente ardua quando si agisce in boschi di alberi alti, dove i ghiri si muovono solitamente sui rami superiori.
Esche efficaci nella cattura del Ghiro
Qualsiasi esca di tipo vegetale, a base di frutta o semi, può risultare utile. Tuttavia, anche sostanze di origine animale, come il lardo, possono essere efficaci.
Tradizionali tecniche di cattura
Un metodo classico per la cattura dei ghiri durante l’autunno consiste nel fissare alle branchie degli alberi casse di legno, tubi di plastica o di metallo. All’interno di questi rifugi, i ghiri trovano riparo durante le ore diurne.
Utilizzo di trappole e tecniche di monitoraggio
Semovente, si possono accumulare foglie con frequenza. Non c’è la necessità di disporre proattivamente delle esche. Si raggiungono risultati di cattura notevoli utilizzando scatole di legno appositamente create, dotate di un sistema a rete, capace di prevenire l’uscita dei soggetti che vi sono entrati.
Non ci sono report riguardo all’uso di hair tubes per il Ghiro, anche se si considera questa strategia appropriata per la supervisione della specie. Il Ghiro si adatta facilmente a cassette nido idonee, posizionate ad un’altezza di diversi metri sul tronco degli alberi, strumento per analizzare inoltre la biologia riproduttiva.
Ambiente abitativo del Ghiro
La specie del Ghiro è ubicata prevalentemente nei boschi di latifoglie, principalmente querce, faggi e carpini, però è anche rinvenibile nei boschi umidi, come quelli costieri misti con querce decidue e sempreverdi, dove la popolazione talvolta raggiunge numeri considerevoli, o nei boschi subalpini misti. La specie apprezza le foreste con alberi di grande altezza che assicurano, oltre a una grande produzione di semi, ampio spazio per trovare rifugio. È comunque possibile rintracciarlo anche in aree boscose, specialmente se vecchie o in fase di sviluppo in foreste di grande altezza, o anche in quelli con periodi di coltivazione lunghi. Durante il periodo di maturazione delle noci, lo si può trovare attivo nelle nocciole e nei castagneti da frutto, purché siano situati vicino al bosco o ne siano parte integrante.
In Italia è comune trovarlo dal livello del mare fino a circa 1500 m di altezza, ma a volte si trova anche a quote superiori. Nelle Alpi occidentali è segnalato fino a quasi 1800 m, sull’Etna fino a 1600 m.
Comportamento e riproduzione del Ghiro
L’attività dell’anno di questa specie è contrassegnata da un esteso periodo di ibernazione, seguito da un periodo in cui la specie si alimenta intensamente di cibi grassi e con un alto livello di acido linoleico, allo scopo di accumulare riserve di grasso per l’inverno.
Nella zona centrale dell’Italia, gli animali si riposano in ibernazione per un periodo approssimativo di sei mesi, dal primo periodo di novembre fino al primo periodo o metà di maggio. Tuttavia, in Europa centrale la durata dell’ibernazione può estendersi fino a sette mesi e mezzo. Nel corso del periodo di ibernazione, potrebbe esserci un temporaneo risveglio dovuto a condizioni climatiche favorevoli.
Caratteristiche e abitudini notturne
Al di là del ciclo di ibernazione, le creature sono prevalentemente attive durante le ore notturne. Si nota una differenza nel comportamento nei maschi, che tendono a coprire distanze più ampie rispetto alle femmine durante le ore notturne. Per esempio, studi condotti nell’Alto Lazio indicano una media del territorio occupato di 2.4 ha per i maschi e solo 0.6 ha per le femmine, nonostante la presenza di grandi variazioni individuali.
Azione gregaria e utilizzi della cavità degli alberi
Gli animali mostrano un interessante comportamento gregario in diverse fasi del loro ciclo, sebbene non si osservi una rigida gerarchia tra i membri del gruppo. Durante le ore diurne, tendono a riposarsi principalmente nelle cavità degli alberi, siano esse naturali o create precedentemente dai nidi dei picchi. Oltre a ciò, gli edifici agricoli abbandonati, incluse le soffitte e i sottotetti, o le grotte sono anche luoghi preferiti per il rifugio.
Nidi e preparazione dell’ibernazione
I nidi possono essere imbottiti con foglie e vari altri materiali, principalmente per l’accudimento della prole. In preparazione per l’ibernazione, gli individui hanno una forte predilezione per rifugiarsi nelle cavità interne dei tronchi o alla base degli alberi, nell’intrico delle radici, nelle crepacce delle rocce, o in qualsiasi altro angolo recluso che possa offrire adeguate condizioni di umidità e isolamento termico.
Le densità di popolazione
Le densità di popolazione variano notevolmente nel corso dell’anno e in base alla località, principalmente a seconda dell’ambiente in cui gli animali si riuniscono.
Longevità e Sopravvivenza
I ghiri adulti mostrano un’elevata sopravvivenza annuale, che si traduce in un’aspettativa di vita compresa tra i 6 e i 12 anni, con una media di 9 anni. Inoltre, la coda del ghiro possiede una peculiarità interessante: se presa da un predatore, la sua pelle si distacca facilmente – un meccanismo di autotomia comune nei Gliridi.
Periodo Riproduttivo
Il periodo riproduttivo generalmente si estende da giugno ad agosto, ma può variare a seconda della località. Nei territori alpini, le nascite avvengono tra la fine di luglio e la fine di agosto. Eccezionalmente, la riproduzione può continuare fino a fine agosto o inizio settembre, ma i nati più tardi hanno probabilità di sopravvivenza significativamente inferiori.
Ci sono alcune popolazioni alpine che presentano un fenomeno unico: non si riproducono annualmente, ma solo quando vi è una grande disseminazione di semi dai faggi. In termini di prole, una nascita produce tra 2 e 10 piccoli, con una media tra 4 e 6. La durata della gestazione è solitamente di 20-30 giorni. Nella maggior parte dei casi, le femmine partoriscono una sola volta all’anno, ma possono arrivare a due partizioni. È anche possibile che due o tre femmine strettamente correlate condividano il nido e si prendano cura dei piccoli insieme.
Dieta
La dieta dei ghiri è prevalentemente vegetariana, ma può occasionalmente includere insetti o uova di uccelli. In particolare, dopo il risveglio dal letargo invernale, la specie si nutre principalmente di frutti e germogli, ma può anche consumare larve e insetti adulti.
Regime alimentare estivo del Ghiro
All’inizio dell’estate, l’attenzione di questo piccolo mammifero si sposta sempre più verso cibi vegetali con un elevato valore energetico, fonti principali della sua alimentazione fino all’arrivo dell’autunno. Il consumo di cibo di origine animale aumenta anche nei mesi estivi, raggiungendo il picco nel mese di agosto, indipendentemente dal periodo riproduttivo.
A partire dalla fine di giugno, le nocciole diventano di vitale importanza nella dieta del Ghiro, per essere poi gradualmente sostituite da ghiande, castagne e fagioloni durante l’estate. Questi alimenti sono fondamentali per accumulare le riserve grasse necessarie per superare l’inverno.
In particolari habitat, come nei giovani impianti di conifere, nei momenti di scarso approvvigionamento alimentare, possono verificarsi danneggiamenti alle punte vegetative degli alberi per nutrirsi della linfa che fuoriesce dal floema.
Fattori che condizionano la crescita delle popolazioni di Ghiro
Le dinamiche delle popolazioni di Ghiro sono strettamente legate alla disponibilità di grandi quantità di semi di latifoglie, soprattutto in autunno, quando gli individui hanno la necessità di accumulare riserve grasse significative per affrontare il letargo invernale. Gli anni di scarsa produzione di semi da parte della vegetazione forestale possono portare a una elevata mortalità invernale, nei giovani in particolare, e, in specifiche zone montane, alla mancata riproduzione.
La mortalità tra gli adulti è praticamente assente durante l’inverno, avendo luogo soprattutto durante il periodo di attività.
L’habitat dei Ghirotti e le sue sfide
Allo stesso modo di altre specie che abitano gli ambienti forestali, le popolazioni di Ghiro possono essere influenzate dai fenomeni di progressiva riduzione ed isolamento dell’habitat, costituito dalle foreste di alberi di alto fusto e cespugli. In questi ultimi, un’eccessiva frequenza delle operazioni di taglio può rappresentare un ostacolo per la sopravvivenza di questi animali.
La predazione è un fenomeno diffuso, con Carnivori e Strigiformi che si nutrono prevalentemente di Ghiro.
In Italia, si rileva l’assenza di prede da parte di rapaci diurni. L’Allocco si distingue come la razza Strigiformi con la più alta incidenza di prode del Ghiro. Mustelidi, Gatto selvatico e Volpe si distinguono come prominenti carnivorosi predatori. Esistono rapporti di incidenti sporadici di predazione del Ghiro da parte del Cinghiale e dei serpenti.
Pentimento di Gliromys e Caccia Furtiva
Pur essendo molto prelibato, il Ghiro è ancora localmente oggetto di bracconaggio. Nonostante l’assenza di dati da studi su larga scala, il Ghiro sembra abbondante nelle vaste zone boschive della penisola italiana. Le informazioni sulle popolazioni insulari sono scarse. Tuttavia, la loro distribuzione si limita alle aree in cui la riduzione dell’habitat forestale e l’isolamento progressivo dei frammenti rimanenti non si sono estesi ai livelli più alti. Gli interventi forestali frequenti, come quelli spesso presenti nelle zone di castagno e quercia, rendono la struttura del bosco inadatta a sostenere le sue popolazioni.
Gliromys e l’impatto sugli alberi da frutto
La specie può potenzialmente danneggiare gli alberi di nocciole, specialmente quelli vicini ai boschi. I coni del Pino domestico possono subire danni significativi, economicamente importanti per i pini utilizzati per la produzione di pinoli, specialmente quando la densità della specie è particolarmente alta. Precedentemente, senza regolamenti di protezione, la specie è stata oggetto di campagne di controllo della popolazione, ad esempio nelle pinete costiere della Toscana, per ridurre i danni ai coni del Pino domestico.
Inizio estate: periodo critico per piante arboree
In particolare all’inizio dell’estate, la specie può causare danni alle piante arboree.
Distruttività del ghiro: Implicazioni sui fusti e rami vegetali.
Il ghiro, noto per le sue necessità dietetiche, può effettuare profonde decorticazioni, prevalentemente a forma rettangolare o occasionalmente circolari, sui tronchi o rami superiori. Questo spesso risulta in un progressivo deterioramento o perfino in un completo disseccamento della sezione terminale. Com’è notato nei nostri territori, sia le dicotiledoni che le conifere sono esposte a tali pericoli. Danneggiamenti particolarmente gravi sono osservati nei boschi misti del Veneto, con varie specie forestali attaccate, tra cui il faggio, l’abete bianco e l’abete rosso. Inoltre, in Inghilterra, danni significativi sono stati registrati nelle foreste di pino artificiale.
Il Ghiro e l’interazione umana: da risorsa culinaria a residente disturbante
Il ghiro è spesso trovato nelle case umane, principalmente negli attici, dove può causare seri danni alle infrastrutture e ad altri materiali. Questa specie è molto apprezzata per la bontà della sua carne, risalendo all’epoca dei romani, che la allevavano in specifici contenitori chiamati gliraria. Inoltre, è probabile che molte popolazioni insulari della specie siano risultato di introduzioni artificiali, probabilmente derivanti dal loro uso come risorsa alimentare dai romani. Tali abitudini alimentari persistono ancora oggi in alcune parti d’Italia, specialmente in Toscana, Lazio, Campania e Calabria, dove la specie è ancora vittima di caccia illegale.
Stato di conservazione del ghiro: Legge e direttive a tutela
Il Ghiro è tutelato dalle norme della legge 157/1992. È incluso nell’Allegato III della Convenzione di Berna e nell’Allegato IV della Direttiva Habitat 92/43. Nell’IUCN Red List è classificato come “a minor rischio”, mentre nella lista rossa degli animali italiani, la sottospecie presente in Sardegna è etichettata come “vulnerabile”.
Distribuzione del Ghiro
Questo particolare tipo di fauna si estende dal nord della Spagna fino all’Ucraina e alla parte superiore dell’Iran. Già dal principio del 1900 si è segnalata una sua apparizione in Inghilterra, dove attualmente si trova una piccola popolazione concentrata nella regione meridionale del paese.
In Italia, il suo habitat è prevalentemente disseminato lungo tutta la penisola, benché ne sia assente nelle regioni pianeggianti della Lombardia e lì dove la forte presenza umana ha ridotto le vaste aree boschive. Tuttavia, è possibile trovarlo in Sicilia, Sardegna, Elba e anche nell’isola di Salina.
Posizione ed incertezza dei Cricetidae
La classificazione sistematica della specie dei Cricetidi, la sua connessione con i Muridi e le svariate sottofamiglie ad essi attribuite hanno aperto un dibattito in corso sin dal principio del XX secolo.
Ancora oggi, le opinioni divergono, principalmente riguardo la necessità di dividere in maniera equa le sottofamiglie tra Muridi e Cricetidi, oppure di raggrupparle tutte all’interno della categoria Muridae.
Tuttavia, l’attuale tendenza sembra propendere per la validità di due grosse famiglie separate, con i Cricetidi che includono un significativo gruppo secondario come quello degli Arvicolini. Riguardo la loro posizione sistematica, non è mai stato raggiunto un consenso unanime, e fino a poco tempo fa erano considerati appartenenti alla famiglia dei Muridi e precedentemente ritenuti una famiglia a sé stante.
Specie e Classificazioni dei Cricetidae
La famiglia dei Cricetidi conta 681 specie, distribuite in 130 generi. Fino a qualche anno fa, si riteneva che il nostro Paese ospitasse 9 specie appartenenti a questa famiglia
Tuttavia, in vista di recenti studi che hanno permesso di suddividere alcune di queste specie in più entità specifiche, è ragionevole pensare che il conteggio finale possa essere superiore. Una sola specie di questa famiglia, l’Ondatra, è considerata alloctona.
Morfologia Dentale nei Cricetidae
I denti dei Cricetidi possono presentare due differenti conformazioni. Possono essere ipsodonti, ossia senza radice e con crescita ininterrotta, come nel caso degli Arvicolini – tranne Arvicola rossastra e Ondatra – o brachiodonti, cioè dotati di radice con crescita limitata, come si evidenzia in altri specifici casi.
Caratteristiche dentali e fisiche dei Cricetini
I Cricetini si distinguono per la mancanza di premolari. Di conseguenza, la configurazione del loro apparato dentale risulta essere 1/1, 0/0, 0/0, 3/3, totalizzando 16 denti. Sono confrontabili nella forma ai Muridi, sebbene tendano ad essere più grezzi nell’aspetto e dotati di una coda più piccola rispetto alla metà della misura della loro testa-corpo.
Dieta dei Cricetini
La dieta di molte specie si basa principalmente su piante, rendendo l’abitudine predominante quella erbivora. Tuttavia, i semi assicurano un contributo significativo nella loro alimentazione, mentre l’assunzione di cibo di origine animale rimane minima.
Capacità riproduttiva e aspettativa di vita
Il potere di moltiplicazione in alcune razze, come lemming e arvicole, è straordinariamente alto, consentendo a queste specie di raggiungere per brevi momenti un’elevata densità di popolazione. Nonostante ciò, l’aspettativa di vita di queste specie è generalmente limitata.
Descrizione dell’Arvicola Rossastra
L’Arvicola rossastra si distingue per un mantello di tonalità bruna-rossastra che è particolarmente evidente sul dorso ma tende al grigio nei giovani esemplari. Contrariamente a quanto succede con molte piccole arvicole, l’identificazione di questa specie non è complessa. Le orecchie sviluppate sono chiaramente visibili contro il pelo ed i suoi occhi sono di dimensioni superiori a quelli delle arvicole del genere Microtus. Quest’ultima si differenzia anche per l’eccezionale lunghezza della coda, che raggiunge metà della lunghezza totale testa-corpo, e spesso termina con un piccolo ciuffo di peli neri.
È la sola specie di arvicola ad avere molari a crescita limitata con radice, la cui lunghezza è determinante per stabilire l’età degli animali.
Classificazione scientifica
Nell’ambito della più recente revisione tassonomica, la denominazione del genere dell’Arvicola rossastra, Clethrionomys, dovrebbe essere cambiata in Myodes. Di conseguenza, in base a questa prospettiva, il nome scientifico della specie dovrebbe subire una modifica in Myodes glareolus. Tuttavia, mentre questo dibattito rimane aperto, il nome attuale rimarrà in uso fino a quando non si giungerà a un accordo finale.
Denominazione e dimensioni
La decisione è stata di mantenere il nome tradizionale del luogo. Misurando dalle estremità anteriori a quelle posteriori, l’Arvicola dei boschi misura tra 8.5 e 11 cm, la coda varia tra 4 e 5.5 cm, il piede posteriore ha una lunghezza di 1.5-2.0 cm, e l’orecchio misura tra 1.1 e 1.3 cm. Il suo peso si posiziona tra i 18 e i 35 grammi. Possiede una formula dentaria stabilita in 1/1, 0/0, 0/0, e 3/3, totalizzando 16 denti.
Identificazione e monitoraggio
Non ci sono prove definitive che possono determinare senza dubbio la presenza dell’Arvicola dei boschi. Tuttavia, l’analisi di nocciole erose ritrovate potrebbe fornire indizi. È utile anche fare riferimento alle osservazioni fatte sul Topo selvatico. Va sottolineato che questa specie può essere facilmente catturata con trappole adatte per micromammiferi di piccole dimensioni, utilizzando esche vegetali come mele, fiocchi d’avena o cereali in generale. Per metodi di monitoraggio, ci si può riferire a quanto discusso per il Topo selvatico.
Habitat
L’habitat preferito dell’Arvicola dei boschi comprende le aree con presenza di alberi del terreno collinare e montano, soprattutto se localizzate nel sottobosco. Questo roditore è raramente visto o del tutto assente nei boschi xerofili di latifoglie o di conifere del piano mediterraneo. Preferisce le parti di bosco fresche e umide, ideali se hanno un sottobosco e una copertura di foglie cadute, con tronchi morti o rami caduti sul terreno. Si può trovare fino a oltre 2000 m di altitudine. Spesso risiede in siepi che collegano frammenti di bosco e occasionalmente in aree aperte con copertura erbosa abbondante.
Comportamento e riproduzione
L’Arvicola rossastra è attiva sia durante il giorno che la notte, mostrando picchi di attività all’alba e al tramonto. Questa specie mostra un comportamento territoriale marcato sia dai maschi che dalle femmine, queste ultime mostrano tale comportamento principalmente durante il periodo riproduttivo quando difendono un territorio specifico. Le marcature con urina hanno un ruolo chiave nelle relazioni sociali tra gli individui della specie.
Il rifugio dell’Arvicola dei boschi
L’Arvicola dei boschi costruisce principalmente il suo rifugio con foglie e muschio, situandolo di sovente all’interno di tunnell iniziati sotto combusti, accanto a tronchi decomposti appoggiati al terreno o sottostanti macigni. Nonostante trascorra la massima parte del suo tempo a terra, dimostra di potersi arrampicare su arbusti di modesta altezza. Il suo territorio vitale è piuttosto ampio, con un’ampia zona media attorno a 800 m2 che talvolta arriva fino a 2000 m2.
Variazioni numeriche della popolazione
La popolazione dell’Arvicola dei boschi presenta variazioni numeriche stagionali. Nelle aree di bassa e media collina, il picco viene raggiunto in primavera, mentre nelle regioni montane l’incremento si verifica in estate e autunno, un fenomeno riconosciuta anche nell’Europa centro-orientale. Nell’Europa del nord, in particolare in Scandinavia, il contatore della popolazione segue un ciclo oscillatorio di 3-4 anni, cosa che non si verifica in Italia.
Ciclo riproduttivo dell’Arvicola dei boschi
Il periodo di riproduzione dell’Arvicola dei boschi si estende da marzo a fine ottobre, tuttavia, in presenza di condizioni ambientali propizie, possono protrarsi tutto l’anno. Sulle Alpi, esso avviene tra maggio e settembre. Le femmine sono capaci di generare 3 o più volte all’anno con una fase di gestazione compresa tra 18 e 20 giorni, partorendo da 2 a 8 cuccioli, di solito da 3 a 5. La maturità sessuale è raggiunta dopo 31 giorni. Si osserva anche un’estro post-partum, il che favorisce l’espansione rapida delle popolazioni di questa specie in contesti ambientali favorevoli.
Dieta dell’Arvicola dei boschi
L’Arvicola dei boschi, specie prevalentemente erbivora, si alimenta in gran parte di aree di piante erbacee, anche se non disdegna foglie, sia verdi che cadute, consumate soprattutto nel periodo invernale.
La dieta dell’Arvicola rossastra
L’Arvicola rossastra, o tunno, si alimenta prevalentemente di semi forestali come quercia, nocciolo e faggio, anche se in quantità minori rispetto ai topi selvatici. I loro gusti alimentari includono anche i frutti di varie piante arboree, con una predilezione per prugnolo, biancospino e mirtillo.
Inoltre, l’Arvicola rossastra consuma invertebrati per compensare le proteine vegetali, che rappresentano una percentuale della dieta tra il 7 e il 23% a seconda della stagione. Questo animale, quando l’occasione si presenta, è noto per nutrirsi di corteccia di alberi, radici e funghi.
Fattori che modulano la dinamica popolazionale
La popolazione di Arvicola varia significativamente da un anno all’altro. Nelle vaste regioni del Nord Europa, tali variazioni annuali sono pronunciate e appaiono con regolarità ciclica. In altre aree, nonostante le differenze annuali, le popolazioni sembrano più stabili e le occasioni di proliferazione sono rari e imprevedibili.
Indagini in Polonia hanno mostrato che la popolazione di Arvicola rossastra è influenzata sia da fattori dipendenti che indipendenti dalla densità.
Effetti dei fattori indipendenti dalla densità
I fattori indipendenti dalla densità soprattutto sono in grado di causare oscillazioni nella popolazione negli anni. Tra questi, un ruolo centrale sembra essere svolto dalla disponibilità di semi in autunno e dalle alte temperature estive. Quest’ultimo, grazie alla maggiore produttività delle piante erbacee, fonte primaria di nutrimento per le Arvicole, consentirebbe un’estensione del periodo riproduttivo.
Effetti dei fattori dipendenti dalla densità
Oltre ai fattori indipendenti, operano anche meccanismi dipendenti dalla densità. Si è notato che negli anni in cui il numero di Arvicole è maggiore si verifica un aumento della competizione intraspecifica per le risorse, una maggiore incidenza di malattie e una più intensa predazione, tutti fattori che contribuiscono a una successiva diminuzione della popolazione.
La Sopravvivenza e le Dinamiche Popolazionali Invernali
La sopravvivenza durante i mesi freddi è problematica, dove il tasso di riproduzione diminuisce con l’aumento della densità popolazione nei periodi autunnali. Fattori che giocano un ruolo chiave nel breve termine nella stabilizzazione delle popolazioni sono la predazione, le competizioni interspecifiche e la lotta per l’accesso alle risorse alimentari. Tuttavia, è ancora incerto quale di questi abbia l’effetto predominante.
La predazione contribuisce significativamente alla mortalità, e viene esercitata da una vasta gamma di specie. Le specie di rapaci notturni, i carnivori e i serpenti sono tra i più influenti in questo contesto. L’azione di predatori rilevanti come l’Allocco e la Martora, tuttavia, si attenua quando la neve fornisce una protezione.
Stato e Rilevanza Economica
La specie degli Arvicola dei boschi è ampiamente rappresentata negli ecosistemi forestali in gran parte dell’Italia. Nonostante ciò, ricerche condotte in diversi paesi europei hanno evidenziato la vulnerabilità di questa specie sia alle attività silvicole che alla diminuzione e alla distruzione dell’habitat, fenomeni che causano l’estinzione della specie in molti contesti rurali e agricoli intensivi.
Seppur raro, è dimostrato che questa specie può causare danni sporadici alle piantine appena germogliate o sottrarre i semi di numerose piante forestali. Tuttavia, in Italia non si segnalano incidenti gravi legati al rinnovamento della foresta. La situazione differisce in Scandinavia, dove questa specie può causare danni significativi alle nuove piantagioni forestali. Inoltre, è frequente che, durante l’inverno, la specie si cibi della parte inferiore del tronco delle giovani piante.
Non esiste una legislazione nazionale che tuteli questa specie e non risulta inclusa in direttive comunitarie o convenzioni internazionali.
Distribuzione dell’Arvicola dei boschi
La specie della schi è ampiamente distribuita nel territorio europeo, ad eccezione dei limiti del nord, del sud e della regione Lacustre di Bajkal. Esistono popolazioni isolate in Inghilterra e Irlanda. In Italia, gli esemplari di questa specie si possono rintracciare in quasi tutte le foreste della penisola, in particolare dall’area pedemontana fino all’orlo del bosco. Tuttavia, appare come una presenza rara o del tutto assente nelle regioni della Pianura Padana e delle coste, e non si riscontra nella regione insulare.
Identificazione e Descrizione
Non c’è ancora piena chiarezza sulla classificazione sistematica degli A. amphibius e degli A. scherman. Scarse decadi fa, queste due entità erano catalogate come una sola specie chiamata A. terrestris, che includeva sia le varietà acquatiche che quelle terragnole. Comunque, i recenti studi molecolari effettuati sulle presunte sottospecie di Arvicola terrestris hanno contestato l’idea convenzionale di una specie contenente diverse forme ecologiche. Questo ha portato alla distinzione in almeno due specie: A. amphibius comprendente le varietà lacustri, ed A. i che include le forme terrestri. Ciò è confermato dai dati provenienti dagli studi effettuati sulle due specie che mostrano differenze palesi nelle caratteristiche ecologiche e morfologiche, supportate anche da analisi genetiche.
Per quanto concerne l’aspetto esteriore, A. amphibius e A. scherman sono piuttosto simili. La sola distinzione è che la prima specie è più grande e ha una pigmentazione più oscura. Tuttavia, il colore del manto può variare a seconda delle popolazioni, benché di solito sia grigio-bruno o marrone-rossastro. Il lato ventrale è grigio, più o meno intenso secondo le popolazioni. In alcune parti del nord Europa come la Scozia, si possono riscontrare esemplari con il pelo completamente nero.
Identificazione e Caratteristiche delle Arvicole
Arvicola terrestre e Arvicola montana sono due specie riconoscibili per le loro peculiarità. Possiedono occhi piccoli che sporgono e orecchie appena visibili dal loro manto peloso. Un equivoco fra queste e altre specie di arvicole sarebbe quasi impossibile grazie alla loro ampiezza superiore. Tuttavia, è possibile che i più giovani vengano scambiati per individui maturi di Arvicola agreste e di Arvicola campestre.
Ad una analisi più dettagliata, i piccoli dell’Arvicola terrestre e dell’Arvicola montana si distinguono per la loro tinta più scura e il loro piede posteriore decisamente più lungo. Potrebbero esserci equivoci fra l’Arvicola terrestre ed il Ratto delle chiaviche, data la similitudine delle loro dimensioni e il loro habitat acquatico comune, compresa la predisposizione al nuoto. Rispetto a quest’ultimo, l’Arvicola terrestre ha coda e zampe più corte, orecchie meno prominenti e un muso più arrotondato. Sia la coda che le orecchie hanno una maggior pelosità. L’Arvicola terrestre si caratterizza anche per un colore più scuro.
Presenza in Italia
In Italia, si possono trovare entrambe le specie, anche se l’Arvicola montana è limitata ad una regione settentrionale che corrisponde ad alcune aree alpine e prealpine. Taberlet e collaboratori hanno rilevato che la sottospecie dell’Italia peninsulare e del sud dell’Alpi ha alcune peculiarità, tali da essere considerata da alcuni autori come una specie distinta. È inoltre da riconsiderare la classificazione delle altre due sottospecie di Arvicola terrestre che erano state descritte per l’Italia: A. t. musignani, di habitat acquatico, presente nel centro-sud del Paese, e A. t. exitus, con abitudini di scavatrice, esistente nella regione nord-orientale del Paese.
Identificazione e Monitoraggio
La presenza dell’Ibius può essere rilevata in aree fluviali o lacustri attraverso l’osservazione di percorsi pedonali tra la vegetazione, di larghezza variabile tra 4 e 9 cm, i quali mettono in comunicazione le differenti aperture delle loro tane. Queste ultime, agevolmente individuabili, sono scavate nelle rive dei corsi d’acqua e fossati, caratterizzate da aperture di 7-9 cm solitamente disposte sull’orlo del corso d’acqua stesso.
Spesso l’azione erosiva dell’acqua può dilatare l’apertura della tana, ma questa riacquista la sua

dimensione usuale a pochi centimetri dall’ingresso. In aree soggette a variazioni periodiche del livello dell’acqua, le aperture possono essere situate sia al di sopra che al di sotto della superficie dell’acqua.
Le tane della Ondatra e della Nutria presentano aperture frequentemente ubicate al di sotto della superficie dell’acqua, tuttavia hanno un diametro nettamente superiore. Rispetto al Ratto delle chiaviche, l’area adiacente alle entrate delle tane delle arvicole presenta una vegetazione notevolmente più sparsa, rendendo facilmente riconoscibili i punti in cui gli animali entrano e escono regolarmente dall’acqua.
Caratteristiche alimentari e tracce visibili dell’Ibius
I loro rifiuti sono raccolti in piccoli accumuli, noti come latrine, situati nelle vicinanze dei sentieri in superficie. Sulle rive dei bacini che frequentano, sono spesso visibili piccoli mucchi di cannucce palustri ed erba tagliata. Questi segmenti, generalmente di 10 cm, sono gli internodi delle graminacee che le arvicole scartano a favore della zona dei nodi.
I resti di pasto del Ratto delle chiaviche, al contrario, comprendono quasi sempre residui di cibo di origine animale, mischiati a feci.
Comportamento di attività dell’Ibius
Facilmente osservabile durante la giornata, è comune vederla attraversare i canali o muoversi lungo le rive dei corsi d’acqua. Quando nuota, a differenza dell’Ondatra, che tiene solo la testa e le spalle fuori dall’acqua, l’Arvicola terrestre riesce a mantenersi piuttosto alta, facendo emergere buona parte del copro fuori dall’acqua.
Il riconoscimento della specie
L’identificazione di creature particolari, come l’Arvicola dello scavo, può essere confusa con quella del Ratto dei sotterranei, tuttavia, avendo il muso e le orecchie proporzionalmente più piccoli ed una silhouette più rotonda, si possono distinguere senza difficoltà.
Gli Alberi ed i loro Segni distintivi
Si possono osservare tracce incise dai denti delle Arvicole sul tronco di giovani alberi, come salici, pioppi, o addirittura alberi da frutta. Azioni del genere sono particolarmente evidenti su alberi con un diametro inferiore ai 10 cm, specialmente situati vicino a bacini d’acqua. Talvolta, le radici di queste piante vengono sradicate in toto, causando il disseccamento e la caduta nell’evento di condizioni meteorologiche minimali.
Vitalità e Popolazione dell’Arvicola
Esistono vari metodi per verificare la presenza o l’assenza di queste creature, tra cui l’osservazione durante le ore diurne. Tuttavia, per avere un calcolo accurato delle popolazioni locali, sarebbe ideale utilizzare specifiche procedure di cattura e monitoraggio. Questo può includere l’utilizzo di trappole predisposte, come semplici gabbie, seducentemente caricati con cibi come carote o mele. Questi dispositivi possono essere posizionati lungo le rive, o ancorati nel mezzo dei corsi d’acqua o bacini, su zattere realizzate appositamente. Le stime basate su osservazioni dirette di Arvicole attive, sono generalmente considerate poco affidabili.
Elementi identificativi in Natura
L’Arvicola dello Scavo produce piccoli cumuli di terra scavata vicino all’ingresso della sua tana. Questi possono essere facilmente confusi con i monticelli delle talpe, ma si distinguono grazie alla loro composizione di terra più finemente sbriciolata. Inoltre, i loro cumuli sono generalmente distribuiti più densamente rispetto a quelli delle talpe, che sono invece ubicati più uniformemente. Il corridoio dell’Arvicola è obliquo invece che verticale come quello delle talpe. Di conseguenza, l’apertura non si trova mai al centro del mucchio, ma piuttosto in una posizione decentrata. Al contrario di quelli delle talpe, i monticelli di terra dell’Arvicola sono anche più piatti e meno cupoliformi.
Adattamenti alla Fluttuazione dei Livelli Acquatici
A. i, una specie animale, ha la capacità di creare i suoi nidi su superfici terrene nascoste tra clumps di vegetazione caratteristiche degli habitat umidi. All’interno delle sue intricate gallerie subterranee, quest’animale adatta alcune camere specializzate per conservare provviste alimentari ed ospitare il suo nido. Il nido, di forma quasi sferica, raggiunge generalmente un diametro massimo di 25 cm ed è compostato prevalentemente da erbe.
Vita sociale e Longevità
Fuori dal periodo riproduttivo, l’A. Scherman i vive in piccole famiglie, tipicamente composte da una madre, le sue figlie femmine e maschi non correlati. La durata della vita massima per questi animali è poco più di tre anni.
A. Scherman conduce una vita principalmente fossoriale, creando elaborate reti di gallerie che si estendono tra 10 e 90 metri. Esistono due tipi di gallerie. Il primo, più superficiale e diffuso, si trova ad una profondità media di 20 cm ed è utilizzato per muoversi in cerca di cibo. Il secondo tipo, più profondo circa di 40 cm e a volte fino ad 1 metro, contiene il nido e le riserve di cibo. Nei territori con nevicate di durata maggiore, le gallerie si trovano più in prossimità della superficie, probabilmente a causa dell’isolamento termico fornito dal manto nevoso. Questo fenomeno causa l’esposizione di queste gallerie alla fine della stagione delle nevicate.
Ubicazione e Densità della Popolazione
L’A. Scherman è noto per vivere in luoghi lontani dalle vie fluviali, arrivando a raggiungere densità di popolazione straordinariamente elevate in certe circostanze.
Andamento Popolazionale di A. amphibius
Il conteggio delle specie di A. amphibius può sorprendentemente superare i 200 individui per ettaro, e occasionalmente raggiunge fino a 1000 individui per ettaro. Questo comporta notevoli oscillazioni nella densità di popolazione di anno in anno. La Svizzera ha registrato che alcune specie di A. amphibius possono occasionalmente sviluppare abitudini fossorie, distanziandosi dall’ecosistema acquatico e invadendo territori all’aperto. Queste specie tendono poi ad adottare caratteristiche simili a quelle di A. Scherman, benché mostri una propensione maggiore ad emergere in superficie.
Dieta degli A. amphibius
Le specie di A. amphibius e A. Scherman principalmente si alimentano di porzioni verdi di piante erbacee. Le parti più riservate dall’ A. amphibius sono le canne marittime (Phragmites sp.), dalle quali principalmente vengono consumati i nodi delle erbacce ancora verdi, ignorando l’intermesso. Nonostante ciò, la dieta di questa specie subisce notevoli variazioni stagionali. Principalmente in inverno si compone anche di bulbi, rizomi, fìttoni, oltre che dalla scorza di alberi quali pioppi e salici. Durante l’autunno, la specie si nutre anche di frutta e semi. Occasionalmente, può nutrirsi di cibo di sorgente animale, composto prevalentemente da molluschi, insetti e pesci trovati morti.
L’ A. Scherman, da parte sua, ha un forte gusto per le leguminose, rispetto alle graminacee che risultano meno appetibili. Anche questa specie può consumare durante l’inverno la corteccia del colletto e le radici principali delle piante arboree, con un’attenzione particolare per quelle dei frutteti.
Fattori Limitanti delle Popolazioni
Inoltre per l’Arvicola terrestre, la predazione rappresenta un fattore limitante importante, prevalente nei carnivori come la volpe, il visone americano, la donnola, la puzzola, faina, rapaci notturni come l’allocco, il gufo di palude, il barbagianni, e diurni, anche se l’effetto di quest’ultimi è usualmente più lieve. Altri predatori circostanziali possono includere gli aironi.
Animazioni di grandi dimensioni come il luccio e addirittura il ratto delle chiaviche predano spesso i giovani di certe specie nei loro nidi. Tuttavia, le minacce più gravi per queste specie provengono dalle modifiche al loro habitat e all’introduzione di specie straniere, come è stato evidenziato da studi condotti sulle popolazioni nel Regno Unito.
Modifiche Ambientali e Declino della Popolazione
Queste popolazioni britanniche hanno subito una drastica riduzione recentemente, che è stata accreditata ad una combinazione di fattori. Il principale tra questi è la riduzione e la frammentazione dell’habitat ripario che supporta queste specie, causata da un aumento delle attività agricole e dall’adeguamento delle sponde delle acque fluviali. In aggiunta, l’inquinamento idrico e le frequenti misure di controllo dei ratti rappresentano altre cause significative.
Influenza della Predazione
Il declino di queste popolazioni ha subito un’accelerazione a causa della predazione praticata dal Visone americano (Mustela visori), un nuovo predatore esterno introdotto recentemente. L’effetto della predazione del Visone si intensifica particolarmente in presenza di un’elevata frammentazione dell’habitat ripario favorevole all’Arvicola terrestre.
Situazioni in Italia e Futuri Rischi
In relazione all’Italia, nonostante l’assenza di dati certi sullo stato di conservazione della specie, si può presupporre che alcuni degli elementi menzionati possano avere un impatto negativo sulle popolazioni locali. L’estensione dell’area di abitabilità del Visone americano in alcune parti d’Italia potrebbe rappresentare un ulteriore rischio per il futuro.
Diffusione delle Specie
Tenendo conto delle rielaborazioni recenti della classificazione, è necessario rivisitare la presenza delle due specie. L’area di diffusione di A. amphibius è vasta, abbraccia quasi tutte l’Europa tranne alcune parti ampie di Francia, Spagna e Portogallo e si estende fino all’Asia occidentale attraverso la Siberia, quasi raggiungendo le coste del Pacifico. A sud, la sua presenza si estende fino a Israele, Iran, la regione del Lago Baikal e, verso est, arriva fino al sud-ovest della Cina. Mentre, la propagazione di A. scherman è limitata principalmente alle regioni montuose dell’Europa centrale, estendendosi dal nord della Spagna fino alla Romania. Solo la A. amphibius è presente in Gran Bretagna.
Distribuzione in Italia
Per l’Italia, A. amphibius è diffusa in tutta la penisola, anche se in modo piuttosto impari e generalmente confinata nelle valli irrigate. Non è presente in Sardegna e nelle piccole isole. In riferimento alla Sicilia, nonostante ci siano segnalazioni datate, ad oggi non vi sono dati affidabili che possano confermarne l’esistenza. D’altra parte, la propagazione di A. scherman è circoscritta alle regioni montane e submontane, con presenza di piccole colonie anche in aree limitrofe di pianura, come recentemente accertato dagli studiosi nelle zone di Saluzzo, in provincia di Cuneo, e in analoghe zone della Val d’Adige, tra Trento e Bolzano.
Descrizione e identificazione
Il mantello dell’Arvicola delle nevi è spesso ed esibisce una colorazione variabile. La schiena può esibire tonalità grigiastre o marroni più scure, mentre l’addome può essere grigio chiaro o bianco. La coda è proporzionalmente più lunga rispetto alle arvicole del genere A4, costituendo circa metà della lunghezza totale corpo-testa. Le vibrisse sono distintamente lunghe. In termini di dimensioni, la lunghezza dalla testa al corpo è di 9-13 cm, la coda 3,7-5 cm, il piede posteriore 1,8-2,2 cm, l’orecchio 1,1-1,8 cm, e il peso varia da 30 a 60 g.
Struttura Dentale e Identificazione
La struttura dentale dell’Arvicola delle nevi è caratterizzata da 1/1, 0/0,’ 0/0, 3/3 fornendo un conteggio complessivo di 16 denti.
Metodi di Monitoraggio e Identificazione dell’Arvicola delle Nevi
Nonostante la difficoltà di individuare questa specie nel corso delle attività diurne, esistono particolari tracce e metodi di monitoraggio che facilitano l’individuazione delle zone in cui l’Arvicola delle nevi si muove. Osservare tali indizi può essere utile alla localizzazione degli esemplari.
Le tane di queste creature si trovano generalmente nascoste sotto le pietre, condizione che ne complica la scoperta. Tuttavia, l’ingresso delle gallerie è usualmente posizionato vicino alle rocce e rappresenta la principale prova dell’esistenza dell’Arvicola delle nevi nell’area. Spesso, nelle vicinanze dell’ingresso delle gallerie, è possibile scorgere piccoli mucchietti di erba tagliata o altro materiale vegetale lasciato ad asciugare.
Un altro metodo per raccogliere informazioni rilevanti riguarda l’analisi della dieta dei potenziali predatori, che comprendono i Mustelidi, gli Strigiformi e i Serpenti, e in particolare, i Viperidi.
Una strategia per studiare la densità della popolazione consiste nell’applicazione di protocolli di cattura, marcatura e ricattura dei singoli esemplari.
Habitat dell’Arvicola delle Nevi
L’habitat prediletto dell’Arvicola delle nevi comprende prevalentemente praterie e cespuglietti sparsi ubicati oltre i confini forestali, arrivando a districarsi anche ad altitudini notevolmente superiori ai 2500 metri sul livello del mare. La massima altitudine registrata dove è stata rintracciata la specie è di 4700 m nelle Alpi occidentali sul versante Francese del Monte Bianco.
Prediligono in particolare ambienti aperti con la presenza di pietre, preferibilmente di grandi dimensioni, situate vicino ad un corso d’acqua. La disponibilità di sassi e rocce è considerata più rilevante dell’altitudine attuale. Infatti, alcune aree con alta presenza di roccia vedono la specie presente anche a quote significativamente inferiori alle zone forestali, arrivando a quote inferiori ai 600 m di altitudine.
Il territorio italiano vede la distribuzione dell’Arvicola delle nevi tra i 170 e i 3700 m di altitudine, con una frequenza maggiore entro questo intervallo.
Comportamento e Ciclo di Vita
L’osservazione di questa specie può avvenire anche in piena luce del giorno, nonostante sia più attiva durante l’aurora e il tramonto. Non è nota per un ciclo di ibernazione invernale. Durante l’autunno, esprime la tendenza a raccogliere e stoccare erbe secche nella propria tana, dopo averle esposte al sole.
Abitudini sociali ed habitat rivelano che tende a vivere in gruppi, solitamente composti da un massimo di venti individui. Per quanto riguarda i dati sulla demografia, l’esistenza media di un maschio si estende sopra un’area approssimativa di 330 m2, rispetto ai 200 m2 della femmina.
Densità di Popolazione e Movimenti
Studi condotti sulle Alpi mostrano che il numero degli esemplari raggiunge picchi in autunno, mentre scende a minimi durante la stagione primaverile. Riferimenti statistici italiani segnalano una densità tra 5 a 10 individui per ettaro in primavera, che sale fino a 20-40 individui per ettaro in autunno. I movimenti migratori di notevole portata non sono evidenti nel comportamento di questa specie.
Struttura Dell’Habitat e Riproduzione
Le tane della specie dispongono di tre tipi di spazi distinti: uno per nidificazione, uno per stoccare cibo secco e uno per l’eliminazione dei rifiuti. Nella maggior parte dei casi, il nido è posizionato sotto una roccia.
La natura del comportamento riproduttivo è promiscua. Durante il periodo della riproduzione, i territori dei maschi mostrano una sovrapposizione significativa che non è presente nelle femmine invece. La longevità di questa specie è superiore a quella delle altre arvicole, con le femmine che vivono fino a 20 mesi e i maschi fino a 24 mesi. Nonostante la maggiore durata della vita, la specie ha un potenziale riproduttivo più basso in confronto ad altre arvicole.
La riproduzione solitamente inizia da aprile-maggio, ma l’avvio e la durata del periodo riproduttivo possono variare a seconda delle condizioni climatiche. Il periodo di gestazione è composto da 20-22 giorni. In genere, sulle Alpi, ci sono due parti all’anno, in concomitanza dei quali le femmine partoriscono da 2 a 4 cuccioli, a volte 5.
Caratteristiche Riproduttive e Longevità
L’abitualmente superiore aspettativa di vita e la capacità di riproduzione minore del genere Microtus sottolinea l’orientazione di questa specie verso una strategia del tipo K piuttosto che R, una strategia comunemente associata ad altri roditori.
Comportamenti Alimentari
Essendo prevalentemente erbivori, questi roditori si nutrono di piante, germogli, semi e fiori. Si suppone, inoltre, che possano ingoiare invertebrati. Durante i mesi invernali, la loro dieta si basa su erbe essiccate conservate in precedenza nei loro tunnel come riserva di cibo e su ogni tipo di detriti vegetali trovati sotto i manti di neve.
Dinamica della Popolazione e fattori che la influenzano
Predatori principali di questi roditori sono i carnivori, in particolare la Donnola e l’Ermellino, e occasionalmente uccelli rapaci diurni e notturni. Anche i rettili, come ad esempio nelle regioni montuose del Lazio e dell’Abruzzo, possono essere predatori significativi. In queste località, la Vipera di Orsini (Vipera ursinit) si dimostra un predatore attivo; così come nelle Alpi, dove è preda frequente del Marasso (V benis).
Preservazione e Rilevanza Economica
La suddetta specie non riveste importanza economica. Le sole interazioni con l’uomo sono dovute alla potenziale invasione della specie nelle strutture umane, prevalentemente rifugi di montagna, stalle e fienili, dove la loro presenza è solitamente accettata.
Nonostante sembri non avere significativi problemi di conservazione, almeno nel caso delle popolazioni alpine, non è tutelata dalla legge 157/92. Tuttavia, data la mancanza di interesse economico per la specie e il fatto che le popolazioni appenniniche sembrano essere piuttosto isolate e circoscritte, si potrebbe argomentare che l’Arvicola delle nevi dovrebbe ottenere protezione. Questo potrebbe essere realizzato rimuovendo la specie dall’elenco di quelle non interessate dalle disposizioni della legge 157/92.
Status nei Registri di Conservazione
L’Arvicola delle nevi figura nell’Allegato III della Convenzione di Berna, mentre è classificata come “A minor rischio” sul registro rosso della IUCN.
Il territorio di dimora dell’Arvicola delle nevi si estende nelle regioni montane d’Europa, arrivando dai Pirenei e le Alpi e si estende fino ai Carpazi, i Balcani e i Tatra, protrudendo fino all’Iran nell’Oriente medio. In Italia, la sua diffusione è costante lungo l’arco alpino, ma appare più frammentaria lungo l’Appennino, qui l’animale si trova in colonie più o meno isolate sino alla Calabria.
Aspetto e Caratteristiche Fisiche
L’Arvicola campestre è un animale con un mantello dalle tonalità mutevoli, di solito di un colore marrone-grigio, però a volte prende una sfumatura giallastra sul dorso, con le parti inferiori di colore grigio uniforme. Ha una coda molto corta. Risulta difficile distinguerla dall’altra Arvicola del sottogenere Microtus, l’Arvicola agreste, la quale ha dimensioni leggermente maggiori. L’Arvicola agreste ha un pelame più lungo e ispido, che dà agli individui un aspetto meno snello.
Ad un esame più attento, si notano altre differenze: il mantello è un po’ più scuro, le orecchie hanno un pelo più folto che si estende anche nella parte interna basale, a differenza dell’Arvicola campestre che mostra questa zona quasi completamente spoglia. Un altro punto di distinzione riguarda la struttura dell’orecchio che nell’Arvicola agreste è immerso nel pelo, mentre nell’Arvicola campestre sporge chiaramente. Infine, la differenza tra la colorazione scura della parte superiore della coda e quella inferiore, più chiara è molto più evidente nell’Arvicola agreste.
Dimensioni
In termini di dimensioni, queste possono variare. Le colonie dell’Europa del nord tendono ad avere una taglia media superiore rispetto a quelle meridionali. La lunghezza del corpo, dalla testa alla coda, varia generalmente tra 8 e 13 cm, mentre la coda misura tra 2 e 4,5 cm.
Metodi di Rilevazione e Tecniche di Monitoraggio
Similmente ad altre specie di Microtus, specificatamente l’Arvicola campestre, la posizione di questa creatura può essere identificata dal suo tracciato nell’erba e dai buchi scavati nel terreno, nonché dai residui fecali e dai frammenti di vegetazione lungo il percorso. Tuttavia, questi passaggi sono incastonati nel cuore della vegetazione e possono essere meno visibili rispetto a quelli dell’Arvicola campestre.
Per confermarne la presenza con certezza, è necessario catturare alcuni esemplari e procedere a una classificazione non semplice. In genere, i loro escrementi, trovati in mucchi ai bordi dei percorsi consueti, sono umidi e ovali quando appena depositati.
Le tecniche più sicure per monitorare e studiare le popolazioni coinvolgono il marchio e la ricattura degli esemplari, che permettono di ottenere dati precisi sulla densità numerica. Anche le trappole con molla possono fornire dati validi. Si possono avere indici di frequenza relativi, instaurando percorsi di trappole o contando i fori di accesso alle tane che risulti inseriti.
Habitat
L’Arvicola agreste si trova in spazi aperti di varia natura, sempre con un adeguato livello di umidità e una ricca copertura vegetale. La si trova principalmente nelle praterie, nelle torbiere, ai bordi dei terreni coltivati e nelle zone acquitrinose con vegetazione fitta. Compare anche nei cespugli, ai limiti o nelle radure dei boschi e nei frutteti, a patto che vi sia una fitta e persistente copertura erbosa. Può essere trovata anche nelle praterie e nei pascoli che si trovano oltre il limite della vegetazione forestale.
Habitat dell’Arvicola campestre
L’Arvicola campestre si trova in minore misura nelle regioni pianeggianti, preferendo piuttosto aree umide.
Comportamento e Ciclo Vitale
L’Arvicola campestre si caratterizza per una vita polifasica, con periodi di attività durante il giorno e la notte, con una prevalenza nelle ore crepuscolari. Nota anche per una maggiore intensità delle sue attività notturne.
Esistono due modalità principali di spostamento: sotterranea e terrestre. Per muoversi su superficie si avvale di rotte precisamente tracciate sotto un manto di erba. Inoltre, costruisce una rete di gallerie poco profonde nel suolo, in genere meno estese rispetto a quelle dell’Arvicola campestre.
Il nido, realizzato con erbe, può trovarsi sia lungo i suoi percorsi sotterranei che in superficie, ben camuffato nel fitto della vegetazione erbacea.
L’area vitale necessaria per l’Arvicola campestre è più ampia nei maschi. Questa area tende ad aumentare durante la stagione riproduttiva e nei periodi in cui la popolazione è meno densa. Durante queste fasi, l’area media vitale dei maschi si attesta intorno ai 1500 m².
Riproduzione
Il periodo riproduttivo ha una durata variabile, allungandosi per tutto l’anno in condizioni favorevoli, con un picco tra febbraio e novembre. Le femmine raggiungono la maturità sessuale a 28 giorni secondo Macdonald & Barrett, o a sei settimane secondo Gipps & Alibhai. La gravidanza dura 18-20 giorni e ogni parto può portare alla nascita di 2 a 7 piccoli, in media 4 o 5. Le femmine, che mostrano un estro post-partum, possono partorire fino a cinque volte l’anno.
Dietologia
L’Arvicola campestre si nutre esclusivamente di piante, mangiando prevalentemente parti verdi di piante erbacee, in particolare cereali, di cui consuma foglie e steli. A differenza dell’Arvicola campestre, è meno attratta dai semi, ma mangia più frequentemente la corteccia di alberi. Questa dieta può variare a seconda delle condizioni ambientali.
L’Arvicola agreste ha la capacità di nutrirsi di corteccia, staccata dalla base di giovani piante da frutto o forestali.
Elementi che alterano l’andamento delle popolazioni
La regolazione delle popolazioni di Arvicola agreste è attribuita principalmente alla predazione e alla disponibilità di risorse alimentari. I Carnivori come mustelidi e canidi, i rapaci notturni e diurni, e i serpenti specie i Viperidi, sono tra i suoi predatori principali. Il cibo accessibile ha un impatto significativo, in particolare quando le popolazioni di Arvicola raggiungono alte densità. Nel settore nord del suo habitat, le popolazioni di Arvicola agreste mostrano fluttuazioni numeriche significative anno dopo anno, con cicli di 3-5 anni. Al contrario, popolazioni in altri luoghi, compresa l’Italia, non manifestano variazioni di numero in maniera così marcata o regolare.
Da considerare è che la predazione da parte di animali generalisti e specialisti può essere in grado di stabilizzare le fluttuazioni numeriche nelle regioni dell’Europa centrale. D’altro canto, una minore presenza di predatori generalisti, combinata con una maggiore protezione fornita dal prolungato manto di neve, potrebbe provocare cicli nelle popolazioni nelle latitudini più a nord, come nel nord della Gran Bretagna e Scandinavia. In queste aree, la riuscita nella riproduzione e la densità numerica delle popolazioni di predatori specialisti sono strettamente legate all’abbondanza di Arvicola agreste.
Status e rilevanza economica
Quando le popolazioni di Arvicola agreste raggiungono numeri elevati, possono causare danni notevoli ai frutteti e alle piantagioni forestali, principalmente di latifoglie, attaccando la parte inferiore del tronco e il sistema radicale. I danni sono particolarmente gravosi in presenza di un mantello di neve, sotto il quale l’Arvicola agreste tende a rifugiarsi.
La decorticazione massiccia effettuata dall’Arvicola agreste, specialmente nelle zone vicine al colletto della pianta, risulta in un’elevata severità dei danni. Questo è un particolare problema nell’Europa del Nord, dove la fluttuazione ciclica della popolazione della specie è notevolmente notevole.
Stato della protezione
Nessuna norma nazionale prevede protezioni specifiche per l’Arvicola agreste. Di conseguenza, la specie non compare in nessuna lista annessa a direttive comunitarie o ad accordi internazionali.
Distribuzione
L’Arvicola agreste ha un esteso habitat che abbraccia la maggior parte dell’Europa e dell’Asia. Il suo areale varia dalla parte settentrionale del Portogallo, all’Estremo Oriente della Siberia e al nord-ovest della Cina. In Italia, il suo habitat è ristretto al nord-est, coprendo le regioni del Trentino-Alto Adige, il Friuli e una porzione del Veneto.
Descrizione e riconoscimento
L’Arvicola agreste appare con un mantello bruno-grigio sulle parti superiori e grigio o grigio-giallo sulla pancia. Non esiste un confine definito al livello dei fianchi. Anche se potrebbe essere difficile distinguerla dalle altre specie della stessa dimensioni basandosi solo sull’aspetto esterno, la morfologia dentale offre un più alto livello di distinzione.
Il suo pelo appare più chiaro e sembra essere meno lungo e ispido rispetto all’Arvicola agreste. I suoi orecchi sporgono chiaramente dal mantello e appaiono quasi privi di pelo. Particolarmente la parte interna dell’orecchio è quasi totalmente senza pelo, mentre nell’Arvicola agreste si prolunga nell’area interna basale.
Infine, l’Arvicola agreste si distingue per la colorazione della coda che non è chiaramente bicolore, come si vede nell’Arvicola agreste. Comparativamente alle arvicole del sotto-genere Terricola, in particolare le arvicole del Savi, sotterranee Fatio, l’identificazione può risultare più semplice. Le ultime, infatti, hanno abitudini più strettamente fossorie.
Descrizione Fisica
I vari soggetti esibiscono occhi di dimensioni ridotte, un manto più corto e orecchie minori. Particolare è la suola del piede posteriore che mostra un minor numero di callosità rispetto alle Arvicole sottogenere Terricola. Rispetto alle dimensioni, hanno una lunghezza del corpo compresa tra 8.5 e 12 cm, una coda tra 2.5 e 4 cm, un piede posteriore tra 1.3 e 1.8 cm e un orecchio tra 0.8 e 1.2 cm. Il peso varia da 15 a 40 g. Per quanto riguarda la dentizione, la formula risulta essere 1/1, 0/0, 0/0, 3/3, per un totale di 16 denti.
Segnalazioni e Metodi per il Monitoraggio
Similmente a Arvicola agreste, l’esistenza di questa specie si denota dai buchi di apertura delle tane, uniti da sentieri formati nell’erba, lungo i quali è possibile osservare residui di erba triturata. Questi sentieri e buchi diventano notevolmente visibili durante gli anni di proliferazione, quando gli individui sono facilmente notabili anche in pieno giorno. Con la fusione della neve in primavera, è possibile scovare le tracce delle loro attività invernali, segnate dai percorsi senza vegetazione ricoperti di spezzoni di erba, nidi e residui alimentari. La terra di ripieno proveniente dagli scavi delle gallerie non accumula in piccoli mucchi, ma è disseminata intorno all’uscita del buco. Gli escrementi, spesso difficili da trovare, hanno una forma quasi cilindrica e, se freschi, sono neri o tendenti al verde.
Habitat
Gli esemplari vivono in aree aperte come prati, terreni incolti, bordi e pendenze innevate, frutteti, appezzamenti coltivati con cereali e leguminose, a condizione che non siano sottoposti a lavorazioni frequenti e ben drenati, evitando i suoli eccessivamente umidi. Proprio come altre arvicole, questa specie è penalizzata da contesti di attività agricola intensiva, con appezzamenti soggetti a lavorazioni frequenti. In tali scenari, la specie si stabilisce principalmente sui margini inerbi degli appezzamenti, nei terrapieni o nelle siepi. Considerato l’incremento dell’attività di scavatura rispetto all’Arvicola agreste, i metodi di monitoraggio dovrebbero seguirne l’adattamento.
Sopravvivenza e abitazione dell’Arvicola campestre
L’Arvicola campestre ha la capacità di stabilirsi anche in territori dove la vegetazione erbacea non fornisce un adeguato rifugio, come le zone di pascolo.
L’Arvicola campestre è una specie che dimostra un’attività polifasica, svolta sia durante la notte che nelle ore diurne. La sua attività nell’arco della giornata è più intensa duranti i periodi di diffusione, ma tende a diminuire considerevolmente quando le colture vengono mietute esponendo il terreno.
Crea sistemi di tunnel sofisticati e profondi, più complessi rispetto a quelli dell’Arvicola agreste. All’interno di questi tunnel, costruisce il nido, principalmente con le foglie delle graminacee. La maggior parte dei tunnel si estende poco sotto la superficie, tuttavia alcuni possono raggiungere una profondità di circa 20 cm.
Il nido può talvolta essere situato in superficie, appoggiato sul suolo e protetto da uno strato spesso di vegetazione erbacea. All’interno delle gallerie si trovano pure depositi di erbe e semi utilizzati per le riserve alimentari.
Densità di popolazione e territorio vitale
La densità della popolazione varia enormemente durante l’anno. Il valore più basso si registra alla fine dell’inverno, mentre in autunno può arrivare a oltre 1000 individui per ettaro durante gli anni di diffusione.
L’area vitale è più ampia durante la primavera e l’estate, con dimensioni che vanno da 300 a 400 m2 per le femmine e da 1200 a 1500 m2 per i maschi.
La durata del ciclo riproduttivo varia in funzione alla latitudine e alle condizioni climatiche ed alimentari. Sebbene nella maggior parte dei casi sia compreso tra febbraio e dicembre, sotto condizioni climatiche favorevoli e disponibilità sufficiente di cibo, l’attività riproduttiva può continuare durante l’inverno.
La maturità sessuale è raggiunta alla 30° giornata di vita per i maschi, ancora prima per le femmine, che possono diventare sessualmente mature a soli 21 giorni di età. La gestazione dura da 19 a 21 giorni.
Aspetti Riproduttivi e Ciclo di Vita
Le femmine dell’Arvicola campestre, una specie di roditore europeo, partoriscono tra 2 a 10 cuccioli per volta, con una media di 5. Sono caratterizzate dal fenomeno dell’estro post-partum che consente la fecondazione immediata successiva al parto. Associato a gestazione di breve durata e ad un numero considerevole di nascite per parto, ciò attribuisce a questa specie un potenziale riproduttivo tra i più alti nella categoria dei roditori europei.
Dieta ed Ecosistema Alimentare
L’Arvicola campestre segue una dieta tipicamente erbivora, comprendente un’ampia varietà di piante erbacee, con particolare predilezione per le Leguminose e Grasse. Non solo si nutre di steli e foglie, ma anche di radici. Ogni tanto incorpora nelle sue pietanze anche forme di vertebrati in fase giovanile o adulte. Durante le stagioni invernali, causa la mancanza delle usuali fonti di sostentamento, questo roditore può ricorrere alla corteccia delle radici di piante legnose, allungandosi fino alla zona del colletto.
Dinamica delle Popolazioni e Fattori Influencer
Esistono regioni nel nord Europa dove l’Arvicola campestre si riproduce periodicamente, con cicli che vanno dai 3 ai 5 anni. Analogo comportamento si riscontra anche in alcune regioni dell’Europa centrale, come la Francia, dove le variazioni numeriche sono considerevoli da un anno all’altro e si susseguono con regolarità più o meno costante. Le esplosioni demografiche avvengono prevalentemente in anni seguenti condizioni climatiche e trofiche favorevoli, cioè in presenza di stagioni invernali miti e di cibo in abbondanza. Tuttavia, dopo aver raggiunto un picco demografico, le popolazioni possono subire una diminuzione improvvisa e drammatica. Nonostante gli studi intensivi, i fattori che determinano queste fluttuazioni cicliche di popolazione non sono ancora stati identificati con precisione.
Predatori Principali
Le principali minacce per l’Arvicola campestre provengono da mammiferi, particolarmente carnivori come la Donnola e la Volpe, e da varie specie di uccelli. Tra i rapaci notturni, Barbagianni, Gufo comune ed Allocco rappresentano i maggiori antagonisti. Di giorno, invece, Gheppio, Poiana ed Albanelle sono i predatori più frequenti.
Impatto economico e status dell’Arvicola Campestre
L’Arvicola Campestre, o la talpa d’acqua, riveste un ruolo economico crucialmente significativo in tutto il suo habitat. Questa importanza è ancor più evidente nelle regioni del nord dove si registrano ciclici episodi di proliferazione della specie. Nonostante la sua presenza in Italia sia localizzata in aree ridotte, il suo impatto economico è altamente significativo. La talpa d’acqua può provocare danni rilevanti agli orchetti, ai terreni di foraggio e ai campi cerealicoli, in modo particolare quando le piante sono ancora verdi. Un esemplificativo direttamente coinvolto dall’azione distruttiva della specie è l’orchetto meleto del Trentino Alto Adige, dove le marmotte, danneggiano spesso in modo irreversibile le piante di mele, spogliandone il sistema radicale fino al suo nucleo. In tutto il territorio nazionale, la specie non è tutelata da alcuna legislazione e non figura neppure nelle appendici delle direttive dell’Unione europea o in quelle dei trattati internazionali.
Diffusione dell’Arvicola Campestre
L’Arvicola Campestre, ha un’ampia gamma geografica che spazia dal nord della Spagna fino agli Urali. Non si trova nel Regno Unito, sebbene abbia colonizzato alcune isole dell’Atlantico. Il nord del suo habitat raggiunge la Danimarca, dove non si estende oltre l’isoterma degli 0°C nel mese di luglio, mentre la sua espansione a sud è limitata dall’umidità estiva, un fattore che ne spiega l’assenza da gran parte della penisola.
La distribuzione dell’Arvicola campestre in Italia sembra limitata ad una regione nord-orientale che comprende il Trentino-Alto Adige, il Friuli, il Veneto e parte dell’Emilia Romagna.
L’Arvicola Sotterranea, una variante dell’Arvicola Campestre, ha una pelliccia di colore grigio scuro, con tonalità più leggere sotto l’addome. Il pelo è morbido, con una caratteristica similitudine alla pelliccia di una talpa. Gli occhi sono molto ridotti.
Caratteristiche Morfologiche
Possiede orecchie completamente ricoperte da una fitta peluria e una coda sfumata in due colori. La sua affinità estetica con altri organismi di roditore di grandezza simile assicura la corretta categorizzazione solo attraverso la revisione degli attributi craniali e dentali. Si osserva una difficoltà predominante nel suo riconoscimento dalle altre razze del sottogenere Terricola, come l’Arvicola di Fatio e l’Arvicola del Savi. Tuttavia, rispetto al primo, evidenzia una sfumatura prevalentemente grigia, con sottotoni più pallidi sulla pancia e arancioni sul dorso.
Per un’identificazione più precisa, è necessaria l’indagine craniometrica di molti caratteri, inclusa la misura condilo-basale, normalmente superiore a 23 mm nella Arvicola di Fatio. Al contrario, ha una coda lievemente più lunga e orecchie più ampie rispetto alla Arvicola del Savi.
In confronto con altre Arvicole del sottogenere Micron^, l’Arvicola sotterranea ha occhi più ridotti e orecchie relativamente più corte. Il piede posteriore presenta solo cinque cuscinetti, contrariamente ai sei del sottogenere Microtus. Le dimensioni del corpo variano da 7,5 a 11 cm, la coda misura da 2,5 a 4,2 cm, il piede posteriore da 1,4 a 1,7 cm, l’orecchio da 0,7 a 1 cm, e il peso fluttua tra 13 e 24 grammi.
La sua dentatura comprende 16 denti, con la seguente formula dentale: 1/1, 0/0, 0/0, 3/3.
Segni distintivi e metodi di monitoraggio
La specie non lascia impronte o tracce distinte rispetto agli altri fossori arvicoli. Il modo più efficace di rilevare la sua presenza è attraverso la cattura di esemplari con trappole, ma la classificazione di questi individui può rivelarsi complessa.
Habitat
Vive in ambienti umidi e freschi, principalmente prati, coltivazioni, margine di fossati, paludi, spazi aperti e dintorni di foreste, boschi sparsi. Può anche essere rintracciata nei giardini e nelle coltivazioni ortive. È comune ritrovarla nelle praterie di alta montagna con arbusti di mirtilli e rododendri, come è frequentemente osservato nelle regioni centrali e orientali d’Europa.
Diffusione dell’Arvicola
Questa creatura è localizzata in varie parti del globo, con rilevazioni fino a un’altezza di 2500 metri sopra il livello del mare. In Italia, la sua presenza si estende dal terreno collinare ad altitudini superiori a 2000 metri sul livello del mare. Nonostante ciò, ci sono anche riferimenti della sua esistenza all’interno della Pianura Padana.
Abitudini e Processi Riproduttivi
L’arvicola è nota per la sua notevole attività di scavatrice, particolarmente in aree dove può ottenere l’alimento necessario senza dover si esporsi all’aperto. Questo è frequente in ambienti agricoli, dove l’arvicola tende a utilizzare le parti sotterranee delle piante. Se c’è una copertura vegetativa sufficiente, l’animale può spesso fare incursioni esterne per cibo. Nelle regioni montane, l’arvicola mostra comportamenti meno fossori, con attività di superficie più evidente rispetto alle aree pianeggianti.
L’essere rivela un comportamento polifasico, alternando molteplici periodi di attività e di riposo di durata breve. Il nido, formato da erbe, muschio e radici, risiede in un labirinto di gallerie complesse e profonde fino a 30 cm, con poche aperture. Rispetto alle altre specie affini, quest’animale ha lo stile di bloccare l’entrata dei suoi cunicoli con terra, soprattutto durante gli eventi di intense precipitazioni e temperature gelide.
Pattern di Riproduzione e Popolazione
L’arvicola è poligama, con i maschi che possiedono territori significativamente più estesi e con una sovrapposizione maggiore, mentre ogni femmina salvaguarda un territorio più piccolo e esclusivo. Le dimensioni medie dei territori sono oltre 1000 m2 per i maschi, mentre le femmine controllano territori di circa 250 m2. La densità di popolazione dell’arvicola oscilla nel corso dell’anno e da un anno all’altro. In Svizzera, sono stati riscontrati i numeri più alti durante l’autunno, con una densità di 52 individui per ettaro.
La riproduzione può avvenire tutto l’anno, anche se c’è una maggiore intensità tra marzo e settembre. Il periodo di gestazione dura 21 giorni.
Riproduzione
Le femmine di questa specie danno alla luce in genere tra uno e quattro cuccioli, più comunemente due o tre. Queste raggiungono la loro maturità sessuale quando hanno appena tre mesi di età. Interessante è che, grazie all’elevata fertilità post partum, le femmine possono concepire nuovamente immediatamente dopo il parto. Come nel caso di Arvicola del Savi, è possibile assistere alle femmine che allattano i loro piccoli.
Dieta
Elevata è la preferenza delle specie Arvicola sotterranea per un’alimentazione prevalentemente vegetariana. Consuma soprattutto le radici delle piante erbacee, ma non disdegna le parti verdi e i semi. In talune circostanze, può nutrirsi anche di foglie.
Fattori Popolazionali
Anche per Arvicola, le risorse alimentari e le condizioni atmosferiche rappresentano elementi chiave nella regolazione e limitazione della densità popolatoria. La specie fa parte della dieta di diversi predatori, tra cui rapaci notturni e diurni, mammiferi carnivori e serpenti.
Le conoscenze riguardanti lo stato di conservazione delle popolazioni italiane di questa dello Arvicola sotterranea sono limitate, come lo sono le informazioni relative alla relativa importanza economica. Sebbene modesta, la sua presenza può occasionalmente causare danni a colture orticole con un midollo tenero e radici fittonanti o a bulbo. Nonostante ciò, la presenza della specie sul territorio italiano è scarsa. A livello istituzionale, non esistono norme che ne salvaguardano la protezione, né la specie è coperta da direttive europee o accordi internazionali.
Distribuzione
Arvicola sotterranea ha una distribuzione eurasiatica, i cui confini vanno dalla Francia centro-settentrionale all’Ucraina e al fiume Don, fino al nord della Grecia. Popolazioni separate si trovano anche nell’estremo nord-est della Russia. In Italia, la presenza di Arvicola sotterranea è limitata al nord-est, in particolare in alcune zone del Friuli e del Veneto.
Identificazione e Caratteristiche Distintive
L’Arvicola di Fatio esibisce un mantello con un’insolita colorazione marone-rossastra, che tende ad essere più chiaro, a volte persino grigio-giallo, sul ventre. Distinguere questa creatura dalle altre arvicole fossorie del sottogenere Terricola può essere un compito complesso, soprattutto perché ha un aspetto molto simile all’Arvicola sotterranea, sebbene di dimensioni leggermente più grandi. Questo roditore ha un pelliccia con meno sfumature grigie, e più toni giallo e rosso. Altre caratteristiche distintive includono le sue orecchie molto piccole e la sua coda breve. Per una determinazione più accurata, gli studi craniometrici su vari attributi si rivelano essenziali.
Rispetto all’Arvicola del Savi, la differenziazione è leggermente più semplice, grazie alla colorazione del mantello più dark e la coda un pochino più long. Infatti, è più lunga rispetto a quest’ultima. Nuove ricerche suggeriscono che l’Arvicola del Liechtenstein M. liechtensteini, che ha una diffusione limitata in Italia, dovrebbe essere considerata come una specie a sé stante anziché una sottospecie dell’Arvicola di Fatio, nonostante sia quasi impossibile distinguerle sulla base della morfologia esterna.
In termini di dimensioni fisiche, la lunghezza corpo-testa oscilla fra 8,5 e 11,5 cm, la coda tra 2,7 e 4 cm, il piede posteriore tra 1,5 e 1,7 cm, l’orecchio tra 0,9 e 1,1 cm e pesa tra 15 e 25 grammi. La formula dentaria mostrata: 1/1, 0/0, 0/0, 3/3, per un totale di 16 denti.
Indicazioni di Presenza e Metodi di Monitoraggio
I segni lasciati dall’Arvicola di Fatio non si differenziano grandemente da quelli di altre fossorie di dimensioni simili. Sono particolarmente evidenti i sentieri che collegano le diverse aperture di tana, usati per muoversi. A causa della sua attività principalmente diurna rispetto all’Arvicola Sotterranea, è a volte possibile vederla durante i suoi brevi spostamenti all’aperto.
Habitat Preferito
L’Arvicola di Fatio mostra una preferenza per gli ambienti umidi con terreni.
Zona di Residenza e Variazioni di Altezza
L’Arvicola di Fatio è rintracciabile in diverse zone geografiche caratterizzate da una vegetazione erbacea fitta e rada. Il suo habitat comprende dalle praterie, ai terreni agricoli, dalle paludi alle boscaglie con vegetazione rada. L’ambiente in cui si sviluppa parte dalle zone di media collina, raggiungendo le regioni montane o subalpine, con un’altitudine massima di 2000 metri.
Tuttavia, la distribuzione basata sull’altitudine varia molto in base alla zona geografica. Ad esempio, in Francia viene rilevata da altitudini di 1000 metri fino a 2800 metri. Vive inoltre nelle foreste d’alta quota, avventurandosi oltre il limite della vegetazione. In Svizzera, invece, la sua presenza è registrata a partire dai 200 metri, ma supera molto raramente i 1300 metri.
Comportamento e Procreazione dell’Arvicola di Fatio
La sua attività è polifasica, caratterizzata dall’alternanza di numerosi momenti di riposo e attività. Nonostante sia caratterizzata da abitudini di scavo, compie frequentemente gite all’aperto, utilizzando percorsi superficiali tra le sterpaglie.
Il suo nido è tipicamente situato all’interno di un ampio ma superficiale sistema di tunnel. In aree con un prolungato innevamento, il nido può essere collocato in superficie, sotto la neve. In queste zone, la specie crea una fitta rete di percorsi al di sotto della neve che permette agli individui di spostarsi nella ricerca di cibo. L’uscita dei tunnel può essere riconosciuta dall’accumulo di terra scavata.
Area Vitale e Popolazione
L’area vitale media per questa specie, come osservato in Svizzera, è di circa 342 m2 per i maschi e 229 m2 per le femmine. Le densità di popolazione sembrano essere inferiori rispetto a quelle di altre specie di arvicole. In Svizzera, il valore massimo è attorno ai 40 individui per ettaro, mentre in Francia sono stati registrati dati autunnali fino a 100 individui per ettaro.
Riproduzione e Prolificità
Non si dispongono di molti dati sulla biologia riproduttiva. Le femmine partoriscono da 2 a 4 piccoli alla volta. Nonostante una prolificità relativamente bassa, questo viene bilanciato da una stagione riproduttiva piuttosto prolungata e da un numero consistente di femmine in età fertile.
Riproduzione
La specie, nota come Arvicola di Fatio, è in grado di riprodursi nel suo secondo anno di esistenza.
Dieta
Essendo un erbivoro puro, l’Arvicola di Fatio si alimenta principalmente di parti di piante come steli, semi, radici, bulbi e rizomi. La composizione della sua dieta varia durante la stagione fredda, in particolare nelle zone con prolungate nevicate. Studi sulla riserva di cibo raccolta durante l’inverno nelle sue tane rivelano che in questo periodo l’animale si nutre in gran parte di rizomi, bulbi vegetali e semi di alberi.
Fattori che influiscono sulla dinamica delle popolazioni
Similmente ad altre specie di arvicole, la preda e l’accessibilità del cibo svolgono un ruolo cruciale nel regolare le dimensioni della popolazione. Per questa specie, la copertura nevosa prolungata durante l’anno è particolarmente vantaggiosa, sia per il suo effetto isolante dal punto di vista termico, sia per la protezione che offre dai predatori, tra cui carnivori e uccelli rapaci notturni.
Status e rilevanza economica
Nel suo habitat naturale italiano, l’Arvicola di Fatio è abbondante nei biotopi appropriati e non è considerato in pericolo. Occasionalmente, causa danni all’agricoltura, che sono spesso erroneamente attribuiti ad un’altra specie simile, l’Arvicola di Savi. La specie non è oggetto di protezione secondo le leggi nazionali, né è elencata nelle direttive UE o nei trattati internazionali.
Distribuzione
L’Arvicola di Fatio è presente nelle regioni alpine e prealpine di Francia, Svizzera, Austria, Slovenia e Italia. La recente classificazione dell’Arvicola di Lietchtenstein come specie distinta ha comportato che le popolazioni precedentemente considerate come Arvicola di Fatio in alcune parti del Trentino, Friuli-Venezia Giulia e Veneto devono essere riclassificate sotto M.
Sull’espansione dell’Arvicola di Fatio in Italia
In Italia, l’Arvicola di Fatio estende il suo habitat fino alle regioni dell’Appennino, specificamente nelle aree della Toscana e dell’Emilia Romagna. Tuttavia, le frontiere esatte meridionali della sua distribuzione rimangono, fino ad oggi, scarsamente indagate.
L’Arvicola del Savi si caratterizza per la tintura bruna del suo mantello, con una tonalità di colore che varia tra più scuro lungo la schiena e grigiastro sul lato ventrale. Puoi notare padiglioni auricolari notevolmente ridotti. Rispetto all’Arvicola terrestre e all’Arvicola dei boschi, l’Arvicola del Savi è distintamente più piccola e presenta un mantello con colorazione meno riunita. L’arvicola dei boschi, dal canto suo, dispone di orecchie e coda più pronunciate. La discriminazione dell’Arvicola del Savi diventa più complessa quando si tratta delle altre specie del genere Microtus, in particolare l’Arvicola di Fatio e l’Arvicola sotterranea. Nonostante l’Arvicola del Savi abbia una coda leggermente più corta e un mantello più chiaro rispetto ad entrambe, rispetto solo all’Arvicola sotterranea le orecchie risultano più piccole.
Difficoltà nel riconoscimento tra Arvicola del Savi e Arvicola di Fatio
La differenziazione tra l’Arvicola del Savi e quella di Fatio diventa problematica, nonostante il ricorso all’esame delle caratteristiche craniche, dal momento che alcuni specifici individui presentano particolarità intermedie tra le due specie, rendendo difficile la loro precisa identificazione.
Di recente, sulla base di divergenze cariologiche, è stata distinta una nuova specie dall’Arvicola del Savi, chiamata M. brachycercus. Questa specie è diffusa nell’Italia del sud. Tuttavia, non c’è consenso unanime sul suo specifico valore come specie separata.
Segni di presenza e metodi di monitoraggio dell’Arvicola del Savi
I segni dell’Arvicola del Savi sono molto simili a quelli di altre arvicole, in particolare quando si tratta di tracce nell’ambiente agricolo all’aperto.
Nelle fattorie e nei prati, l’arvicola è generalmente indicata dalla presenza di tunnell che conducono a buche circolari ampie dai 3 ai 5 cm. Nei dintorni di queste aperture, si possono osservare spazi di dimensioni variabili, nei quali la vegetazione è stata rimossa e trascinata all’interno dei tunnel dagli animali stessi. Queste radure circolari sono il segno più evidente dell’arvicola nel territorio.
Danni Causati dalle Arvicole alle Coltivazioni
È interessante notare i danni causati da queste creature a molte piante coltivate e fruttifere. Su alberi per esempio, è possibile osservare che la corteccia è stata rimossa dalle radici fino alla base dell’albero, provocando in molti casi la disidratazione e la morte della pianta.
La Cattura delle Arvicole
Sorprendentemente la cattura di queste creature può diventare complessa se non si riesce a identificare l’accesso dei tunnel, come spesso succede nelle coltivazioni di carciofi. In condizioni favorevoli, le trappole devono essere posizionate vicino ai buchi di uscita, facendo attenzione a posizionarle in modo che diventino una naturale estensione dei tunnel. L’esca deve essere di origine vegetale, con la mela e i fiocchi d’avena precotti che dimostrano di essere particolarmente efficaci.
Habitat dell’Arvicola
L’arvicola del Savi è un animale che generalmente si trova negli spazi aperti, tuttavia ha una notevole capacità di adattamento che le permette di popolare una varietà di ambienti, come prati non coltivati, coltivazioni, frutteti, bordi stradali e pendii, margini dei fossi e dei canali, radure, e anche aree periferiche dei boschi dove è ancora presente vegetazione erbacea. Questo fattore è essenziale per la sua presenza in qualsiasi ambiente. Infatti, a causa della sua dieta prevalentemente erbivora, l’arvicola del Savi prospera in tutti quelle aree culturali dove esiste un tappeto erboso che rimane rigoglioso durante tutto l’anno.
Habitat e Adattabilità
Frequentemente nelle aree orticole o in frutteti non arati, questa specie trova le condizioni ideali per prosperare, ottenendo in certi casi popolazioni eccezionalmente numerose. Questo organismo mostra una notevole adattabilità alle proprietà del terreno. Il suo habitat ideale è un terreno soffice e mediamente compatto, adeguatamente profondo e umido, ma con un buon drenaggio. Tuttavia, può abitare anche terreni sabbiosi, eolici, con un’abbondanza di pietrame, torbosi, argillosi e persino quelli che presentano ristagni d’acqua permanenti.
Nonostante possa trarre beneficio da terreni incolti nelle regioni campestri, l’organismo può adattarsi e sopravvivere anche in luoghi con coltivazioni frequenti. Il ritrovamento dell’Arvicola del Savi varia dall’altitudine basale fino a altitudini collinari e montane, spingendosi occasionalmente oltre il confine della vegetazione boschiva.
Ciclo di Vita e Comportamento
L’Arvicola del Savi mostra un patrocinio di attività polifasico, che consiste in un’interruzione frequente tra brevi pause e periodi di attività. È un organismo che si dimostra attivo sia di giorno che di notte, con la possibilità di osservarlo compiere veloci incursioni nell’aperto nelle vicinanze immediate dell’apertura della sua tana, al fine di raccogliere il foraggio necessario per nutrirsi.
Questa specie posiziona il suo nido all’interno di tunnel che si estendono in un sistema molto esteso e complesso, che termina in numerose aperture rotonde verso l’esterno. Occasionalmente, può utilizzare i tunnel scavati dalle talpe. Accumula riserve di cibo all’interno dei tunnel.
L’estensione media dell’habitat è di circa 450 m2 per i maschi e 300 m2 per le femmine. Il suo comportamento è caratterizzato da un alto grado di socializzazione, con le popolazioni selvatiche che sono costituite da gruppi molto vari per sesso ed età. Gli individui di un singolo gruppo possono arrivare fino a quindici, con alcune femmine, fino a un massimo di tre, un maschio maturo e alcuni giovani e animali subadulti che utilizzano gli stessi nidi.
Comportamento Riproduttivo e Alimentare delle Femmine di una Specifica Specie
Studi scientifici in laboratorio hanno rivelato che le femmine di una particolare specie sono in grado di allevare la propria prole in nidi collettivi, condividendo la responsabilità dell’accudimento. In caso di pericolo, cercano la sicurezza portando con sé i loro piccoli, agganciati alle spalle, e talora ricevono assistenza nel rapido spostamento della loro progenie dai membri più giovani della famiglia della generazione precedente, capaci di trasportare i piccoli con la bocca.
Nelle zone mediterranee, la loro attività di riproduzione può essere costante dal tardo autunno alla primavera avanzata, interrompendosi solitamente solo nei mesi più caldi e aridi. Secondo i dati di ricerca in laboratorio, le femmine raggiungono la maturità sessuale all’età di approssimativamente 50 giorni, con un’età minima di 42 giorni, e danno alla luce il loro primo piccolo tra i 99 giorni di vita. La gravidanza dura 24 giorni. L’intervallo di tempo tra due parti successivi è di circa 30 giorni, che aumenta in estate e autunno, ma si accorcia in inverno e primavera. Questo alto tasso riproduttivo è permesso grazie all’estro post partum, che consente alle femmine di accoppiarsi di nuovo subito dopo la fine della gravidanza. Il numero di piccoli nati ad ogni parto varia da 1 a 4, ma in maggioranza è tra 2 e 3. La media in condizioni di laboratorio è 2.6.
Alimentazione
Questa specie predominantly vegetariana e erbivora, basa la sua dieta sulle piante erbacce annuali e perenni, selvatiche e coltivate, consumando sia le parti aeree che sotterranee, come radici, bulbi e rizomi. Hanno una preferenza per le graminacee, ma consumano anche leguminose, composte e chenopodiacee. La mancanza di erba durante la stagione invernale può spingere queste creature a nutrirsi della corteccia e delle radici alla base dei fusti delle piante arboree, causando a volte notevoli danni alle piante coltivate e ornamentali.
Dieta e variazioni della popolazione dell’Arvicola del Savi
Esiste una varietà nella dieta dell’Arvicola del Savi, che include fiori, semi e frutti. La popolazione di questa specie mostra una consistenza numerica che può variare notevolmente di anno in anno, pur senza esibire le notevoli fluttuazioni stagionali riscontrate in altre arvicole. La fonte alimentare primaria, principalmente erbacea, rappresenta un fattore critico di limitazione. Durante gli anni in cui la popolazione raggiunge picchi massimi, l’arvicola del Savi può orientarsi verso altre fonti di cibo nei mesi invernali, causando danni significativi all’agricoltura.
Predatori dell’Arvicola del Savi
Molteplici sono i predatori dell’Arvicola del Savi, con i rapaci notturni, in particolare il Barbagianni, l’Allocco e il Gufo comune, che rappresentano i più frequenti. Altri predatori significativi includono i rapaci diurni, come il Gheppio, e alcuni mammiferi della famiglia dei Mustelidi, in particolare la Donnola. La predazione da parte di serpenti, tuttavia, è un evento piuttosto raro.
Status dell’Arvicola del Savi e impatto economico
Nonostante l’Arvicola del Savi sia un abitante comune nelle zone aperte di tutta la penisola italiana, e non si riscontrino problemi in relazione alla sua conservazione, ha un notevole impatto economico per le coltivazioni. Durante i periodi di massima proliferazione, questa specie può causare enormi danni agli alberi da frutto, attaccando le loro radici. Alcune colture particolarmente colpite includono mele, varie drupe, agrumi ed ulivi. L’arvicola del Savi può anche danneggiare diverse colture orticole come carciofi, lattughe, radicchi e finocchi, nonché giovani impianti forestali di querce, aceri, ciliegi, olmi e frassini. Il frequente uso di esche rodenticida contro questa specie pone una seria questione riguardante la tossicità secondaria per i suoi predatori, principalmente gli Strigiformi.
Regolamentazioni sulla protezione
La specie non gode di alcuna tutela secondo la legislazione nazionale, né appare negli allegati di direttive europee o trattati globali.
Distribuzione geografica
La specie si localizza principalmente nell’area del Mediterraneo, vivendo nel sud-est della Francia e nell’Italia, dove è diffusa in tutta la penisola e in Sicilia. A differenza dei suoi simili Arvicolini, non è rintracciabile in Sardegna. Nonostante un moderno ritrovamento suggerisca la sua presenza nell’isola d’Elba, è probabile che la specie non vi risieda. Non ci sono, invece, dati affidabili sulla presenza di M. brachycercus, che sembra sostituire M. savii in alcune regioni del sud Italia.
Descrizione fisica e identificazione
La Muskrat è il più voluminoso tra gli Arvicolini europei. La pigmentazione del manto può variare, ma solitamente è di un tono marrone-rossastro o marrone-scuro sulla parte superiore e sui lati, mentre diventa da marrone chiaro a grigio sulla parte inferiore.
Gli occhi sono di piccole dimensioni e le orecchie non sono molto sviluppate. La coda è lunga, priva di peli e lateralmente compressa. Le zampe posteriori hanno dita unite da una membrana per metà del loro lungo e sono contornate da pelo rado. Le zampe anteriori sono più corte delle posteriori.
Queste particolarità fisiche facilitano l’identificazione della specie rispetto ad altri animali acquatici, ad esempio l’Arvicola terrestre, che è di dimensioni decisamente inferiori e ha una coda proporzionalmente più breve, e la nutria, che è sensibilmente più grande.
A differenza della Muskrat, entrambe le specie hanno una coda di sezione cilindrica. Inoltre, diversamente dalla maggioranza degli Arvicolini, gli adulti di questa specie hanno molari con radici.
Monitoraggio e segni di presenza
Gli argini dei fiumi ospitano grotte sotterranee prevalentemente subacquee, scolpite dall’Ondatra. Il loro diametro solitamente varia da 15 a 20 centimetri, una grandezza superiore rispetto alle buche dell’Arvicola terrestre e del Ratto delle chiaviche, ma minore se paragonata a quelle della Nutria.
Anatomia dei nidi galleggianti
Non è raro vedere i nidi dell’Ondatra che galleggiano sull’acqua. Sono costruiti principalmente da canne e giunchi, che vengono accumulati in mucchi. Questi possono raggiungere fino a un metro di altezza e un’ampia larghezza variabile da 1,5 a 2 metri.
Tracce di attività alimentare
I pezzi di erba, residui dell’alimentazione di questi animali, possono essere visibili frequentemente a galla sull’acqua.
Movimenti nell’acqua
Nelle ore diurne, l’Ondatra è spesso difficile da notare mentre nuota, tenendo al di sopra dell’acqua solo la testa e le spalle. Il dorso, per la maggior parte, permane sott’acqua. A differenza della Nutria, che tiene la testa e il dorso fuori dall’acqua con le spalle leggermente sommerse o vicino alla superficie. L’Arvicola terrestre, con le sue dimensioni ridotte, si tiene abbastanza alta sull’acqua, mostrando testa, spalle e dorso.
Caratteristiche degli escrementi
Le feci sono di forma cilindrica, con lunghezza fino a 1.5 cm, e possono presentare tonalità marroni o verdi. Normalmente, vengono deposte in piccoli mucchi nei luoghi di attività dell’Ondatra.
Individuazione e monitoraggio delle Ondatre
La presenza dell’Ondatra si identifica principalmente dai segni descritti sopra. Per valutare la densità relativa degli individui, o in alcuni casi specifici, la densità della popolazione, è possibile effettuare un conteggio dei nidificati particolari, soprattutto durante l’autunno, nell’acqua. Queste stime sono comunque da convalidare con trappole che implicano il segnare e ricatturare gli individui, una metodologia che rimane la più affidabile per avere una misurazione della densità della popolazione.
Habitat Prediletti
L’ondatra preferisce gli habitat con acque poco profonde e dal flusso lento, ma può adattarsi a qualsiasi ambiente che offre risorse adeguate.
Habitat e Distribuzione
L’ondatra si adatta in ambienti acquatici ricchi di vegetazione, come zone umide, paludi, laghi, canali e corsi d’acqua stagnanti. Mentre questo roditore ama soprattutto le regioni piatte, è capace di migrare lungo le principali vie fluviali e stabilirsi in zone collinari – preservando così la biodiversità dell’habitat.
Comportamento e Ciclo di Vita
Le ondatre sono essenzialmente creature notturne, che si attivano solo dal crepuscolo e continuano per tutta la notte. È raro vedere questi mammiferi durante il giorno, a meno che non ci siano elevatissime densità popolazionali.
Caratteristiche Fisiche Distintive
Con la loro abilità unica a nuotare e rosicchiare sotto l’acqua grazie alla loro struttura boccale particolare, le ondatre eccellono tra i roditori. Il loro nome “Topo muschiato” deriva dalla presenza dei sistemi ghiandolari peri-neali che emanano un intenso profumo di muschio. Queste ghiandole si trovano sia nei maschi sia nelle femmine, ma sono più prominenti nei primi – localizzate sotto la pelle alla base della coda.
Segnalazione del Territorio
Durante il periodo di accoppiamento, i toponi muschiati rilasciano la loro caratteristica sostanza odorosa. Questo viene fatto nei luoghi in cui depositano le loro feci, vicino alle loro tane, o lungo i sentieri sui bordi dei corsi d’acqua. Questo agisce come segno distintivo del loro territorio.
Rifugi e Gallerie
Gli ondrastra possono trovare rifugio sia in gallerie sotterranee che in nidi galleggianti. Le gallerie sono generalmente scavate nell’argine dei fiumi, formando estesi sistemi sotterranei. L’apertura esterna di queste gallerie è rappresentata da buchi di circa 15-20 cm di diametro, che in molti casi si trovano sotto l’acqua. Il primo segmento della galleria conduce a una camera che si trova sopra il livello dell’acqua, da qui partono altre gallerie, alcune delle quali può correre parallelamente alla riva per diversi metri.
Impatto dei canali e corsi d’acqua nel modulare le abitudini delle specie
I corpi idrici come torrenti e canali possono rendere menzionati gli habitat per alcune specie. Particolarmente nelle regioni umide costellate di canneti, le creature possono erigere nidi esterni, fondamentalmente composti da grappoli di steli di canne e vari vegetali della palude. L’aspetto e la struttura di questi nidi tendono a variare stagionalmente.
Caratteristiche dei nidi nei diversi periodi dell’anno
Durante i mesi caldi di primavera ed estate, gli animali di queste specie costruiscono nidi di dimensioni considerevoli, destinati all’incubazione e alla cura delle prole. Queste strutture elaborate sono formate principalmente da grandi agglomerati di vegetazione, con una dimensione tra uno e due metri, e possono sorgere fino a un metro di altezza. L’autunno, invece, vede l’emergere di nidi più compatti, alti tra 30 e 40 cm, utilizzati principalmente per il nutrimento, spesso situati nei pressi di nidi più spaziosi dove trova riparo un numero maggiore di individui.
Distribuzione della popolazione e movimenti migratori
Le densità numeriche delle popolazioni possono oscillare notevolmente, oscillando tra l’ospitare una o due coppie per ettaro fino a molte decine. La ricerca in Belgio ha evidenziato il picco massimo di densità in estate, con numeri che possono raggiungere fino a 11 individui per kilometro di corso d’acqua.
La specie Ondatra si distingue per la sua straordinaria capacità di espandersi, riuscendo a colonizzare vasti territori in un lasso di tempo relativamente breve, come dimostrato dalla sua rapida diffusione in Francia negli ultimi decenni. I periodi principali di migrazione coincidono generalmente con la fine dell’inverno, che segna l’inizio della stagione riproduttiva, e l’autunno, quando i giovani divengono indipendenti e iniziano a cercare un territorio individuale.
Comportamento territoriale nelle diverse stagioni dell’anno
Le Ondatra esibiscono territorialità, soprattutto durante la stagione riproduttiva, quando maschi e femmine proteggono attivamente i propri territori. Nelle regioni europee, questo periodo si estende comunemente da marzo a settembre, anche se nelle aree più meridionali dell’areale di origine può prolungarsi ulteriormente. La maturità sessuale viene generalmente raggiunta all’età di un anno, ma i cuccioli nati dal primo ciclo riproduttivo dell’anno possono essere capaci di raggiungere la maturità in anticipo.
Riproduzione e Ciclo Vitale
Le femmine possono procreare già nel primo autunno della loro vita, con un periodo di gestazione che varia tra i 25 e i 30 giorni, al termine del quale partoriscono da 4 a 8 cuccioli. Sebbene in genere abbiano da 1 a 3 parti l’anno, in aree con un clima più mite possono arrivare a partorire fino a 6 volte all’anno.
Dieta ed Adattabilità Alimentare
La dieta di questa specie è principalmente costituita da piante, ma mostra una spiccata flessibilità alimentare. Questo le permette di adattarsi a diverse condizioni ambientali, e di far fronte ai cambiamenti che possono verificarsi nelle comunità vegetali presenti lungo le rive dei fiumi a causa delle fluttuazioni del livello dell’acqua. Il suo cibo principale è la vegetazione ripariana ed acquatica, come rizomi e culmi di canne, tife, ninfee, carici e altre erbe, privilegiando la parte inferiore, più nutritiva. Non disdegna nemmeno le colture vicine all’acqua, la corteccia di giovani alberi e, occasionalmente, molluschi e crostacei, mentre i pesci sono consumati solo se già morti.
Predatori e Dinamica delle Popolazioni
Questa creatura subisce la predazione di molti animali, ma, perlomeno nelle aree del continente europeo dove è stata introdotta, questa non sembra avere un impatto significativo sulla dimensione della sua popolazione. I predatori più pericolosi sono carnivori come la volpe e alcuni mustelidi, tra i quali spicca il Visone americano, rivale naturale nell’habitat di origine, ora introdotto in molte zone d’Europa per l’allevamento delle pellicce.
Nel nord del suo areale d’origine, questa specie segue cicli di popolazione con fasi di esplosione che si registrano con una frequenza tra i 3 e i 13 anni, a seconda della latitudine.
L’Ondatra occupa la posizione preminente nell’industria delle pellicce presenti in natura, con la sua caccia effettuata tramite trappole specializzate, ora estesa anche in certe zone dell’Europa orientale, dove questa creatura è stata introdotta.
Valore economico e stato di conservazione
A causa della ricchezza della sua pelliccia commercializzata come “Rat musqué”, l’Ondatra viene allevata su scala industriale in tutto il globo. L’animale si è diffuso così largamente a seguito di evasioni dagli allevamenti o conseguenti a rilasci intenzionali che il suo nuovo territorio ora supera notevolmente la sua zona d’origine.
Nonostante la specie non costituisca un danno in Italia, data la quelle ridotte delle sue popolazioni, l’espansione del suo territorio potrebbe rappresentare un rischio considerevole. In molti paesi in cui è stata introdotta, l’Ondatra ha causato danni notevoli all’ecosistema acquatico, specialmente alle paludi di canne, alterando profondamente l’habitat naturale. I danni all’agricoltura sono anch’essi importanti, specialmente per le coltivazioni di cereali, l’orticoltura e le leguminose foraggere.
L’attività intensiva di scavare tra gli argini dei canali, pozze e risaie potrebbe provocare il crollo di argini e dighe di terra, suscitando problemi significativi a causa delle inondazioni che ne derivano. Ciò può anche comportare problemi agli animali domestici nelle vicinanze dei corsi d’acqua, a causa degli improvvisi cedimenti del suolo sopra le gallerie sotto il peso del bestiame al pascolo.
L’Ondatra e il ruolo nella diffusione delle malattie
L’Ondatra può partecipare alla diffusione di diverse malattie causate da varie fonti, tra cui le sindromi da Hantavirus, la tularemia, la giardiasi e l’echinococcosi alveolare. Gode della protezione con la legge 157/92.
Distribuzione
Il territorio originale dell’ondatra include quasi tutto il Nord America, estendendo.
Diffusione ed Espansione di Specie Animali
Dall’Alaska e dal Canada a nord, estendendosi fino al Colorado, Rio Grande, e al Golfo del Messico a sud, certe specie animali risiedono. Queste specie, date le pregevoli caratteristiche della loro pelliccia, sono state importate per la produzione industriale in vari allevamenti attraverso l’Europa, l’Asia, e il Sud America. La loro introduzione in Europa fu inizialmente in Cecoslovacchia nel 1905, da allora hanno esteso la loro presenza in molti altri paesi. Furono portate anche in Inghilterra nel 1930, ma furono completamente estirpate grazie a una campagna di cattura tempestiva.
Prime Apparizioni in Italia
In Italia, le prime segnalazioni di questi animali risalgono agli anni ’50, tuttavia, è probabile che fossero piccole colonie non indigenizzate. L’areale attuale di queste specie è ristretto a specifiche regioni del Friuli-Venezia Giulia, considerato il risultato dell’espansione delle popolazioni slovene.
La Famiglia Muridae
Inserita nell’ambito dei mammiferi, la famiglia Muridae conta 730 specie racchiuse in 150 generi, rendendola la famiglia più numerosa, nonostante le recenti rivisitazioni taxonomiche che hanno reindirizzato molte delle sue sottofamiglie nei Cricetidae. In Italia si possono trovare 8 specie appartenenti alla sottofamiglia Murinae, di cui tre sono alloctone.
Distribuzione e Caratteristiche Generali
Le specie di questa famiglia sono diffusamente presenti in tutto il mondo, con l’eccezione dell’Antartide, molte isole artiche ed oceaniche, West Indies e la Nuova Zelanda. Tuttavia, certe specie come topi e ratti, grazie alla loro relazione parassitaria con gli esseri umani e l’abilità di sfruttare il trasporto passivo su barche e merci in movimento, hanno esteso la loro presenza a quasi tutte le terre emerse. Queste specie si caratterizzano per un’elevata capacità adattiva all’ambiente e un alto tasso riproduttivo, ma una vita media breve. Infine, possiedono molari brachiodonti, generalmente tre per fila, anche se in alcune specie possono esserci varianti.
Identificazione e Descrizione del Topo Selvatico a Dorso Striato
Caratterizzato da un mantello marrone, il topo selvatico a dorso striato mostra una banda nera evidente di larghezza millimetrica che attraversa il dorso dalla base del collo all’inizio della coda. Presenta un addome chiaro, bianco o grigio. Rispetto ad altri topi selvatici, le sue orecchie sono più ridotte in dimensione, così come la coda rispetto alla lunghezza del corpo e della testa. Le vibrisse sono più corte, se confrontate con quelle delle altre specie italiane di Apodemus.
Questo topo è l’unico rappresentante del sottogenere Apodemus in Italia.
Monitoraggio e Segni di Presenza
Il topo selvatico a dorso striato è attivo durante il giorno e all’ombra avanzante della sera, momento in cui è possibile osservarlo agire all’interno della vegetazione erbacea. Le noci consumate da questa specie assomigliano a quelle rosicchiate dall’Arvicola rossastra, ma si differenziano da quelle mangiate dal topo selvatico.
È possibile catturare questa specie utilizzando trappole di dimensioni adatte per piccoli mammiferi, simili a quelle utilizzate per altri tipi di topi selvatici. Per quanto riguarda le tecniche di monitoraggio, si può fare riferimento alle informazioni dettagliate fornite per il topo selvatico.
Habitat
Macchia di casa per il topo selvatico a dorso striato sono prevalentemente le regioni pianeggianti e le basse colline, dove si trova comodo negli ambienti umidi che offrono una grande diversità di ecosistemi. Preferisce abitare nelle zone di confine.
Habitat e Localizzazione
La sua presenza è distintamente notata nelle zone coltivate e boschive, incluse le macchie verdi e le boscaglie, di alcune parti centriche dell’Europa. Non è raro trovarne nelle periferie cittadine, in particolare nelle zone verdiellariche. Durante i mesi invernali, possono occasionalmente avventurarsi all’interno delle strutture rurali.
Comportamento e Propagazione
A differenza di altre specie di roditori selvatici, questi tendono ad essere meno attivi nelle ore notturne, mostrando la maggior parte della loro attività durante il giorno e al tramonto. È stato suggerito che questi roditori possano mostrare un maggiore comportamento fossorio rispetto ad altre specie selvatiche, e secondo alcuni esperti, le vibrisse corti possono confermare questa teoria. I loro nidi si trovano spesso all’interno dei tunnel, che possono essere scavati da loro stessi o, a volte, nei tunnel preesistenti di altri micromammiferi.
In Polonia, è stato notato che il loro spostamento quotidiano può essere molto esteso, con oltre il 60% degli individui si muoveva oltre i 100 metri e in alcuni casi, anche più di 1500 metri.
Questo roditore ha una ghiandola sebacea caudale molto più grande rispetto ad altre specie selvatiche. La secrezione oleosa che produce ha un’importante funzione nella comunicazione tra individui.
Ciclo Riproduttivo
Il periodo riproduttivo si estende dalla prima primavera fino all’autunno avanzato, ma può a volte prolungarsi anche nei mesi invernali. La gestazione dura 23 giorni, al termine dei quali la femmina partorisce tra i 3 e gli 8 piccoli, solitamente da 4 a 6. In genere, ci sono tre parti in un anno.
Dieta
Il topo di campagna a dorso striato ha una dieta che comprende erbe, germogli, semi di piante arboree e erbacee e invertebrati. Rispetto ad altre specie del genere Apodemus, questo topo ha una dieta più ricca di cibo di origine animale, composto principalmente da artropodi, adulti e larve di insetti, lombrichi e molluschi gasteropodi.
Potenziali Difficoltà di Sopravvivenza
È sostenuto che, tra i fattori vincolanti rilevanti, predominino la scarsità alimentare e le avversità meteorologiche. La predazione – prevalentemente operata da rapaci notturni e diurni, serpentini e carnivori – esercita un impatto non trascurabile.
Nei contesti boschivi, potrebbe avere un peso significativo la concorrenza per la risorse alimentari con altri roditori terricoli che condividono lo stesso habitat, come l’Apodemus flavicollis e la Myodes glareolous. Quando queste due specie sono presenti, nel gruppo del roditore striato, sono stati osservati un decrescimento di densità, un incremento del tasso di mortalità dei neonati così come uno sviluppo della mortalità e riproduzione dei soggetti sessuali adulti.
Classificazione e Rilevanza Economica
Originate dall’Asia, si presume che questa tipologia sia entrata a far parte del mondo animale europeo solo negli ultimi migliaia di anni, com’è dimostrato sia dalla scarsa divergenza genetica riscontrata tra le popolazioni europee sia dal fatto che i fossili più datati rinvenuti in Europa si ricollegano a circa 7500 anni or sono.
Nella regione asiatica del suo areale, il roditore striato tende ad essere spesso l’artefice di danni significativi alle coltivazioni. Nelle zone italiane dove la specie è presente, potrebbe talvolta provocare danni a semi e piantine di coltivazioni di ortaggi ed alle attività di vivai e silvicoli. In aggiunta, soprattutto in inverno, tende a introdursi negli edifici e nei depositi nelle aree rurali, dove può occasionalmente causare danni sottraendo merce e danneggiando infrastrutture.
La specie non usufruisce di alcuna protezione legale locale, né è citata nei caveat di direttive comunitarie o convenzioni internazionali.
Diffusione
Il roditore striato è presente in un esteso areale paleartico che si estende dalla regione europea centro-occidentale all’area del Caucaso a sud e alla Corea e alla Cina a est. È ritrovabile in una serie di isole di Corea e Giappone e a Taiwan.
Si possono trovare esemplari del topo selvatico nelle aree pianeggianti del nord-est italiano, tra cui si annoverano territori quali il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, il Veneto e alcuni luoghi della Lombardia.
Identificazione ed esame esterno
Il Topo selvatico mostra un manto che si estende dal color brunastro al beige grigiastro sul dorso. La regione addominale è di tonalità chiara, che oscillano dal grigio al giallo pallido. Le orecchie sono assai grandi, così come i suoi occhi protuberanti.
Ci sono alcuni aspetti della forma esterna che assistono nell’individuazione di questa specie rispetto al Topo selvatico a collo giallo. Tuttavia, a causa delle dimensioni del corpo in aumento da nord a sud nella penisola italiana, differenziare queste due specie può rivelarsi un compito particolarmente arduo, proprio a causa della similarità di alcuni aspetti esteriori.
Rispetto alla specie affine, il Topo selvatico presenta i lati del corpo con un tono meno rosato e una demarcazione tra il bianco della pancia e il marroncino dei fianchi meno netta, più sfumata. Il colore addominale è spesso biancastro, a differenza del Topo selvatico a collo giallo, dove appare chiaramente bianco.
Inoltre, il Topo selvatico distingue una macchia gola di colore rossastro-giallastro più estesa in lunghezza che in larghezza, nei molti casi propensi a sfumare fino all’addome. Al contrario, nel caso del Topo selvatico a collo giallo, questa macchia è più larga, spesso propensa a formare un collare integrale.
Infine, la lunghezza della coda è generalmente minore rispetto a quella del corpo, cosa che non si osserva nel Topo selvatico a collo giallo. Distinguere i giovani delle due specie è un compito molto difficile.
Confronto con il Topo selvatico alpino
Il rapporto tra lunghezza della coda e dimensioni testa-corpo può anche essere utile nella differenziazione del Topo selvatico rispetto al Topo selvatico alpino. Infatti, in quest’ultimo, tale rapporto ha valori decisamente superiori a 1 (in media 1.2), mentre nel Topo selvatico, il rapporto è notevolmente minore.
Caratteristiche fisiche del Topo selvatico
Comparativamente al Topo domestico, il Topo selvatico si distingue per una tonalità più tenue, una coda più sottile alla base, occhi, orecchie e piedi di dimensioni superiori e un muso meno affilato. Le misure variano, con lunghezza della testa e del corpo comprese tra 7.5-9.5cm, coda tra 7-9cm, piede posteriore 2-2.4cm, l’orecchio circa 2 cm e un peso di circa 30g. Gli esemplari isolani, tuttavia, possono presentare proporzioni maggiori. La dentatura è composta da 16 denti, suddivisi in 1/1, 0/0, 0/0, 3/3.
Segni di presenza e tecniche di monitoraggio
Nonostante appartenga alla categoria dei Mammiferi, il Topo selvatico è raramente osservabile in naturale habitat. Tuttavia, la sua presenza è riconoscibile attraverso segni specifici, come l’ex Topo selvatico a collo giallo. Si possono rinvenire residui alimentari ai piedi degli alberi, nello spessore del bosco, presso l’ingresso delle tane o sotto tronchi e pietre. Questi residui consistono in insiemi di semi rosicchiati di varie specie di arbusti e alberi, chiamati comunemente “mense”.
Metodi di alimentazione in confronto
Il metodo con cui il Topo selvatico apre le nocciole è analogo a quello del Topo selvatico a collo giallo, ma si diversifica dal sistema adottato da altre specie, come l’Arvicola rossastra o il Topo selvatico a dorso striato. Questi topi, infatti, rosicchiano i semi erodendo con gli incisivi inferiori dall’interno verso l’esterno, utilizzando gli incisivi superiori per fermare il seme. Le nocciole rosicchiate in questo modo rivelano un contorno dell’erosione ben definito, con chiari segni degli incisivi superiori intorno al bordo. Le nocciole erose dall’Arvicola rossastra e dal Topo selvatico a dorso striato, tuttavia, non mostrano segni intorno al bordo dell’erosione, in quanto l’erosione procede in direzione opposta, dall’esterno all’interno e gli incisivi bloccano la nocciola appoggiandosi sulla parte di guscio che sarà rimossa successivamente all’erosione, non lasciando nessuna traccia intorno al bordo.
Cattura e Identificazione
Nonostante sia una specie molto semplice da prendere, l’identificazione accurata dei membri catturati può essere impegnativa a causa della somiglianza straordinaria con altre specie nel sotto genere Sylvaemus. Piccoli mammiferi possono essere facilmente catturati utilizzando trappole che si piazzano preferibilmente accanto alla base degli alberi, lungo muri asciutti, tra macchie di arbusti o ai margini dei cespugli. L’ideale è utilizzare esche a base di cereali, formaggi, gocce d’avena e offrire anche mele, grani di cereali, cioccolato e nocciole, burro di arachidi e filetti di sgombro.
Per una classificazione sicura, potrebbe essere necessario utilizzare metodi molecolari per analizzare i frammenti di tessuto prelevati dall’orecchio o dalla coda di esemplari vivi. Il trappolamento può essere utilizzato per stimare la numerosità relativa degli individui o determinarne la densità. In quest’ultimo caso, potrebbe essere necessario utilizzare reti composte da un gran numero di trappole.
Tecniche di identificazione
La tecnica note come ‘hair tubing‘ può essere implementata solo in località che non ospitano Apodemus flavicollis, a causa delle enormi difficoltà nell’identificare microscopicamente il pelo delle due specie. Il topo selvatico è una preda comune di numerose specie di Strigiformi, tuttavia, l’identificazione dei suoi resti nelle borre degli uccelli risulta problematica. L’identificazione adeguata può essere supportata esaminando specifici aspetti della morfologia dentale e cranica.
Habitat e Distribuzione
Il topo selvatico è uno dei mammiferi più ampiamente distribuiti nei sistemi agroforestali del nostro paese. Grazie alla sua abilità di adattarsi a una vasta gamma di ambienti, può essere trovato in quasi ogni biotopo.
L’habitat ideale
La vera casa per questa specie si trova tra i boschi, in particolar modo nelle piantagioni costiere di pini e nelle foreste mediterranee. Essa predilige anche i piccoli boschetti degli ambienti agro-forestali molto frammentati. Tuttavia, si riscontra con minor frequenza nei grandi boschi mesofili delle colline e nelle foreste montane, dove si trova prevalentemente nelle zone di confine e dove il topo selvatico con collare giallo prende il suo posto.
Grazie alla sua eccezionale adattabilità ecologica, questa specie riesce a vivere in svariati ambienti come le siepi, le rive di canali, terreni incolti, parchi, giardini e soprattutto campi di grano. Questo tipo di terreno viene utilizzato fino a quando le condizioni rimangono ideali in termini di copertura vegetale e disponibilità di cibo, successivamente viene abbandonato dopo il raccolto. Nonostante non sia una specie sinantropica, può eventualmente vivere nelle vicinanze di strutture rurali e occasionalmente entrarci.
Distribuzione geografica
La distribuzione di questa specie è costante dalla zona mediterranea fino alle regioni montane. Sulle Alpi occidentali, è stato trovato a quasi 2000 m di altezza, ma a più alte altitudini, mostra una tendenza di abitare più vicino alle case umane.
Comportamento e cicli riproduttivi
Preferisce il crepuscolo ed è solitamente più attiva durante la notte, in certe occasioni con due picchi di attività durante il periodo di oscurità, soprattutto nelle stagioni in cui è presente per un lungo periodo di luce. È caratterizzata da una notevole abilità di arrampicata, e può muoversi nella vegetazione fino a 3-4 metri di altezza.
Ma la presenza del Topo selvatico con collo giallo può provocare un decremento nell’attività arboricola del topo selvatico, costringendo alcuni ricercatori a considerare una possibile segregazione verticale tra le due specie.
Caratteristiche e Struttura delle Gallerie
Le gallerie in questione non sono particolarmente profonde ma sono notevolmente ampie e complesse. Mostrano un diametro di 3-4 cm e per la maggior parte si sviluppano tra gli 8 e i 18 cm al di sotto della superficie del suolo. I membri coinvolti collaborano nell’atto dello scavo, incorporando a volte le gallerie create da altre specie, e superando qualsiasi impedimento che si presenti lungo il loro tracciato, incluso radici e ceppi degli alberi. Ogni complesso di gallerie offre varie camere adibite per la nidificazione e per l’immagazzinamento dei viveri, è anche equipaggiato di molteplici aperture. Queste aperture possono, in alcuni casi, essere bloccate da foglie o altri detriti. Il nido è fabbricato utilizzando foglie, muschi e erba sfilacciata. Tale configurazione delle gallerie può rimanere inutilizzata per molte generazioni.
Popolazione e densità
La densità di popolazione è notevolmente variabile, dipendendo dall’habitat in questione, con variazioni stagionali e annuali. Nei boschi caducifogli, possono variare da 1 a 40 membri per ettaro, ma in condizioni favorevoli, le densità possono arrivare anche a 130-200 individui per ettaro. Il numero di membri della popolazione può variare notevolmente anche nel corso dell’anno, con modelli differenti in base all’area geografica. In molti luoghi d’Europa la densità popolazione raggiunge il picco in autunno, scendendo a minimi tra la fine dell’inverno e l’inizio dell’estate, mentre negli ecosistemi mediterranei le fluttuazioni numeriche mostrano i picchi massimi in primavera. Nonostante le popolazioni possono dimostrare variazioni sostanziali da un anno all’altro, non si ha prova di un ciclo di tale fenomeno.
Organizzazione Sociale
L’organizzazione sociale è adatta ad una territorialità marcatamente più accentuata nelle femmine rispetto ai maschi. Le aree vitali di questi ultimi tendono invece ad intersecarsi. Le dimensioni dell’area vitale mutano notevolmente.
Variazioni stagionali e ambientali nel comportamento del topo selvatico.
Il comportamento del topo selvatico, come la grandezza del suo territorio, mostra una diversità notevole – a seconda del clima e dell’ambiente in cui si trova. Gli esemplari maschili, in genere, tendono ad avere un territorio più vasto. Ci sono dati che variano notevolmente, con una gamma tra 0,1-0,2 ettari fino a 4 ettari, e in alcuni casi, anche più grandi.
Ritmi riproduttivi del topo
Nella maggior parte dell’Europa settentrionale e centrale, l’attività riproduttiva raggiunge il suo picco in estate, per poi diminuire o interrompersi completamente durante l’inverno. Nei paesi con clima mediterraneo, invece, l’accoppiamento continua dalla fine dell’estate fino all’inizio dell’autunno e persino fino alla primavera. Ognuna delle nascite può contare tra 4 e 7 piccoli, con un periodo di gestazione di 19-20 giorni.
Svariati fattori possono accelerare l’inizio della stagione riproduttiva; ad esempio, la temperatura esterna e il fotoperiodo. Inoltre, l’abbondanza di semi delle specie arboree nel suo habitat influenza notevolmente la riproduzione del topo selvatico. La presenza di specie concorrenti come il topo selvatico a collo giallo può avere un impatto sulla condizione riproduttiva degli esemplari, causando un avvio anticipato dell’accoppiamento e una diminuzione del numero di individui in attività riproduttiva.
La dieta del topo selvatico
Il topo selvatico è un animale opportunista nel suo regime alimentare, che varia grandemente secondo la disponibilità di risorse nel suo ambiente e il periodo dell’anno. Benché sia principalmente granivoro, la sua dieta incorpora anche bacche, frutta, parti verdi delle piante, invertebrati e funghi. Accumula grandi riserve di semi nelle sue tane, soprattutto durante l’autunno e l’inverno. Di solito, i semi degli alberi vengono consumati a fine estate e in autunno.
Durante la primavera e l’estate, una parte significativa della sua alimentazione è costituita da insetti, adulti e larve, e da altri invertebrati, come lombrichi, lumache e chiocciole. Le erbe, in particolare, vengono mangiate principalmente in primavera.
Dietetica del Topo selvatico
Durante la maggior parte dell’anno, l’alimentazione del topo selvatico è basata principalmente su semi di erbe selvatiche e coltivate e residui agricoli provenienti da raccolte di diverse coltivazioni, tra cui cereali, girasoli, barbabietole e altre verdure.
Dinamiche delle popolazioni
La numerazione dell’analoga specie ha attirato l’attenzione di molti studiosi in un tentativo di capire i fattori che ne influiscono il livello, ma nessuna conclusione solida è stata ancora raggiunta. In precedenza, si pensava che il fattore limitante fosse l’aggressione maschile intra-specie durante la fine dell’inverno. Tuttavia, studi più recenti hanno spostato il focus sul movimento spaziale delle femmine durante la stagione riproduttiva. L’influenza maschile, si pensa, possa essere pertinente solo in termini di competizione per il cibo con le femmine.
Interazioni con altre specie
L’interazione competitiva con il topo selvatico a collo giallo è stata esaminata da numerosi scienziati, la quale si ritiene sia superiore rispetto all’interazione con l’Arvicola rossastra.
I principali predatori di queste creature sono carnivori, gufi e serpenti, essendo creature notturne, sono più protette dai rapaci diurni. Tra i carnivori, la donnola è tra i più specializzati, nonostante sia difficile stabilire il suo impatto effettivo sulla popolazione. Barbagianni, Allocco e Gufo comune sono i gufi più importanti, mentre tra i rettili, la Vipera, il Biacco, il Colubro d’Esculapio e il Cervone si distinguono per alti tassi di predazione in ecosistemi mediterranei.
Reazioni all’ecosistema
In ecosistemi forestali, il pascolo degli ungulati può avere un effetto dannoso sulla specie, sebbene sembri essere meno affetta rispetto ad altri micromammiferi. Queste creature hanno la capacità di adattarsi.
Impatti delle Attività Umane sugli Ecosistemi
Le attività forestali, come il taglio del bosco, hanno permesso ad alcune specie di rimanere preponderanti per anni, rispetto ad altre specie come C. die e A. flavicollis. Invece, in ambienti agricoli, le pratiche umane principali come il taglio dell’erba nei campi coltivati e l’uso di insetticidi e erbicidi hanno mostrato un impatto negativo sulle popolazioni. A volte, questo effetto negativo è indiretto, derivante da una diminuzione del numero degli invertebrati.
Status e Significato Economico
Si tratta di una specie molto diffusa che non ha problemi di conservazione. Nonostante a volte possa danneggiare anche le coltivazioni di alberi da frutto o le piante orticole, l’importanza economica del topo di campagna è principalmente legata alle attività forestali. In particolare, quando il rinnovamento del bosco viene affidato a semine dirette sul terreno, la specie può causare danni, la cui gravità varia notevolmente da una situazione all’altra. L’azione di sottrazione dei semi inizia subito dopo che sono stati piantati e può continuare anche nelle fasi successive all’emergere delle piantine. Nelle serre forestali, la specie può essere un intralcio per la semina, soprattutto se ciò avviene vicino a siepi o margini forestali.
Impatto sugli Ecosistemi Forestali
Negli ecosistemi forestali, il furto dei semi delle piante dopo la loro dispersione, ha portato a supporre che la specie potrebbe influenzare la composizione specifica del bosco. Tuttavia, l’accumulo di grandi quantità di semi nelle tane suggerisce che parte delle riserve potrebbe non essere consumata, risultando quindi in una posizione adatta per la germinazione. Così facendo, essi forniscono un contributo significativo alla dispersione dei semi e al rinnovamento di molte specie forestali.
Impatto e Protezione del Topo Selvatico
Il topo selvatico può provocare danni considerevoli alle coltivazioni horticulturali, principalmente alle piante del genere Cucurbita durante la semina, tanto in campo aperto, quanto in ambiente protetto. In circostanze specifiche, può nuocere anche alle specie arboree con frutti che pendono. Non è contemplato da normative di protezione a livello nazionale, né figurano nei supplementi delle direttive dell’Unione Europea o nei trattati internazionali.
Distribuzione del Topo Selvatico
La specie del topo selvatico ha una vasta distribuzione che spazia per la maggior parte dell’Europa, allungandosi dalla penisola Iberica fino alle estremità della Scandinavia ed estendendosi a est fino alla Bielorussia, l’Ucraina e l’Asia Minore. La presenza di questa specie si nota anche in alcune zone dell’Africa settentrionale, riservata alle regioni montagnose del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia, così come in Inghilterra, Irlanda, Islanda e diverse isole nel Mediterraneo. In Italia, è ampiamente diffusa sia nel territorio peninsulare che nelle isole maggiori, includendo inoltre alcune isole minori, quali Elba, Giglio, Pantelleria, Ischia e Capri.
Descrizione e Identificazione del Topo Selvatico a Collo Giallo
Il topo selvatico a collo giallo si distingue grazie alla sua pigmentazione dorsale di tonalità maron-bruna, tendendo al rossastro sui lati, e dal ventre completamente bianco. Possiede occhi di dimensioni considerabili e orecchie prominente. Un segno particolare è una macchia solare dello stesso colorito dei lati, spesso di piccola grandezza, mai allungata, e che raramente forma un collare completo nelle popolazioni meridionali.
La grande somiglianza di questa specie con le altre varietà di topi selvatici del sottogenere Sylvaemus, come il topo selvatico e il topo selvatico alpino, rende molto complesso il compito della loro classificazione. La sua corretta identificazione può rivelarsi molto impegnativa. Nella comparazione col topo selvatico, il topo selvatico a collo giallo presenta caratteristiche leggermente più ampie e una coda generalmente più lunga del corpo, ma anche il colore del loro mantello presenta delle differenze.
Identificazione del Topo selvatico a collo giallo
Il Topo selvatico a collo giallo, al contrario delle altre varianti di Topo selvatico, si caratterizza per il suo ventre predominantemente pallido e i fianchi dal tono più marcatamente ruggine. Contrariamente ad altre varianti, la transizione dal bianco del ventre al color marrone dei fianchi è ben definita e non degradante. La presenza di una macchia sul collo di tonalità giallo-ruggine non si estende tanto come nelle altre varianti, a volte persino formando un anello. L’identificazione di tali tratti distintivi nei giovani è particolarmente impegnativa.
Differenze con il Topo selvatico alpino
Si riscontrano delle difficoltà anche nel distinguere il Topo selvatico a collo giallo dal Topo selvatico alpino. In questo caso, il criterio diagnostico principale risiede nella proporzione tra la lunghezza del corpo (testa più corpo) e quella della coda, che risulta più elevata nel Topo selvatico alpino. Dettagli sulle dimensioni include la lunghezza del corpo (dalla testa alla coda) che va dai 7.5 ai 11 cm, la lunghezza della coda che varia da 8 a 12.5 cm, il piede posteriore tra 2.1 a 2.5 cm, l’orecchio tra 1.4 a 1.8 cm e pesa tra i 18 a 40 grammi. Il numero totale dei denti è di 16, come suggerito dalla formula dentaria: 1/1, 0/0, 0/0, 3/3.<
Tracce di presenza e metodi di monitoraggio
Le tracce lasciate dal Topo selvatico a collo giallo tendono a non divergere significativamente da quelle dei suoi simili. Questi animali, infatti, tendono a lasciare depositi di avanzi alimentari, denominati “mense“, nei posti dove sono soliti mangiare. Per quanto riguarda le tecniche di monitoraggio, rimandiamo a quanto già illustrato per l’analoga specie di Topo selvatico.
Habitat preferito
Il Topo selvatico a collo giallo ha preferenze alquanto specifiche per quanto riguarda l’habitat. Il suo habitat ideale è strettamente correlato con le zone boschive, sia di conifere che di latifoglie, con una predilezione per quest’ultime. Può essere individuato nei boschi di pianura e montani, nonostante la sua rarità nelle regioni costiere e nei boschi xerofili mediterranei. Ha una netta predilezione per i boschi densi, ma può essere frequentemente riscontrato anche nei boschi di alto fusto, particolarmente quelli di vecchia data. Si tende ad avere difficoltà a localizzarlo in boschi sottoposti a tagli frequenti, tendendo a scomparire o ad abitare solo nelle aree del bosco più mature. In questi tipi di contesti, è comune trovarlo in compagnia di altre varianti di Topo selvatico.
Comportamento ed abitudini del Topo selvatico a collo giallo
Il Topo selvatico a collo giallo è noto per la sua predisposizione ad arrampicarsi su arbusti e alberi – in particolare sui rami inferiori, anche se talvolta può raggiungere i punti più alti delle piante. Questa abilità lo distingue da A. sylvaticus. Essendo principalmente un animale notturno, mostra un picco di attività durante le ore più buie.
Le sue tane sotterranee possono raggiungere una profondità massima di 1,5 metri, anche se la maggior parte di esse è situata nei primi 50 cm di terreno. All’interno delle tane, possono essere accumulati foglie, semi di alberi e anche invertebrati, in particolare artropodi, rendendolo un conservatore notevole di risorse.
Nido e comportamento sociale del Topo selvatico
Solitamente, costruisce il proprio nido utilizzando principalmente foglie e può facilmente adattarsi a cassette nido preesistenti. All’interno dei nidi, accumula grande quantità di foglie. Dettagli sulle sue interazioni sociali non sono ancora del tutto chiari, tuttavia, si sa che molteplici individui possono condividere lo stesso nido, probabilmente nel tentativo di preservare il calore corporeo. I maschi tendono ad avere un’area di attività più ampia rispetto alle femmine.
Distribuzione e riproduzione
Nell’Europa centrale e settentrionale, la densità di popolazione dei topi selvatici tende a essere maggiore durante la stagione estiva-autunnale, mentre registra i minimi tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Diversamente, nelle regioni mediterranee, le densità massime si riscontrano in primavera. I dati riportati indicano una gamma di valori di popolazione che variano da un minimo di 1-9 individui per ettaro ad un massimo di 6-120 individui per ettaro.
In quanto ai periodi di riproduzione del topo selvatico nell’Europa centro-settentrionale, avvengono principalmente tra febbraio-marzo e ottobre. Tuttavia, in caso di abbondante produzione di semi da parte della vegetazione circostante, potrebbero verificarsi eccezionali casi di riproduzione in inverno.
Riproduzione e Densità di Popolazione
Nelle località sotterranee, la procreazione avviene con più frequenza durante i mesi più freddi dell’anno. Il numero di cuccioli per ogni ciclo di nascita varia da 2 a 11, con una media tra 5 e 7, a seconda del luogo dettagliatamente specifico.
Principi di Alimentazione
Le creature mantengono una dieta prevalentemente a base di semi, con includendo anche cibo di origine animale, che diventa particolarmente importante nel periodo da primavera a estate. La loro dieta si basa principalmente su semi di vari tipi di piante, tra cui ghiande, fagioli, noccioline, castagne e altri semi ricchi di energia. Tuttavia, consumano anche parti verdi di piante erbacee, invertebrati, come larve e insetti adulti, molluschi gasteropodi, funghi, frutti e bacche.
Elementi che Impattano la Dinamica delle Popolazioni
La densità della popolazione è fortemente influenzata dalle risorse alimentari disponibili, in particolare dalla produzione dei semi d’autunno delle specie arboree, specialmente querce e faggi. Una produzione di semi abbondante in autunno può da un lato migliorare la sopravvivenza degli individui durante la stagione invernale, dall’altro può influire positivamente sulla riproduzione, aumentando sia il numero di riproduttori nella successiva primavera, sia consentendo a una parte della popolazione di procreare durante l’inverno in zone dove ciò non si verifica comunemente, influenzando dunque la densità nei mesi a seguire.
Predazione e suoi Effetti
L’impatto della predazione sulla popolazione dipende in gran parte dalla sua densità, influendo in particolare quando questa è alta. Tra i maggiori predatori del topo selvatico a collo giallo si annoverano carnivori, uccelli di preda e serpenti. Tra gli uccelli rapaci notturni, l’allocco è il principale predatore, mentre tra i carnivori i mustelidi, come la donnola, l’ermellino, la faina e la martora, sono i più attivi.
Importanza Ecologica dei Rettili
Relativamente ai rettili, si denota una rilevanza considerabile da parte di quelle specie proprie dell’ambiente boschivo. I Colubridi, tra cui il Cervone, il Colubro di Esculapio e il Biacco, assieme ai Viperidi, con particolare riferimento alla Vipera comune ed al Marasso alpino, assumono un ruolo predominante. Nonostante ciò, contrariamente alla condizione dell’Arvicola rossastra, le evidenze indicano che la copertura nevosa non sembra influenzare negativamente l’habitat del Biacco e della Martora.
Il ruolo delle interazioni sociali e della lotta per le risorse tra le diverse specie non è ben definito. Per quanto riguarda, però, il peso della competizione interspecifica tra i micromammiferi nel definire la dinamica delle popolazioni, si crede che quella relativa al Topo selvatico sia significativamente maggiore rispetto all’Arvicola rossastra.
Conservazione e Rilevanza Economica della Specie
La condizione di conservazione della specie sembra essere complessivamente positiva, nonostante l’assenza di dati ottenuti da indagini mirate, ad eccezione di alcuni studi effettuati nel Regno Unito. Questa specie può risentire degli impatti negativi delle pratiche silvicole, specialmente quando le attività di taglio coinvolgono regolarmente l’intera area. Tuttavia, trova un ambiente maggiormente favorevole nei boschi ben strutturati, dove le attività di silvicoltura sono distribuite sia nello spazio che nel tempo, interessando vari settori del bosco in modo alternato.
Riguardo all’incidenza sulle popolazioni della riduzione e frammentazione dell’habitat boschivo, la dimensione del bosco non sembra avere un impatto significativo. Piuttosto, l’isolamento del bosco ha un peso maggiore, con effetti marcati a partire da distanze superiori a 2 km dai boschi maturi.
Danno floreale
Provocando un impatto negativo sulle piantagioni di conifere e latifoglie, la predazione agisce in maniera distruttiva sui semi, sia nelle fasi iniziali sia subito dopo la germinazione delle nuove piantine. L’incidenza di questo fenomeno sulle foreste si è evidenziata particolarmente nel nord Europa.
Effetto della predazione sui semi
La prassi della specie di accumulare provviste alimentari, essenzialmente composte da semi di diverse varietà di piante arboree e arbustive, potrebbe influire significativamente nella dislocazione dei semi di numerose essenze forestali. Questi semi vengono conservati in grandi quantità nelle tane, specialmente durante i periodi di “pasciona”, ovvero di diffusa semina. Durante queste fasi, il volume di tali provviste potrebbe spesso superare il bisogno alimentare della specie, promuovendo la germinazione dei semi ancora integri nelle tane.
Legislazione e Protezione
La specie non è tutelata da alcuna legge nazionale, né è compresa in regolamenti europei o trattati internazionali.
Distribuzione geografica
Il Topo selvatico a collo giallo abita un’ampia zona eurasiatica che si estende dalla Spagna all’est e al nord fino alla Scandinavia, incluso il sud della Svezia e della Finlandia. La sua presenza si estende anche a est fino agli tirali, all’Armenia e alla Turchia e, verso il sud, fino a Siria, Libano ed Israele. La specie è presente anche in Gran Bretagna, specificamente nel sud dell’Inghilterra e nel Galles, ed in alcune isole mediterranee, sia negli arcipelaghi dell’Egeo che dell’Adriatico, compresa l’isola di Corfù.
In Italia si ritrova in tutta la penisola, ma è meno diffusa nella pianura Padana, nelle zone costiere e nelle aree dove l’intensa interferenza umana ha causato una significativa diminuzione degli habitat adeguati. Non si trova nelle isole, sebbene in passato una sbagliata categorizzazione di alcuni esemplari abbia lasciato credere in una sua presenza in Sicilia.
Identificazione e descrizione
Il pelo presenta sfumature marroni sulla parte dorsale e sui lati, mentre sul basso ventre ha colori che vanno dal bianco al grigio pallido, talvolta con tonalità giallastre. Si riscontra un netto contrasto fra la tonalità della pelliccia sui fianchi e quella sul ventre. Tale demarcazione è meno pronunciata rispetto al Topo selvatico a collo giallo, tuttavia è più marcata se confrontata con il Topo selvatico.
Note distintive
La macchia solare, di tonalità rossastre o gialle, ha bordi sfumati e in alcuni esemplari si estende a formare un collare completo. A volte, la macchia si manifesta in forma semi circolare di dimensioni ridotte, in altri casi invece si allunga in direzione del ventre. Gli occhi di dimensioni maggiori sporgono, le orecchie sono larghe e la coda supera sempre la lunghezza combinata della testa e del corpo. Nel contesto delle popolazioni italiane, il rapporto mediamente tra queste due dimensioni è di circa 1.2. Quest’ultimo particolare è il più affidabile per distinguere le specie che appartengono al gruppo di Sylvaemus.
Riconoscimento
In passato, il Topo selvatico alpino veniva classificato come una variante del topo selvatico a collo giallo. Tuttavia, studi più recenti hanno evidenziato la differenza tra le due entità, attribuendo alla prima il grado di specie.
Rilevazione e monitoraggio della specie
I segnali distintivi dei esemplari sono gli stessi del Topo selvatico. Per ciò che concerne le modalità di monitoraggio del Topo selvatico alpino, è possibile fare riferimento a quelle del Topo selvatico. L’unico modo per differenziarlo dal Topo selvatico e dal Topo selvatico a collo giallo è catturare gli esemplari. Le misure del corpo e della coda possono aiutare significativamente nella discriminazione. Per una identificazione certa, spesso si ricorre a tecniche molecolari.
Riproduzione e Comportamento
Il comportamento e le tattiche di riproduzione dell’animale sono in gran parte ignoti. Le ricerche austriache rivelano un periodo riproduttivo che va da maggio fino ai primi di settembre. Non si hanno dettagli circa il numero di nascite per ciclo o il numero di cuccioli per nascita. Il numero di embrioni in Austria variava tra 2 e 8.
Dieta
Non ci sono registrazioni precise riguardanti la dieta dell’animale in natura, tuttavia si presume che sia comparabile a quella di altre specie appartenenti al genere Apodemus.
Fattori di Influenza sulla Dinamica delle Popolazioni
Non ci sono studi sulla predazione o su altri fattori in grado d’influenzare la quantità delle specie. Nonostante ciò, si ritiene che le influenze potrebbero essere simili a quelle riscontrate per il topo selvatico a collo giallo e per il topo selvatico.
Stato di Conservazione e Rilevanza Economica
Non ci sono dati sul suo impatto economico. Dato il suo habitat montano e subalpino, prevalentemente non antropizzato, è probabile che non rappresenti un interesse economico significativo. Non ci sono nemmeno dettagli sul suo stato di conservazione. Nella Lista Rossa dell’IUCN è elencata nella categoria “Dati insufficienti”. Non è tutelata da nessuna legislazione nazionale e non è compresa nelle appendici di direttive regionali o accordi internazionali.
Distribuzione
La distribuzione geografica dell’animale è ancora ampiamente sconosciuta.
Ubicazione e distribuzione geografica
Attualmente, l’habitat occupato si concentra sulla porzione nordica delle Alpi centrali-occidentali, che si estende nelle aree alpine di Francia, Svizzera, Austria, Germania e Italia. In Italia, sono state identificate tre regioni primarie: le Alpi Liguri, la Valle d’Aosta e la parte alta della Val Venosta.
Aspetto e identificazione
L’esemplare del “Topolino delle risaie” vanta una tonalità bruno-rossastra sul dorso, con sfumature gialle o arancioni, che contrasta con il ventre bianco. La linea di confine tra le due colorazioni è marcata. La coda, lunga e con estremità prensile, viene tipicamente usata per muoversi tra i gambi delle piante erbacee. Le orecchie, tonde e piccole, sono nascoste sotto un fitto manto di peli.
Questo roditore rappresenta il più piccolo specie europea, con adulti che pesano in media da 6 a 7 grammi. La sua minuscola grandezza può essere un elemento chiave per l’identificazione, insieme ad altre caratteristiche peculiari. Rispetto al mouse domestico, ha occhi meno prominenti, muso più arrotondato, orecchie più piccole e coperte di folti peli. Questi tratti distintivi sono trasgressivi rispetto ai topi selvatici, che sono chiaramente di dimensioni maggiori. I giovani hanno una colorazione grigio-marrone simile al topo domestico, ma la loro minuta dimensione evita qualsiasi confusione. La prensilità dell’estremità della coda è la caratteristica diagnostica più evidente negli esemplari vivi.
Indicazioni della presenza e metodi di monitoraggio
I nidi particolari sono gli unici indizi evidenti della presenza del “Topolino delle risaie”, dato che le tracce del cibo consumato e gli escrementi non sono identificabili.
Struttura e posizionamento del nido
I piccoli nidi invernali sono di forma orbicolare e sono nascosti alla base della lussureggiante vegetazione erbacea. Sono costruiti con erbe sfibrate e intrecciate, di dimensioni inferiori ai 5 cm. I nidi usati per la procreazione, invece, sono più complicati e di lunga durata, posizionati tra 30 e 80 cm di altezza dal terreno. A volte, possono raggiungere fino a 1,5 metri, ancorati generalmente alle steli di graminacee. Sono sferici, con una grandezza tra gli 8 e i 10 cm.
Particolarità del nido
I nidi sono più sofisticati rispetto a quelli di qualsiasi altro roditore europeo. Possono sembrare simili a quelli utilizzati da alcuni volatili di zone umide. La differenza sta nelle foglie laminari usate per costruirlo, che vengono tranciate longitudinalmente e intrecciate senza essere estratte dalla pianta, conferendo al nido un’aspetto mimetico. Col passare del tempo, le foglie e le piante appassiscono, e la visibilità del nido aumenta. Se non si nota la presenza di un’entrata, è plausibile che all’interno siano presenti i piccoli.
Rilevamento della presenza della specie
L’hair tubing è considerato uno dei metodi più efficaci per monitorare la presenza o l’assenza di questa specie, ma per ottenere indicatori affidabili, è necessario combinare la tecnica con i dati ricavati da trappole. I tubi devono avere un diametro di 28 mm e essere sistemati nella vegetazione ad un’altezza compresa tra 0,5 ed 1 metro. Meno preciso è il metodo basato sull’analisi dei rigurgiti del Barbagianni, un predatore del Topolino delle risaie, che sembra predarlo soprattutto in presenza di una popolazione densa.
Predisposizione all’utilizzo di nidi artificiali
La specie sembra propensa a utilizzare nidi artificiali, che possono essere costruiti forando una pallina da tennis e situandoli a circa 30-50 cm di altezza dal terreno, nelle aree idonee per la nidificazione.
Il Topolino delle risaie e il suo Habitat
Il piccolo roditore Topolino delle risaie ha dimostrato una straordinaria adattabilità, colonizzando diverse tipologie di habitat. Predilige la vegetazione lungo i corsi d’acqua, ma nel periodo estivo si sposta volentieri tra l’abbondante vegetazione erbacea che circonda le aree umide. Non disdegna le lande incolte e campi di cereali, soprattutto dopo la raccolta. Trova condizioni eccellenti nelle risaie, ma può essere riscontrato anche ai margini di boschi, lungo viali alberati e scogliere stradali. La sua presenza è documentata fino a 500 metri di altitudine.
Le aree di riparo adiacenti ai terreni coltivati sono cruciali per la sopravvivenza del Topolino delle risaie. Si rifugia in tali zone durante le operazioni di falciatura e raccolta. Le variazioni periodiche delle condizioni delle aree coltivate e delle lande incolte, innescano nei roditori comportamenti di dispersione.
Abitudini del Topolino delle risaie
Tipicamente, il Topolino delle risaie è di abitudini notturne, svolgendo i suoi spostamenti e le sue attività in due momenti salienti della giornata: subito dopo il calare del sole e poco prima dell’aurora. Tuttavia, con l’allungarsi delle giornate nei mesi primaverili ed estivi, si mostra attivo anche nelle ore diurne.
Scalatore agilissimo, è noto per la sua capacità di muoversi tra gli steli delle piante, afferrandosi anche con la coda, come se fosse un quinto arto. In questa posizione, con le zampe posteriori e la coda ancorate all’arredo vegetale, mantiene libere le zampe anteriori per cibandosi dei semi delle piante. Se si sente minacciato, rimane immobile, cercando di mimetizzarsi con l’ambiente circostante.
Biodiversità e Caratteristiche Nesting dell’arie
L’arie manifesta abilità nel creare due differenti versioni di nidi con finalità differenti. Nei mesi freddi, sfoggia nidi che sono adoperati come semplici rifugi durante il giorno e questi possono essere costruiti individualmente. Tendenzialmente vengono posizionati vicino alla base delle piante verdi, però possono occasionalmente essere scovati nelle boscaglie, nelle fenditure delle rocce, nei buchi degli alberi, e nei nidi degli uccelli abbandonati. Questi nidi sono rapidamente confezionati e sono costituiti da fili di erba intrecciati.
Nidi di Riproduzione
Le abitazioni per la procreazione, invece, sono realizzate con precisione superiore e ancorate ai tronchi delle piante delle zone umide, oppure alle foglie delle graminacee e altre piante erbacee. Essi sono mimetizzati grazie alla presenza di foglie non completamente staccate dalla pianta, che rimangono verdi e rendono il nido difficile da individuare nel periodo necessario alla procreazione e alla fuoriuscita delle nuove nascite dal nido.
Fluttuazioni Demografiche e Caratteristiche Riproduttive
Alcuni studi hanno attestato che le popolazioni dell’arie possono variare significativamente da un anno all’altro. Questo è stato osservato in molti paesi europei. In Inghilterra le stime suggeriscono una densità che varia tra i 17 e i 233 esemplari per ettaro, anche se su superfici più ampie la stima scende tra i 6 e i 25 individui per ettaro. In un quadriennio in Russia, il conteggio dei nidi oscilla tra i 50 e i 398 per ettaro. Nelle isole britanniche, l’habitat medio per maschi e femmine è rispettivamente di 400 e 350 metri quadrati. Durata della vita massima in natura va da 1,5 a 2 anni.
Dati Sulla Riproduzione
La stagione di accoppiamento si estende normalmente da aprile/maggio a settembre/ottobre, benché in condizioni favorevoli possa essere estesa fino a dicembre. Il periodo di gestazione varia tra i 17 e i 20 giorni e il numero di cuccioli per nascita è compreso tra 2 e 12, con media tra i 5 e i 7.
Nonostante l’occasione di partorire più di tre volte auge sia reale, la natura tende a imporlo raramente nei roditori femmine, come il Topolino delle risaie durante la loro esistenza.
Comportamenti alimentari
Mentre i dettagli precisi della dieta di questa specie rimangono in gran parte insondati, è risaputo che il Topolino delle risaie consuma sia cibo vegetale che proteine animali, queste ultime principalmente composte da stadi larvali e adulti di insetti. Questo roditore ha un’apparente predilezione per i semi di diverse piante, tra cui grani di cereali, piccoli frutti, parti verdi di piante e germogli. E oltre, occasionalmente può assimilare anche piccoli pesci e uova di uccelli. Prediligono un tipo di dieta diversificato, con un cambiamento significativo durante l’anno, a causa delle variazioni stagionali della disponibilità del cibo.
Il suo fabbisogno alimentare giornaliero corrisponde a circa 2 grammi, un valore elevato tenendo in considerazione il suo ridotto peso corporeo (circa il 30% del suo peso). Questo è dovuto principalmente all’energia necessaria per regolare la sua temperatura corporea.
Influenze sulla dinamica della specie
Il Topolino delle risaie è la preda di molte specie diverse, inclusi serpenti, carnivori, rapaci sia notturni che diurni, e Corvidi. Anche se quest’animale può vivere piuttosto a lungo comparato ad altri Murini, ricerche hanno dimostrato che il tasso di rotazione all’interno della popolazione è altamente fluido con un’aspettativa di vita piuttosto ridotta. Durante la stagione riproduttiva, le basse temperature possono causare un aumento significativo del tasso di decessi tra i cuccioli.
I fattori umani contribuiscono significativamente alla mortalità della specie. In particolare, le pratiche agricole, come la raccolta meccanizzata su larga scala, la pulizia delle rive dei corsi d’acqua e l’uso del fuoco per rimuovere la vegetazione ripariale, ostacolano notevolmente la sopravvivenza del Topolino delle risaie.
La presenza predominante di questi topi, tuttavia, risulta essere danneggiata nei contesti di agricoltura intensiva, dove l’alta tecnologizzazione dei lavori di campo ostacola l’esistenza di quest’animale.
Le alterazioni ambientali e le loro implicazioni
L’azione umana ha portato alla contrazione degli habitat naturali come i bordi erbosi, i margini delle siepi e le rive dei canali. Inoltre, l’impiego massiccia di pesticidi per proteggere le coltivazioni e la raccolta precoce di certi cereali possono esercitare una pressione negativa sulle specie residenti. Il declino progressivo dei covoni di fieno nel contesto rurale incide inoltre negativamente sulle specie che li utilizzano come rifugio.
Stato di conservazione e impatto economico
Nonostante, in determinate condizioni, il piccolo roditore delle risaie possa causare danneggiamenti alle coltivazioni di cereali, l’entità dell’effetto economico è generalmente trascurabile. Questi danni si verificano in specifiche regioni e durante periodi di esplosione demografica della specie, dove la densità può raggiungere anche centinaia d’individui per ettaro. In alcune regioni del sud dell’ex-LIRSS e in Giappone, la specie ha mostrato di rivestire un ruolo negativo per le coltivazioni di fragole. Le perdite alle riserve di cereali in alcuni territori dell’Europa centrale sono state riportate.
Nonostante il reale stato conservativo delle popolazioni italiane ed europee non sia ancora ben chiaro, le prove a nostra disposizione suggeriscono un decremento della specie. Nel Regno Unito, si sta tentando di reintrodurre questa specie in alcune aree in cui è scomparsa.
Codici di protezione legale
Nessuna legge italiana la tutela specificamente, né è inclusa in nessuna lista delle direttive dell’Unione Europea o accordi internazionali. Nella Lista Rossa IUCN, la specie è classificata come “a rischio minore”, mentre nella Lista Rossa degli animali italiani è descritta come “vulnerabile”.
Ubicazione geografica
Da notare che questa particolare specie si riscontra fino al limite settentrionale del Caucaso e della Mongolia, e prosegue verso nord fino alla Russia europea, in linea con una latitudine di circa 65 gradi. Esistono sottogruppi isolati in India, Cina meridionale e Tibet, nonché la sua presenza in alcune prominenti isole tra cui l’Inghilterra, Giappone e Taiwan.
Inoltre, in Italia, questa specie ha fatto la sua apparizione in tutto il territorio della pianura padana e nelle regioni confinanti di fondovalle. Recentemente è stata scoperta in una regione paludosa della Toscana settentrionale e nel lago Trasimeno. Restano da confermare le segnalazioni da varie parti della Campania.
Descrizione e Identificazione
Il mantello di colore degli adulti è generalmente castagna o tendente al grigio-marrone nelle parti superiori, a volte diventa grigio scuro, con l’addome di colore grigio chiaro, ove possono comparire macchie o strisce bianche. Il pelo sembra essere più folto.
Ci sono diverse caratteristiche esterne che permettono di differenziare questa specie dal famoso Ratto dei tetti, sebbene la sua identificazione possa essere difficile, soprattutto per i non esperti.
Complessivamente, l’aspetto fisico può essere un fattore decisivo: il Ratto delle chiaviche ha un fisico molto più forte e misure corporee più grandi rispetto al Ratto dei tetti, che si presenta più agile e sottile.
Ulteriori Caratteristiche
Inoltre, il muso del primo è meno affilato, gli occhi più piccoli e le orecchie meno evolute, coperte da peli molto fini, diversamente dalle orecchie quasi glabre del Ratto dei tetti.
Anche il design della coda si differenzia: il Ratto delle chiaviche possiede una coda più corta e grossa, con una colorazione a due toni, scura sul lato superiore e più chiara alla base, ricoperta di pochi peli, mentre nel Ratto dei tetti è monocolore e quasi priva di peli.
Nel dettaglio, nel Ratto delle chiaviche la lunghezza della coda è minore rispetto a quella del suo corpo, al contrario del Ratto dei tetti. Il rapporto tra la lunghezza della testa-corpo e quella della coda oscilla tra 0,8 e 1 per il Ratto delle chiaviche e tra 1 e 1,3 per il Ratto dei tetti.
Identificazione di Specie Roditorie attraverso un Esame Cranio
È possibile effettuare l’identificazione del Ratio delle chiaviche e del Ratto dei tetti attraverso l’osservazione del loro cranio. Una visualizzazione dalla prospettiva superiore rivela che il capo del primo roditore mostra una struttura quadrangolare, a differenza del secondo, che presenta una forma più arrotondata. La struttura craniale del Ratio delle chiaviche evidenzia, inoltre, distintive creste sopra orbitarie quasi parallele, mentre nel Ratto dei tetti sono arcuate.
Dimensioni e Caratteristiche Fisiche
Questi roditori hanno una lunghezza compresa tra 18 e 27 cm, una coda che misura tra 15 e 21 cm, un piede posteriore di 4-4.5 cm, un orecchio di 1.6-2.2 cm e un peso che oscilla tra 250 e 520 g. Possiedono una formula dentale di 1/1, 0/0, 0/0, 3/3, totalizzando 16 denti.
Rilevazione e Metodi di Monitoraggio
La segnalazione più ovvia della presenza del Ratio delle chiaviche viene dagli escrementi, tipico per molte specie animali. La distribuzione delle feci di questo roditore tende ad aggregarsi più delle feci del Ratto dei tetti, che sono generalmente distribuite in modo più uniforme. Questi escrementi, spesso con estremità aguzze, sono abbastanza larghi e oblungi, con una lunghezza media di 12-15 mm, a volte fino a 20 mm, e una larghezza di 5-6 mm.
C’è una regola empirica che facilita l’identificazione degli escrementi di queste due specie. Questa consiste nel dividere il loro diametro per la lunghezza, verificando se il risultato va da 0.31 a 0.37 o da 0.42 a 0.56. Se il risultato è nel primo intervallo, gli escrementi appartengono al Ratto dei tetti, nel secondo intervallo, al Ratio delle chiaviche. Tuttavia, dovrebbe essere notato che queste cifre variano a seconda delle diete specifiche e dovrebbero essere interpretate con prudenza.
Indizi di Infestazione
È inoltre possibile notare segni di infestazione negli edifici da graffi o impronte lasciate da queste specie su vari materiali, compresi metalli e plastiche. È anche possibile identificarli dai buchi o dalle gallerie che scavano nel terreno. In genere, i buchi scavati dagli adulti del Ratio delle chiaviche hanno un diametro di 6-9 cm, che è visibilmente più grande di quelli delle arvicole campagnole. Questi roditori tendono a posizionare le loro tane vicino a fonti di cibo, spesso lungo i bordi dei fossati, con o senza acqua.
Caratteristiche Comportamentali d’Arvicola
Se discutiamo dell’Arvicola e della sua tendenza a disperdere il terriccio proveniente dagli scavi vicino al suo covo, questa pratica è completamente diversa all’approccio dell’Arvicola domestica. Quest’ultimo spinge invece il suolo scavato ad una significativa distanza dal nido.
La continuata presenza degli individui lungo un percorso stabilito, si rivelano distintivamente in base all’area frequentata. All’interno dello spazio occupato dall’uomo, è tipico trovare segni di unto depositati su muri, aperture e interstizi, causati dallo sfregamento dei peli dei soggetti in movimento.
Nei territori aperti, è evidente la presenza di percorsi tra le piante erbacee. Questi risultano continuamente pestati, quindi appiattiti e meno densi, o addirittura assenti, lungo una larghezza di 5-10 cm. Spesso, insieme alle tracce delle zampe, si rinviene anche l’impronta della coda.
Residui Alimentari e Monitoraggio
Occasionalmente, lungo il corso delle gallerie, è possibile rilevare accumulazioni di avanzi alimentari. Tuttavia, questo fenomeno è meno diffuso rispetto a quello osservabile nelle tracce lasciate dal Ratto dei tetti.
Le tecniche di tracciamento del Ratto dei tombini si basano principalmente sulla ricerca delle tracce suddescritte. Se tale procedura è condotta secondo protocolli adeguati, è possibile stendere indici di abbondanza per la specie.
Informazioni sulla Popolazione e sull’Habitat
Le informazioni provenienti dal catturare e rilasciare gli individui, purché raccolte seguendo schemi adeguati, possono essere utilizzate per esprimere il numero relativo degli individui stessi. Utilizzando questi metodi di marchiatura e ricattura, si può ottenere una stima sulla densità della popolazione.
Nel suo ambiente naturale, la specie si trova prevalentemente in aree umide e lontane da grandi insediamenti umani. Tuttavia, nelle aree dove è stata introdotta, è riuscita ad adattarsi diventando simbiotica con l’uomo.
Nonostante la sua eccezionale versatilità nel trovarsi a suo agio in diversi habitat, la si inquadra raramente in ambienti lontani dall’uomo.
Habitat e Ricorrenza
Esistono numerose specie che prediligono una varietà di habitat, abbracciando aree selvagge e rigogliose di vegetazione e zone nelle immediate vicinanze dell’acqua. Ciò è dovuto principalmente alla ricca disponibilità di cibo nelle aree con grandi quantità di sostanze organiche. All’interno delle città e nei sobborghi, queste creatura si adattano a vivere in una serie di ambienti diversi, compresi immondizia, condutture di scarico, binari del treno, raccolte d’acqua stagne, giardini e bordi dei corsi d’acqua. Di frequente, invadono gli edifici popolando in gran parte le aree della parte inferiore.
Spesso il punto di accesso sono fessure o aperture che non sono adeguatamente sigillate nell’ambito delle costruzioni perimetrali o semplicemente da porte che sono tenute aperte. Questo accade con facilità lungo i percorsi adiacenti alle basi delle discariche.
Esistono anche nelle zone rurali, sfruttando l’ambiente favorevole caratterizzato dalla presenza di fossati, canali di drenaggio e irrigazione, affiancato da un’abbondanza di alimenti, tra cui prodotti vegetali non raccolti, cibo e cibo per animali domestici. Si possono trovare nei fabbricati come magazzini, fienili, spazi di allevamento, canili. Molto diffuse in zone selvagge lungo le scogliere marine, lungo i bordi dei fiumi, dei laghi e nelle riserve d’acqua di vario tipo.
Comportamento e Riproduzione
È una specie che tende ad essere attiva soprattutto durante le ore notturne, con la massima attività concentrata nelle prime ore dopo il calar del sole e nelle ore precedenti l’alba. Tuttavia, in condizioni ambientali stabili e tranquille, è possibile vedere tali creature in azione anche durante il giorno. Esse possono optare per l’attività diurna, specialmente in quei casi in cui il pericolo di predazione notturna è molto alto, come si verifica, ad esempio.
Nei territori ad alta densità di occupazione, abitati da volpi, i membri inferiori della gerarchia tendono a cercare il cibo nelle prime ore del giorno, riuscendo quindi a evitare il conflitto con i soggetti dominanti. Questa attitudine al crepuscolare consente loro una migliore sopravvivenza.
Scavo e abilità di nuoto del Ratto delle chiaviche
Il Ratto delle chiaviche, conosciuto per la sua proclività all’escavazione, è capace di creare complesse reti di tunnel sotterranei con diverse uscite. Il loro rifugio è solitamente situato all’interno di queste gallerie, ma può occasionalmente essere nascosto sulla superficie in mezzo a rifiuti o paglie. Quando lo scavo non è un’opzione, esso può essere nascosto nelle fessure delle rocce o delle falesie.
Si tratta di un raffinato nuotatore, capace di nuotare per svariate ore. In Nuova Zelanda, è stato dimostrato come potesse attraversare un tratto di mare di 400 m che separava due isole. La caratteristica distintiva del suo stile di nuoto risiede nella posizione costante della testa fuori dall’acqua, a differenza dell’Arvicola terrestre.
Abilità di arrampicarsi e sociale del Ratto delle chiaviche
Nonostante sia un abile arrampicatore, il Ratto delle chiaviche non eccelle in quest’abilità rispetto ad altre specie commensali. Tuttavia, il roditore mostra un’incredibile abilità nel risalire le tubazioni, utilizzando i suoi membri per spingersi contro le pareti. Grazie a tali abilità specifiche, può salire facilmente per tubi fino a 10 cm di diametro, incontrando difficoltà solo su quelli più larghi.
Il Ratto delle chiaviche si caratterizza per la presenza di ben definiti legami sociali, la cui comprensione è fondamentale per la messa a punto di misure di controllo. Evidenze sperimentali indicano che la specie vive spesso in colonie, frutto della combinazione di vari gruppi familiari. I gruppi sono in genere costituiti da un maschio dominante e da una o più femmine.
Difesa e dominanza territoriale
Le zone territoriali sotto la protezione di vari individui, scongiurano l’irruzione di soggetti esterni. I raggruppamenti guidati dai soggetti maschili più potenti si insediano in località privilegiate, ricche di nutrimenti e rifugi, risorse che di conseguenza non sono accessibili ad altri. Gli individui masculi dominanti ottengono in anticipo l’accesso alle risorse alimentari e, durante il periodo di accoppiamento, alle femmine pronte per l’accoppiamento. Di conseguenza, i maschi subordinati sono costretti a sgombrare le zone centrali dominate dalla colonia, rifugiandosi nelle aree periferiche.
Analisi dei Sessi e Gerarchia
Un’analisi della relazione fra i sessi rivela una distintiva variazione basata sulla località della colonia. Le aree riproduttive al centro della colonia sono popolate principalmente dalle femmine, mentre i maschi sono più diffusi nelle aree periferiche. La gerarchia emerge inizialmente attraverso scontri tra individui di sesso maschile, dove i più grandi in termini dimensionali prevalgono. Tuttavia, nelle fasi successive, l’età degli individui tende a legare la gerarchia. I membri più giovani, seppur più grandi, cedono ai più vecchi rinunciando al combattimento.
Caratteristiche dell’habitat e movimento degli Individui
La formazione di gruppi e colonie è accentuata in aree dove risiede una consistente quantità di cibo raccolta in località ristrette come fattorie zootecniche o discariche. Al contrario, in ambienti dove non vi è una concentrazione di nutrimento, gli individui sono distribuiti in modo più uniforme e meno raggruppati.
I movimenti degli individui sono governati dall’esistenza di nutrimento e dalle peculiarità dell’habitat popolato. Durante la notte, gli esemplari maschili possono percorrere chilometri, particolarmente nel caso dei maschi dominanti. Tuttavia, gli spostamenti medi sono molto inferiori, soprattutto nelle aree urbane dove i movimenti tendono a rimanere entro 65 metri.
Movimenti e Comportamenti del Ratto delle Chiaviche
In ambienti rurali, è stato documentato un numero medio superiore a 500 maschi e oltre 300 femmine del Ratto delle Chiaviche. Le oscillazioni in termini di spostamenti di questa specie risultano fortemente influenzate dalla disponibilità di cibo, come evidenziato da ricerche svolte in ecosistemi cerealicoli inglesi. Nelle aree dove le fonti alimentari sono limitate, l’area vitale degli esemplari tende ad essere più ampia.
La dieta quotidiana di questa specie si compone in gran parte di minuscole porzioni di cibo, con una differenziazione notevole in base al sesso. Le femmine sono inclini a fare molteplici brevi visite ai luoghi d’alimentazione, mentre i maschi effettuano meno visite, ma di durata maggiore. La specie si distingue per il suo comportamento neofobico pronunciato, specialmente nelle aree soggette a ripetute misure di controllo. Questa caratteristica comportamentale provoca un ritardo nell’interazione degli esemplari con esche e trappole. Ciononostante, in certe condizioni, ad esempio negli ecosistemi insulari della Nuova Zelanda, la specie non mostra tratti di neofobia.
Riproduzione del Ratto delle Chiaviche
In caso di abbondanza di risorse alimentari, la stagione riproduttiva può protrarsi fino a coprire l’intero anno. Nonostante ciò, le popolazioni che abitano gli ambienti più esposti tendono a interrompere l’attività riproduttiva nelle stagioni climatiche estreme, sia fredde che calde. Le femmine raggiungono la maturità sessuale a un’età compresa tra le 8 e le 12 settimane, ed un peso corporeo di circa 115 grammi. La durata della gravidanza varia tra i 20 e i 24 giorni, con una nascita che generalmente produce tra i 6 e i 9 cuccioli. È presente l’estro post-partum: le femmine possono accoppiarsi nuovamente immediatamente dopo il parto. Nonostante la potenziale capacità teorica di riprodursi fino a 13 volte all’anno, in condizioni operative standard, ciò avviene raramente.
Vitalità e habitat nella natura
La vita media degli esemplari più robusti e longevi nell’ambiente naturale, difficilmente supera i 18 mesi. I fenomeni di sciamatura non si verificano più di cinque volte all’anno.
Dietetica dell’animale
Adattabile a un’ampia gamma di fonti di cibo, il Ratto delle chiaviche mostra una dieta prevalentemente onnivora, sia in natura che in prossimità degli esseri umani.
Geneticamente predisposto a nutrirsi di molti tipi di alimenti, consuma in natura le parti verdi delle piante, frutti, semi e radici di varia natura. Non disdegna inoltre gli invertebrati, prediligendo le specie di insetti e molluschi gasteropodi, e cibo a base di vertebrati sia vivi che morti, con una preferenza per gli anfibi e altri roditori come le arvicole e i topi domestici.
Sorprendentemente, non esita a cacciare prede acquatiche come crostacei, molluschi e insetti e, occasionalmente, persino pesci. Se si trova su isole più piccole, la dieta del Ratto delle chiaviche può arricchirsi di uova e pulcini di uccelli, soprattutto specie che nidificano a terra.
Il Ratto delle chiaviche è anche noto per essere una specie necrofaga e non esita a praticare il cannibalismo, in particolare sugli esemplari più anziani o malati, o quelli che sono in via di estinzione a causa di avvelenamento da rodenticidi.
Interazione con l’ambiente umano
Vicino all’habitat umano, questo roditore ha la tendenza a consumare diversi prodotti alimentari di origine sia vegetale che animale, destinati al consumo umano o per l’allevamento di animali. Trova un’eccellente fonte di cibo negli accumuli di rifiuti urbani, così come nei cibi per animali disponibili in recinti o gabbie per animali domestici.
In condizioni ipogee, come le fogne, è in grado di cibarsi di quasi qualsiasi tipo di materiale organico disponibile. Se il cibo trovato soddisfa le sue esigenze immediate ed è facile da trasportare, spesso viene trasportato in un luogo più sicuro per essere consumato o semplicemente accumulato.
A differenza del Ratto dei tetti, il Ratto grigio tende a stoccare cibo meno frequentemente. Tuttavia, è in grado di adattare il suo consumo alimentare in base alle esigenze nutrizionali individuali.
Consumo giornaliero dei cereali per gli adulti
La stima per l’assunzione di cereali in un adulto è generalmente intorno ai 20-30 grammi al giorno.
Determinanti della dinamica di popolazione
L’Uomo ha sempre impegnato una battaglia senza quartiere contro il Ratto delle chiaviche fin dalla sua apparizione in Europa. Quest’ultimo è nemico in particolare di ambienti urbani, suburbani e insediamenti rurali. Il costante ricorso a rodenticidi ha permesso alla specie di sviluppare resistenza a molteplici anticoagulanti di prima e seconda generazione.
Fattori di riproduzione
La riproduzione di queste specie è condizionata da diversi elementi, come il clima e la disponibilità di cibo, oltre alla sopravvivenza degli esemplari. I più giovani sono spesso preda di vari animali, prevalentemente carnivori come Felidi, Canidi e Mustelidi, ma anche uccelli rapaci e serpenti. Raramente quest’ultimi riescono a catturare individui adulti.
Impatto economico e sanitario
Il Ratto delle chiaviche, specie non nativa introdotta in Europa in tempi relativamente moderni, riveste un’importanza economica e sanitaria notevole. Nel Nord Europa, il controllo della sua popolazione richiede un notevole impegno, mentre nel nostro Paese la sua rilevanza economica è alla pari delle altre specie sinantropiche.
Questo roditore rappresenta un veicolo di trasmissione per molte patologie gravi riguardanti sia l’uomo che gli animali domestici.
Implicazioni nella produzione agricola
Il Ratto delle chiaviche ha un impatto economico significativo anche in agricoltura, sia per i danni che può infliggere ai raccolti all’aperto, sia per i pregiudizi causati alle provviste stoccate.
Questi roditori si trovano soprattutto nei campi agricoli e nelle aziende di allevamento del bestiame.

La presenza dei ratti è causa di enormi danni, inclusi quelli nei siti di produzione alimentare industriale. I danni possono riguardare le infrastrutture, sottrazione di cibo, contaminazione con capelli e feci, e la distruzione di beni di consumo industriali. Queste situazioni possono portare a una diminuzione nel rendimento del prodotto, senza dimenticare il danno all’immagine dell’azienda causato dalla scoperta di tracce di ratti.
Impatto sui piccoli ecosistemi insulari
Anche se l’incidenza dei ratti è inferiore rispetto al ratto comune nelle piccole isole mediterranee, quando presenti, possono causare seri danni alle popolazioni indigene. Gli uccelli marini sono particolarmente vulnerabili. I ratti sono infatti capaci di depredare uova, pulcini e talvolta anche esemplari adulti. La specie non è coperta da alcuna legge nazionale e non fa parte di liste di direttive europee o convenzioni internazionali.
Origine e Distribuzione
Il ratto delle chiaviche ha origini asiatiche. L’habitat di origine sembra essere la Cina del Nord, la Siberia Orientale e l’isola di Honda, in Giappone. Ciò è attestato dai ritrovamenti di fossili di questa specie risalenti al Pleistocene e all’Olocene. La diffusione di questa specie è fortemente legata alle attività commerciali. Si è insediata a sud del Mar Caspio e con la costruzione della Ferrovia Transiberiana alcune popolazioni si sono dirette verso oriente. All’inizio del XIII secolo, hanno attraversato il fiume Volga in Kazakistan, iniziando la colonizzazione dell’Europa Orientale. La diffusione in Europa occidentale è probabilmente avvenuta a partire da una popolazione insediata nel delta del Danubio. La presenza del ratto delle chiaviche è stata segnalata per la prima volta nel Regno Unito nel 1731, in Francia nel 1753 e in Danimarca ancora più tardi.
Distribuzione ed Habitat del Ratto Grigio
Cronologicamente, la sua presenza è documentata a partire dal 1716. Negli USA, questa specie iniziò a stabilizzarsi attorno al 1740, durante una significativa ondata migratoria verso la Gran Bretagna che ha avuto il suo culmine negli anni ’60 e ’70 del XVIII secolo.
Notoriamente adattabile, il Rattus rattus ha un’ampia diffusione geografica, fatta eccezione per alcune regioni dell’artico e dell’antartico dove appare solo durante periodi intermittenti di attività umana. La sua espansione territoriale resta tuttavia un processo in corso.
Il suo habitat comprende gran parte dell’Italia, incluse le isole più grandi, ad eccezione delle regioni montuose dove è presente solo vicino agli insediamenti umani. E’ anche possibile trovarlo in alcune isole minori come Elba, Pianosa ed Ustica.
Caratteristiche ed Identificazione
La colorazione del Rattus Rattus può variare notevolmente a seconda delle singole popolazioni. Si notano addirittura tre diverse forme cromatiche, che talvolta vengono classificate come sottospecie. La prima, associata alla sottospecie R. r. alexandrinus, ha una colorazione superiore marrone grigiastro, con un ventre grigio. La seconda, associata a R. r. frugivorus, ha una colorazione marrone-grigiastro sul dorso e sui fianchi, con un ventre bianco-grigiastro. L’ultima, associata a R. r. rattus, presenta una colorazione superiore grigio-nerastra tendente al grigio ardesia sul ventre, nonostante molti specie mostrino una tonalità metanica uniforme.
Queste tre forme, la cui classificazione come sottospecie rimane oggetto di dibattito, non presentano una distribuzione geografica uniforme ma coesistono spesso in proporzioni diverse all’interno dello stesso habitat.
Il Rattus Rattus presenta orecchie prominenti e occhi grandi e sporgenti. Esso si distingue significativamente dal Ratto delle chiaviche, presentando numerose caratteristiche peculiari più dettagliatamente descritte in un’analisi della seconda specie menzionata.
Caratteristiche fisiche del Ratto dei tetti rispetto al Ratto delle chiaviche
Considerando la varietà presente tra queste due specie, l’uno non può fornire assistenza

nell’identificazione dell’altro. Il Ratto dei tetti, confrontato con il suo corrispondente delle chiaviche, risulta di statura inferiore, ha un naso particolarmente aguzzo e orecchie più estese, pressoché sprovviste di pelo. Si evidenzia una coda notevolmente più sottile, la cui lunghezza sorpassa quella del corpo, contrariamente a quanto si osserva nel Ratto delle chiaviche. La pigmentazione della coda è omogenea, a differenza di chiaviche, che la mostra solitamente con due tonalità: più scura sopra e più chiara sotto. Nei giovani, tali caratteristiche sono più difficili da identificare.
Rilevazione della presenza e tecniche di rilevamento
La presenza del Ratto dei tetti in habitat umani può essere facilmente verificata dalla scoperta di feci peculiari, il cui aspetto varia dallo stile ovale al sub-cilindrico, in genere con una lunghezza compresa tra 9-12 mm e una larghezza di 2-3 mm. Queste sono relativamente più piccole e con estremità non troppo appuntite rispetto a quelle del Ratto grigio. Tali differenze tra le feci delle due specie sono state esaminate a fondo nel contesto del Ratto delle chiaviche.
Nei territori dove le popolazioni si presentano con una densità alta, ad esempio nei locali delle aziende zootecniche o nei depositi di cereali, è comune vedere gli individui in azione attraverso la notte o all’imbrunire, e a volte anche durante le ore diurne.
Questo tipo lascia tracce oleose sulla base delle pareti, sulle porte e sul bordo delle crepe che gli individui rasentano nei loro percorsi usuali o nel sottotetto. Questi marchi sono simili a quelli prodotti dai membri attraverso lo sfregamento del loro pelo quando passano sotto le travi o le travelette sul percorso.
Le impronte su superfici polverose sono indistinguibili. Molto somigliante al Ratto delle chiaviche, il Ratto dei tetti costruisce i suoi rifugi spesso tra una sequenza di foglie e rami, formando una sorta di base, principalmente sulle piante, in particolare i diaconi fere. Nel contesto degli ambienti boschivi e dei parchi, questa costruzione è una caratteristica nota della specie.
Monitoraggio del Ratto Nero
Il tracciamento dei Ratti neri segue linee guida simili a quelle stabilite per il Ratto delle chiaviche. Questo spesso richiede la ricerca di segni o l’instaurazione di trappole, metodi di rimozione per gli esemplari catturati, o procedure che implicano il marcaggio e il recupero degli individui.
Habitat
Nelle aree del Mediterraneo, inclusa buona parte del nostro territorio, sia in natura che nelle aree abitate da umani, è possibile trovare le colonie del Ratto dei tetti. Tuttavia, esso tende ad essere principalmente una specie sinantropica in climi continentali, limitandosi a vivere prevalentemente nelle strutture umane. Questo fenomeno si osserva preminentemente nelle regioni del centro e del nord Europa, ma anche nelle zone di alta collina o nelle montagne del nostro territorio.
Le razze selvatiche bazzicano vari tipi di habitat, dalle aree forestali come foreste di pini e bassi arbusti costieri, dove la specie è molto diffusa, ai boschi mesofili delle basse e medie colline, dove è meno presente. Il Ratto dei tetti è anche tipico delle aree rocciose, dei dirupi e delle scogliere che si affacciano sul mare, specialmente su quasi tutte le piccole isole del Mediterraneo.
Il Ratto dei tetti in ambito urbano
Inoltre, il Ratto dei tetti è una nota specie che vive in simbiosi con l’uomo, abitando nei giardini, nei parchi cittadini. Non è raro trovarlo nelle strutture, invadendo in generale le parti più elevate come tetti, mansarde e terrazze, entrando dalle finestre in disuso.
Incursioni Urbane e Significato Ecologico
Presenti spesso nelle costruzioni rurali, i ratti infestano buche nel tetto ed altre aperture, sfruttando ogni crepa, per insediarsi. Nonostante siano tipicamente difficili da scacciare, la loro invasione urbana coinvolge frequentemente i posti di alloggio degli animali domestici, come scuderie, pollai, porcili e canili.
Comportamento Notturno e Adattabilità
Il Ratto dei tetti, creatura di notte, può anche essere frequentemente avvistato durante l’ora del tramonto o le ore diurne se la popolazione è altamente densa. Questo roditore ha un’innata predisposizione ad infrastrutture alberate, dimostrando grande destrezza nello scalare e muoversi rapidamente su fili e rami sospesi. Usando la coda come bilanciere per mantenerne l’equilibrio, riescono facilmente ad entrarne nelle parti elevate delle costruzioni urbane o rurali.
Con incredibile agilità, essi possono spostarsi su muri rocciosi e scogliere, colonizzando persino luoghi apparentemente inaccessibili. Nonostante siano abili nuotatori, preferiscono immergersi nell’acqua meno frequentemente rispetto al Ratto delle chiaviche.
Socialità e Territorialità
La socialità del Ratto dei tetti è meno nota rispetto al Ratto delle chiaviche. Vivono in nuclei familiari, all’interno dei quali si forma una dominanza tra i maschi adulti, sebbene esista una gerarchia molto meno pronunciata tra le femmine. Il territorio è generalmente difeso sia dai maschi che dalle femmine, ma è prevalentemente il maschio dominante ad affrontare gli intrusi. Si nota una minore aggressività nelle popolazioni insulari, ciò porta ad un aumento del comportamento diurno.
Strategie di Cibo e Migrazioni
Il Ratto dei tetti può coprire considerevoli distanze alla ricerca di cibo, anche se i movimenti medi

variano notevolmente a seconda delle circostanze, con valori compresi tra 18 e 174 metri.
La dimensione dell’area vitale differisce tra maschi e femmine, avendo gli uomini un territorio che varia da pochi metri quadrati a oltre 10 ettari. Il Ratto dei tetti, inoltre, ha l’abitudine di trasportare il cibo dal luogo in cui è stato trovato sia per consumo in aree più protette e tranquille, sia per accumulare riserve alimentari.
Diete specifiche
Le popolazioni di questa specie possono mostrare comportamenti alimentari distintivamente specifici. Ad esempio, le popolazioni studiate in Israele mangiano quasi esclusivamente coni di Pinus halepensis. I giovani imparano a rompere i coni e a mangiare i semi dalla madre, attraverso un processo di trasferimento culturale. Quelli che abitano fuori dalle foreste di pini, al contrario, non sono in grado di fare ciò.
Preferenze alimentari
Come il Ratto delle chiaviche, questa specie trae la maggior parte delle sue necessità nutrizionali giornaliere da alcune fonti molto conosciute. Il Ratto dei tetti può mostrare un comportamento fortemente neofobico, manifestando una forte diffidenza verso nuovi oggetti o alimenti che vengono inseriti nel suo territorio, come ad esempio trappole o cibi contenenti veleno. Tuttavia, in certe condizioni, questa specie non dimostra questo comportamento, come avviene nelle piccole isole.
Informazioni sulla riproduzione
La durata del periodo riproduttivo è influenzata dalle stagioni e dalla latitudine. In generale, il periodo riproduttivo può avvenire da febbraio-marzo a novembre e, in alcuni casi, può estendersi per l’intero anno, specialmente in edifici con disponibilità alimentare adeguata e condizioni climatiche favorevoli.
Le femmine raggiungono la maturità sessuale tra le 12 e le 16 settimane di età. Il periodo di gestazione varia tra 21 e 23 giorni, dopo i quali le femmine partoriscono tra i 5 e gli 8 piccoli.
Informazioni sulla riproduzione
La femmina del Ratto dei tetti può concepire molteplici volte l’anno, di solito tra 3 a 5 volte, generando in media 7 prole ad ogni parto.
Dieta e Alimentazione
Definito come onnivoro, il Ratto dei tetti è capace di prendere nutrimento da una vasta varietà di alimenti animali e vegetali, con una predilezione mirata per questi ultimi, in contrasto con il suo cugino Ratto delle chiaviche.
In contesti umani, la sua dieta include granaglie di ogni categoria, prodotti agricoli freschi o secchi, verdure, nutrimento per animali domestici, e anche alimenti proteici come la carne ed uova. Non si trattiene di fronte a nessuna forma di alimentazione stoccata o di scarto.
Nelle regioni selvatiche, preferisce principalmente frutta e semi di numerose specie d’arboree e arbustive. Ad esempio, nelle zone della pineta mediterranea, il Ratto dei tetti sviluppa un appetito per i semi adeguatamente maturi o quasi maturi delle conifere, mentre nelle aree urbane o giardini di ville può trarre piacere dai frutti delle piante ornamentali, come le palme da datteri. Durante l’inverno, cambia la sua dieta nutrendosi della corteccia di alberi ornamentali e fruttiferi. La sua alimentazione include anche invertebrati, principalmente Molluschi Gasteropodi, come le chiocciole e le limacce, aracnidi, larve, adulti di Insetti e uova di Uccelli. Infine, il Ratto dei tetti può dimostrarsi un efficace cacciatore di altri micromammiferi. È spesso possibile ritrovarlo nelle trappole per micromammiferi più piccoli, come i topi e arvicole, che entra per mangiare i membri intrappolati.
Bisogni idrici
Questo roditore richiede una quantità ragionevole di acqua, caratteristica che gli impedisce di colonizzare permanentemente le aree dove non può avere un accesso costante all’acqua.
Elementi che influiscono sulla popolazione
La popolazione del Ratto dei tetti è soggetto di influenza da vari elementi, che possono avere effetti variabili a seconda dell’habitat.

L’incapacità di trovare rifugi adeguati impedisce ad una data specie di stabilire una presenza stabile. Inoltre, nelle aree in questione, la specie si trova ad affrontare diversi tentativi umani mirati a controllarne e limitarne l’espansione. Un uso costante e prolungato di vari anticoagulanti, nel corso degli anni, ha causato lo sviluppo di una resistenza a tali sostanze in molti esemplari di questa specie.
Popolazioni Selvatiche e Predatori
La popolazione selvatica di questo mammifero di per sé stanziale non sfugge all’attacco di una vasta gamma di predatori. Questi includono carnivori, principalmente gatti, volpi e diversi membri della famiglia Mustelidae, predatori notturni come il gufo e l’owl, e rettili, in particolare i grandi serpenti non velenosi.
Diminuzione della Popolazione e Presenza Geografica
Si nota un marcato declino della popolazione in molti stati dell’Europa centrale e del nord. In particolare, risulta essere molto scarsa in Gran Bretagna, Svezia e Germania. Questo fenomeno è spesso attribuito all’espansione territoriale di un altro tipo di roditore. Nonostante ci siano stati casi documentati di predazione di questo secondo roditore a discapito del primo in ambienti controllati, non è certo che lo stesso possa avvenire in natura. È più probabile che la riduzione del primo roditore in questi paesi sia dovuta alla sua scarsa capacità di adattamento al clima freddo. Ciò costringerebbe la specie a vivere principalmente nei pressi delle abitazioni umane, aumentando l’impatto delle misure di controllo impiegate dall’uomo.
Situazione Contrapposta nell’Europa Mediterranea
Nell’Europa meridionale, nonostante la presenza del secondo roditore, il primo permane come una specie molto diffusa negli ecosistemi naturali.
Origine e Rilevanza Economica
Questo roditore ha origini asiatiche e sembra si sia diffuso ad Ovest a partire dal subcontinente indiano. Esso si differenzia dal secondo roditore che ha origini semidesertiche.
Origini e Diffusione del Ratto dei Tetti
Si pensa che il Ratto dei tetti abbia origini nelle aree forestali del sud-est asiatico equatoriale, inizialmente come specie agricola. Dalle analisi del cariotipo, emerge un’ipotesi secondo cui le popolazioni mediterranee di questo roditore potrebbero aver avuto origine dal sud-ovest dell’India, una zona che nel periodo romano era un fervido centro di commercio.
La teoria più consolidata sulle modalità e del periodo di diffusione del Ratto dei tetti, suggerisce che le navi commerciali potrebbero aver svolto un ruolo chiave nel favorire la loro colonizzazione. Più che prove tangibili, questa teoria è consolidata dalla scoperta che la maggior parte dei resti provenienti da insediamenti romani furono ritrovati in prossimità delle coste o dei fiumi.
Essendo completamente assente in Europa durante le glaciazioni, è probabile che il Ratto dei tetti abbia colonizzato l’area mediterranea solamente in epoche successive. Benché siano stati ritrovati resti isolati risalenti al quarto millennio A.C., i primi ritrovamenti cronologicamente certi sono associati a numerosi insediamenti romani.
Colonizzazione Americana e Prevalenza nei Centri Urbani
Le rovine storiche della meridionale Europa, come Pompei, e di altre località dell’Europa centrale, del nord Africa e dell’Asia minore sono state fonti di ritrovamenti dell’epoca.
Le Americhe iniziarono a essere colonizzate dal Ratto Nero sin dai primi tempi dopo la loro scoperta, con insediamenti noti in diverse regioni costiere del continente sin dal XVI secolo.
Importanza Economica e Sanitaria del Ratto dei Tetti
Il Ratto dei tetti è una specie di notevole interesse sia economico che sanitario. In considerazione di tale importanza, le colonie di questi roditori che vivono in prossimità degli insediamenti umani sono sottoposte a controlli costanti, seppur risulta spesso difficoltoso contenerne la diffusione.
Tali difficoltà sono dovute alla complessità nell’installare trappole ed esche nei luoghi elevati che la specie tende a colonizzare, e alla presenza di abbondanti fonti alimentari alternative che si ritrovano in certi ambienti. Ad esempio, i depositi di cereali e le industrie di mangime.
Danni e pericoli causati da specie specifiche di roditori
L’alto tasso di popolazione di roditori è spinto soprattutto dall’elevata attività di allevamento zootecnico e dagli insediamenti umani. Queste creature sono conosciute per il loro ruolo nell’esportazione di un’infinità di patologie, alcune delle quali possono essere estremamente dannose.
Il ruolo critico del Ratto dei tetti
Il Ratto dei tetti è noto per essere l’ospite principale della pulce Xenopsylla cheopis, il vettore di Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Oltre alla diffusione di malattie, questo roditore causa anche considerabili danni in varie aree, inclusa l’agricoltura.
Soprattutto, il ratto dei tetti nei suoi atti di distruzione sull’agricoltura si concentra su frutti e cortecce arboree, fluorescenze delle serra e riserve di cibo immagazzinate. Durante i mesi invernali, queste creature possono causare danni significativi alle tante piante ornamentali attraverso il danneggiamento della corteccia di rami e tronchi.
Danni alla Zootecnia
La zootecnia soffre notevolmente della presenza di questa specie, principalmente a causa del rischio di zoonosi trasmesse sia agli animali che alle persone coinvolte nel settore, oltre al disturbo causato dalla presenza di una densità di popolazione alta. Allo stesso tempo, queste creature possono contaminare e ridurre le risorse alimentari per il bestiame.
Minaccia costante in contesti specifici
Questi roditori rappresentano una costante preoccupazione per le industrie e le aree di stoccaggio dei cibi, così come per gli ambienti pubblici, soprattutto quando le misure di sicurezza sono inadeguate. Quando c’è una massiccia disponibilità di alimenti, i ratti diventano significativamente più difficili da controllare a causa della ridotta efficacia dei rodenticidi.

Influenza negativa sulle Isole
Sulle isole mediterranee ed oceaniche, il Ratto dei tetti costituisce una grande minaccia per le specie autoctone. Questo è particolarmente vero per le numerose specie di uccelli marini, il cui successo riproduttivo è seriamente compromesso da queste creature che predano uova e nidiacei.
Presenza e protezione della specie
La presenza del Ratto dei tetti varia notevolmente tra differenti regioni e nazioni. Oggetto comune di azioni di contenimento nel sud dell’Europa, ha invece riscontrato una diminuzione significativa della sua presenza nel centro e nel nord del continente europeo, limitandosi maggiormente ad aree urbane specifiche. La sua situazione è tale che, in nazioni come la Svezia e la Germania, la specie è legalmente protetta considerandola a rischio di estinzione. La problematica della sua rarefazione si pone anche nel Regno Unito, dove si è aperto un dibattito sulla necessità di attuare piani specifici di protezione della specie.
Riguardo alle normative, la specie non rientra né in provvedimenti legislativi nazionali, né in documenti di direttive europee o convenzioni internazionali.
Distribuzione del Ratto dei tetti
Originaria della penisola indiana, la distribuzione del Ratto dei tetti si è espansa a livello mondiale a causa del trasporto involontario da parte dell’uomo, rendendola una specie cosmopolita. Nonostante sia presente nelle regioni temperate e tropicali a livello globale, in Sud America e in Australia la sua presenza è principalmente limitata alle zone costiere.
In Italia, la specie è abbondante in tutto il territorio, includendo le maggiori isole e tutte le minori. Le popolazioni selvatiche sono particolarmente concentrate nelle zone costiere e collinari di bassa e media altitudine. Zona in cui si trova, nelle regioni più elevate, esclusivamente in contesti umani e costruiti
Descrizione e classificazione
Il genere Mus Linnaeus, è estremamente complesso dal punto di vista sistematico, esistendo ancora oggi diversi punti di vista in conflitto. La suddivisione in due distinte specie, Mus musculus e Mus domesticus, che era molto popolare fino a qualche anno fa, oggi è sempre più spesso messa in dubbio, e si preferisce considerare i due taxa come sottospecie di Mus musculus.
Il Topo domestico, inizialmente classificato come Mus domesticus, appartiene effettivamente alla sottospecie conosciuta come Mus musculus domesticus. Questo roditore presenta un mantello di tinta bruno-grigia sulla parte dorsale e grigio pallido sul lato ventrale. Gli occhi e le orecchie sono considerevolmente sviluppati, ed il rapporto lunghezza della coda alla lunghezza testa-corpo è circa del 180%.
Caratteristiche distintive
Questo mammifero si differenzia facilmente dai topi selvatici, grazie a diversi tratti morfologici esterni. Ha corpo più piccolo, orecchie non molto lunghe e possiede una coda più grossa. Inoltre, la tonalità del mantello del Topo domestico tende più al grigio, rispetto al marrone-bruno dei topi selvatici. Anche il colore del ventre si distingue, presentandosi grigio chiaro invece di bianco o biancastro, come nei topi selvatici. Tuttavia, può essere difficile distinguere i giovani, poiché questi attributi non sono così evidenti.
Confronto con Topolino delle risaie
Il Topo domestico si differenzia anche dal Topolino delle risaie, in quanto si rileva un notevole divario di taglia. Ha il pelo di colore diverso, orecchie più vistose e sprovviste di peli, occhi più grandi e un muso più appuntito.
Corredo cromosomico e possibili alterazioni
Nelle popolazioni di Topo domestico nell’Africa del nord e in Europa si riscontra un decremento nel conteggio dei cromosomi. Questo declino è conseguenza della fusione di due cromosomi acrocentrici e un cromosoma metacentrico, senza che si manifesti perdita di dati genetici. I fattori scatenanti queste fusioni, note come robertsoniane, non sono completamente compresi e sono oggetto di studio tutt’oggi.
Identificazione e Tecniche di Rilevazione
Il topo domestico tende a convivere nelle vicinanze di abitazioni umane, risultando identificabile grazie a specifici indicatori come i residui fecali. Questi ultimi di solito sono di colorazione scura, ma possono variare in base alla dieta del topo, e misurano dai 5 ai 7 mm di lunghezza e 2 a 3 mm di larghezza. Rispetto ai resti dei Chirotteri, questi non si frantumano se pressati e possono essere trovati singolarmente o raggruppati, segnalando le aree più visitate dai topi. In caso di infestazioni massicce, queste zone sono spesso permeate da un forte odore pungente.
In presenza di terreno polveroso, si possono notare le impronte dei roditori e tracce di pulizia dovute al frequente passaggio degli stessi. Vicino alle traiettorie più utilizzate si può rintracciare il segno del grasso prodotto dallo sfregamento del pelo dei topi. Le dimensioni ridotte di queste tracce permettono di distinguerle dai segni lasciati dai ratti.
Impatto del Topo Domestico Sugli Oggetti Umani
Nelle aree infestate si possono osservare danni causati dalla specie su vari materiali come gomma, legno, plastica, tessuto e carta. Se il materiale lo consente, si possono trovare segni dentali sui punti danneggiati, che sono di dimensioni notevolmente inferiori a quelli dei ratti. Il topo domestico tende anche a trasportare alimenti in luoghi riparati, nei quali si possono scoprire ammassi di materiali accumulati nel tempo.
Identificare i nidi dove i piccoli di topo domestico vengono sviluppati è relativamente semplice. Questi nidi sono costituiti da materiali eterogenei raccolti dall’ambiente circostante. Il topo domestico è noto per la sua facilità di cattura, sia nelle costruzioni che negli ambienti naturali, utilizzando diverse trappole per micromammiferi.
Queste catture possono essere usate per indicare un indice di abbondanza relativa o la densità della popolazione, quest’ultima particolarmente quando si utilizzano metodi basati sulla marcatura e recattura degli individui. È noto che la specie viene predata, in misura considerevole, dal barbagianni e altri rapaci notturni, come evidenziato dai resti rinvenibili nelle loro borre.
Il Topo Domestico e il suo Habitat
Il topo domestico è originario delle aree rocciose e delle steppe, ma si è adattato e diffuso in una vasta area, diventando una specie sinantropica, ovvero convivente con gli esseri umani. Questa specie ha dimostrato di poter vivere perfettamente sia in habitat selvatici, specialmente nelle aree temperate pianeggianti e collinari, che in quelli urbani.
Nei nostri territori, il topo domestico sembra trovare un ambiente idoneo nelle aree costiere, al punto da risultare in un maggiore distacco dall’orografia, e quindi essere rintracciabile a quote decisamente più elevate.
Anche allo stato selvatico, il topo domestico tende a prediligere le zone agricole, puntando ai margini delle colture, nei terreni incolti e nelle aree cespugliose. Evita le zone che mancano di copertura vegetale e sembra essere attratto da ambienti più aridi. Durante la stagione fredda, anche gli esemplari selvatici tendono a cercare la vicinanza dell’uomo, entrando nelle case o in altri edifici rurali.
La specie del topo domestico è stabile e strettamente associata agli insediamenti umani di qualsiasi tipo, dalle zone rurali alle grandi aree urbane. Questo è un chiaro segno della straordinaria adattabilità della specie, che riesce a stabilire popolazioni dense in un’ampia varietà di ambienti.
Posizioni e Abilità di Movimentazione del Topo Domestico
È comune avvistare queste creature nei pressi di stazioni ferroviarie e in prossimità dei semafori di strade affollate, luoghi in cui gli esseri umani disperdono abbondanti quantità di rifiuti alimentari. Questi piccoli mammiferi, noti per saper adattarsi a simulate circostanze, trovano rifugio e nutrimento negli angoli più inaspettati degli edifici umani. Grazie alla loro ridotta grandezza e agilità, sono in grado di spostarsi attraverso spazi più ristretti come le cavità dei muri, gli spazi che circondano i tubi e i cavi elettrici, permettendo loro di navigare facilmente all’interno di uno stesso edificio. Questi abili esploratori sono capaci di stabilire il loro nido in qualsiasi tipo di oggetto, compresi gli elettrodomestici, diventando così ospiti invisibili durante le ore diurne.
Comportamento e Riproduzione
Di natura prevalentemente notturna, il topo domestico resta solitamente inattivo durante le giorno. Ma, nei contesti abitati dall’uomo, il loro livello di attività non è strettamente legato al ciclo giorno-notte, ed essi possono essere attivi anche in pieno giorno, soprattutto in aree oscure e indisturbate. Sono dotati di grande abilità nel climbing, capaci di arrampicarsi su pareti verticali purché presentino una certa rugosità. A differenza dei ratti, tendono a rimanere immobili al minimo segno di pericolo, evitando di spostarsi finché rimangono nascosti. Questo atteggiamento gli permette di essere trasportati facilmente da una struttura all’altra e da una stanza all’altra, anche attraverso pacchi e containers.
Viaggio e Capacità di Adattabilità
Le dimensioni dell’area vitale per queste creature variano notevolmente, oscillando tra 35 m2 e 8 ettari. Normalmente effettuano spostamenti di piccola entità, che possono sembrare insignificanti se paragonati alla lunghezza del percorso giornaliero intrapreso dalle altre specie che vivono nelle stesse condizioni, ma in alcuni casi possono coprire distanze superiori ai 500 metri. Il loro comportamento è principalmente dettato dalla disponibilità di cibo: si sa infatti che se c’è un’offerta generosa di risorse alimentari, la loro mobilità risulta notevolmente influenzata.
Caratteristiche Vitali e Comportamentali del Topo Domestico
Con fondamentali bisogni di rifugio e nutrimento, un topo domestico è in grado di svolgere l’intero span di vita entro limitati confini cubici, a netto contrasto con i suoi simili in natura che spesso richiedono territori molto più ampi. Questi topi tendono a popolare zone dotate di un’adeguata copertura, essendo riluttanti ad esplorare spazi aperti e attraversando solo di rado ambienti come le strade.
Densità Popolazionale e Risorse Alimentari
Si osserva una notevole variazione nella densità di popolazione tra i topi commensali, a seconda dell’ambiente. A volte, possono essere presenti numerosi esemplari per metro quadrato, particolarmente quando la popolazione è in grado di sfruttare lo spazio in tre dimensioni. Le popolazioni selvatiche generalmente presentano densità di molto inferiori, probabilmente a causa della concorrenza con altri piccoli roditori.
Il caratteristico comportamento esplorativo del topo domestico lo porta a ispezionare nuovi oggetti sul suo cammino, così come a sperimentare rapidamente nuove fonti di cibo. Benché ci siano eccezioni, questo comportamento fa contrasto con la marcata neofobia espressa dai ratti, portando alcuni ricercatori a definire la specie come “neofila“.
A differenza dei ratti, il topo domestico tende a visitare durante il suo ciclo di attività quotidiana un’ampia serie di fonti di cibo, sfruttando solo una piccola parte delle risorse disponibili in ciascuna di esse. Se le fonti sono poche, farà più visite a ciascuna di esse, prelevando ogni volta quantità di cibo piuttosto limitate.
Ubicazione e Costruzione del Nido
All’interno delle colonie umane, i topi domestici si insediano nei luoghi capaci di fornire protezione e isolamento termico, creando nidi con i materiali più vari raccolti nell’ambiente, che comprendono carta, tessuti, plastica ed erbe. Tra le popolazioni selvatiche, il nido viene posizionato all’interno di gallerie sotterranee, che possono essere preesistenti (realizzate da altri roditori) oppure scavate autonomamente.
Dieta del Topo Domestico
Il topo domestico ha una dieta estremamente flessibile, una caratteristica che lo aiuta a adattarsi a una varietà di fonti di cibo disponibili. Ha una tendenza innata a preferire i cereali e i semi di graminacee, ma in ambienti domestici, è praticamente onnivoro, mangiando vari alimenti e materiali, compresi prodotti in cera e sapone. Questo comportamento alimentare può causare danni economici e igienici significativi. In natura, la sua dieta non differisce molto da quella dei topi selvatici, principalmente basata su vegetali e consistente in semi, piante, frutta e parti verdi di piante. Tuttavia, a volte si nutre anche di cibo animale, specialmente insetti. Si stima che un topo domestico richieda in media 3.5-4 g di cibo al giorno.
A differenza dei ratti, i topi domestici hanno un fabbisogno idrico notevolmente basso, e sono in grado di sopravvivere per lunghi periodi senza accesso diretto all’acqua, ricavandola solo dal cibo ingerito.
Fattori che influenzano le popolazioni di Topi Domestici
La popolazione di topi domestici è frequentemente sotto pressione a causa delle attività di controllo. Queste attività sono solitamente dirette specificatamente verso le popolazioni presenti in aree urbane o edifici rurali. Invece, nelle regioni agricole, questi animali non vengono normalmente contrastati se non in circostanze eccezionali. L’uso frequente di rodenticidi anticoagulanti ha spesso portato all’emergere del fenomeno della resistenza.
Numerosi sono i principi attivi noti, tra cui alcuni appartenenti alla seconda generazione, riscontrati negli organismi. La durata di vita degli esseri varia ampiamente in funzione dell’ambiente in cui si trovano.
Topo Domestico: Prede e Predatori
In ambiente naturale, una grande varietà di creature, soprattutto carnivore, rapaci notturni e serpenti, fanno del topo domestico il loro pasto abituale. Nei contesti dove le due specie condividono lo stesso ambiente, il ratto delle chiaviche può diventare un predatore significativo. Nonostante non sia completamente chiaro, l’influenza delle malattie non sembra essere decisiva, a meno che non intervenga nelle popolazioni con esplosioni demografiche occasionali.
Status e Impatto Economico
Delle varie specie di Roditori nel territorio mediterraneo, il topo domestico è il più diffuso nei pressi delle costruzioni umane. Questa diffusione ne sottolinea il notevole impatto economico, soprattutto se si considerano gli elevati costi legati all’adozione di misure preventive e alla realizzazione di operazioni di monitoraggio e/o controllo. Le ripercussioni negative legate alla sua presenza si manifestano in diversi modi.
L’appropriazione di scorte alimentari da parte dei topi acquista particolare importanza nei paesi in via di sviluppo, dove le perdite si trasformano in una riduzione dell’offerta alimentare per le persone. Inoltre, nei contesti industriali, i topi provocano la contaminazione di scorte e il danneggiamento degli imballaggi. Particolarmente nocivo è il topo domestico, che arreca danni superiori alle sue necessità alimentari
Il danno provocato da questa specie deriva soprattutto dal suo unico comportamento alimentare, che lo rende particolarmente distruttivo, visto che attinge ampiamente alle risorse disponibili senza alcun criterio.
Comportamento alimentare e danno commerciale da roditori domestici
Un roditore domestico mostra precedentemente una tendenza a sparpagliarsi tra varie riserve di cibo piuttosto che esaurire singolarmente ogni fonte. Di fronte a una moltitudine di pacchi dello stesso alimento, consuma solo una frazione di ognuno, compromettendo così il loro potenziale valore commerciale. Un impatto indiscutibile che riverbererebbe questa attività si rifletterebbe sulle immagini delle aziende alimentari. Aspetti come la scoperta di feci, peli o creature decedute nelle confezioni alimentari o addirittura nei prodotti finiti, indirizzati al consumo, potrebbero essere una conseguenza catastrofica.
Impatto dei roditori domestici sulle attività agrarie
Il roditore domestico può arrecare seri danni all’agricoltura, soprattutto quando la sua presenza è ingente, come in alcune aree dell’Australia. Con condizioni normali, come quelle nei paesi mediterranei, non raggiungono numeri particolarmente alti, pertanto generalmente non hanno un effetto significativo sulle culture di campo aperto, ad eccezione di alcune occorrenze sulle piante di cereali. Possono causare problemi più seri nelle serre, dove possono danneggiare piante ad alto reddito come i fiori, così come le piantine di Cucurbitacee e Solanacee, e nei coltivatori di funghi.
Prodromi dei roditori domestici nel settore zootecnico
Il roditore domestico può anche aumentare in termini di popolazione all’interno di varie fattorie di allevamento. In tali circostanze, può diventare un fastidio riducendo il cibo disponibile per gli animali allevati, costituendo una minaccia per la salute sia per gli animali da allevamento che per gli esseri umani. Inoltre, può peggiorare notevolmente le condizioni di lavoro del personale della fattoria.
Effetto dei roditori domestici sulla biodiversità delle piccole isole
Anche nelle piccole isole, i roditori domestici possono avere un notevole impatto sulla biodiversità, sebbene in misura molto meno rispetto al ratto delle chiaviche e al ratto dei tetti. L’aspetto negativo associato alla loro presenza è notevole.
L’istricide italiano
L’Istrice è il roditore più grande presente sul territorio italiano. La sua struttura fisica è compatta, con una testa piuttosto tozza, orecchie poco pronunciate e occhi ben sviluppati. Gli arti mostrano unghie corte e tenaci. La copertura di aculei si estende dalla testa alle zampe, passando per il collo, le spalle e la parte inferiore del corpo. Sul collo, le setole lunghe formano una cresta di colore biancastro. Il manto resta di colore molto scuro, tranne per un leggero collare bianco, assente nella sottospecie H. c. cristata, diffusa in Italia.
Descrizione Morfologica
Non è inusuale trovare alcune varietà africane con un folto manto di aculei che adorna dorso, fianchi e coda. Riguardo alla parte mediana del dorso, possiamo notare aculei che possono raggiungere la lunghezza di 30 cm. Questi aculei sottili si mescolano a quelli più corti e robusti. L’aspetto tipico è dato da un colore tendente al nero, con strisce di tinta bianca.
Nella zona finale della coda, si trova un gruppo di aculei dal formato singolare: sottili all’origine, si allargano e diventano cavi alla fine. Questi, quando agitati, creano un suono crepitante distintivo. Le vibrisse, estremamente lunghe, possono estendersi fino alle spalle.
La lunghezza del corpo, dalla testa alla coda, varia tra 50 e 70 cm, con una coda fra i 5 e i 7 cm e un piede posteriore tra i 7.5 ed i 9 cm. Per quanto riguarda il peso, possiamo attestare una media compresa tra gli 8 e i 22 kg.
La dentatura è composta da 1/1 incisivi, 0/0 canini, 1/1 premolari, e 3/3 molari che, sommati, fanno un totale di 20 denti.
Identificazione e Tecniche di Monitoraggio
Ci sono alcuni indizi che rivelano la presenza di questa specie, il più evidente sono gli aculei con strisce bianche e nere, che vengono lasciati nella zona di passaggio degli esemplari.
È inoltre possibile individuare escrementi simili a grossi noccioli d’oliva, lunghi da 2 a 4 cm, raggruppati lungo i percorsi consueti. Questi escrementi sono più frequenti nei pressi del rifugio e talvolta anche dentro caverne o strutture abbandonate, spesso utilizzate come luogo di riposo durante le ore diurne.
Le tane sono solitamente scavate in terreni inclinati, tra la vegetazione, con un’apertura molto larga, superiore ai 30 cm di diametro.
Un altro aspetto peculiare è rappresentato dalle impronte, generalmente arrotondate, in particolar modo quelle delle zampe anteriori. Queste sono formate dall’impressione di quattro dita del piede anteriore e di cinque di quello posteriore. Non è raro osservare anche le tracce lasciate dalle grandi unghie.
L’istrice tende a scavare piccole fosse nelle aree frequentate, alla ricerca di radici di piante annuali (fittoni).
Sopravvivenza nell’habitat
L’istrice è un animale che frequenta zone caratterizzate da un notevole livello di copertura vegetale come foresta o bush. Queste aree forniscono ampio rifugio e alimentazione. Gode molto di stare in habitat di macchia mediterranea, ma può essere trovato anche in diversi tipi di boschi, siepi, aree riparie con vegetazione densa, e regioni rocciose. È prevalentemente diffusa nelle pianure e nelle colline. La sua presenza al di sopra degli 900 metri di quota è piuttosto limitata, anche se tracce sono state segnalate fino a una altitudine di 2000 metri sugli Appennini.
L’istrice si sposta attraverso percorsi naturali, principalmente siepi e rive di fiumi con ricca vegetazione. Grazie alla sua propensione al movimento, è possibile avvistarla anche in parchi cittadini e aree verdi nelle periferie urbane. In alcuni casi, è stata osservata anche a Roma.
Abitudini e Riproduzione
Questo animale conduce un comportamento quasi esclusivamente crepuscolare e notturno, con una particolare attività nelle prime ore della notte. Generalmente, vive in coppia o in gruppi familiari composti da una femmina, un maschio e diversi piccoli. Si sono osservati spostamenti giornalieri fino a 1300 metri per i maschi e 1100 metri per le femmine, anche se si ritiene che i loro movimenti possano essere molto più ampi.
La specie è in grado di nuotare efficacemente, e può attraversare anche corsi d’acqua di varia larghezza. Le tane dell’istrice sono situate nelle cavità naturali o in gallerie sotterranee scavate dagli stessi individui. Alcune volte utilizzano per la costruzione delle loro tane tane di altri animali, principalmente di tassi e volpi, con i quali possono condividere l’habitat. Le gallerie dell’istrice possono essere molto complesse e presentano diversi ingressi nascosti nella vegetazione. Possono rifugiarsi anche all’interno di caverne e, occasionalmente, nelle parti inferiori di edifici abbandonati.
Nonostante l’apparenza, l’istrice è un animale generalmente silenzioso.
Comportamento difensivo dell’Istrice
Quando è disturbato, l’istrice manifesta il suo disagio con sibili e grugniti. Può battere i piedi posteriori sul terreno, sollevare i propri aculei e far vibrare la coda, producendo un suono crepitante garantito dalle particolari spine che la ricoprono. Inaspettati movimenti all’indietro gli permettono di lanciarsi travolgendo l’attaccante nel tentativo di forare con le sue spine. Vorrei sminuire il mito infondato che l’istrice è in grado di lanciare le sue spine a distanza, incastrandole nel corpo dei propri nemici. In realtà, gli avversari sono danneggiati dalle spine durante il combattimento, e alcune spine, che si staccano facilmente, possono rimanere nel loro corpo.
Informazioni sulla riproduzione dell’istrice
Osservazioni su esemplari in cattività suggeriscono che queste specie sono monogame e il loro sistema di riproduzione si basa sull’unione di coppie durature. Gli accoppiamenti si realizzano solamente notturni, sia all’aperto che all’interno delle gallerie. Dopo una gestazione compresa tra 90 e 120 giorni, nascono uno o due piccoli, rari casi tre. Questi, precoci con gli occhi aperti e ben sviluppati, riescono a mostrarsi all’esterno dopo solo una settimana. Anche il maschio partecipa alle cure parentali dei piccoli, che continuano per un periodo prolungato. Non è noto il periodo di riproduzione. Durante l’anno possono aversi uno o due parti.
Dieta dell’Istrice
La dieta dell’istrice è essenzialmente vegetariana. Sebbene variabile a seconda della stagionalità, l’istrice favorisce le componenti ipogee delle erbe, come tuberi, rizomi, bulbi e radici di una vasta gamma di specie sia selvatiche che coltivate, queste formano la base della sua alimentazione durante tutto l’anno. Si nutre anche di germogli, semi e frutta caduta a terra e, particolarmente in inverno, di corteccia d’albero, che rimuove dalla base degli alberi. I cereali e i semi di girasole sono le principali fonti di cibo.
Il ritrovamento costante di ossa di Ungulati che portano tracce di istrice potrebbe essere interpretato come un bisogno di utilizzare i suoi incisivi. Tuttavia, la ragione più plausibile è la carenza di calcio nella dieta di queste creature.
Dinamica della popolazione d’Istrici
A dispetto della situazione in Africa, l’istrice in Italia non ha veri predatori. Talvolta, però, i cuccioli possono essere prede occasionali di cani e volpi. In realtà, la minaccia principale alla consistenza della popolazione proviene dall’essere umano. Quest’ultimo, attraverso la caccia illegale, può determinare un declino significativo di questi animali. Questo comportamento persiste a causa del sapore squisito della carne di istrice. In certi casi, gli agricoltori possono arrivare ad ucciderli illegalmente per minimizzare l’impatto negativo sulla crescita delle colture.
Altri fattori di mortalità
Una fonte addizionale di scarso tasso di sopravvivenza è data dagli incidenti stradali, soprattutto nelle vicinanze di strade ad elevato flusso di traffico e di strade con velocità di scorrimento elevata.
Protezione Legale dell’Istrice
L’Istrice è salvaguardato dalla legge italiana 157/1992. È incluso nell’Allegato II della Convenzione di Berna come “Specie Faunistica Strettamente Protetta” e nell’Allegato IV della Direttiva 92/43 “Habitat”. Nell’elenco delle specie a rischio dell’IUCN, l’istrice è classificato come “minimamente a rischio”.
Distribuzione Globale dell’Istrice
L’istrice abita una parte del continente africano e una piccola sezione dell’Europa. In Africa, si estende dalla costa mediterranea fino al centro dello Zaire e al nord della Tanzania. In Europa, la sua presenza è limitata alla penisola italiana e alla Sicilia. Non si presta fede a rapporti sulla sua presenza nella penisola balcanica.
Nel contesto dell’Italia, l’istrice è distribuito in modo uniforme dall’Emilia settentrionale fino alla Calabria. Non è presente nel Salento e nell’area circostante Napoli. Recentemente, è stato introdotto all’Elba. Negli ultimi anni, il suo habitat italiano si è esteso a sud fino all’estremità meridionale della Calabria, a est verso la costa adriatica e a nord fino alla provincia di Piacenza. Si hanno segnalazioni sparse da Liguria e Veneto.
Origini della Nutria
Un tempo definita una sottofamiglia dei Capromyidae, la famiglia Myocastordiae conta una sola specie, la Nutria (Myocastor coypus). Di origine sudamericana, la Nutria è stata introdotta in gran parte del mondo a causa dello sfruttamento industriale della sua pelliccia. Possiede una struttura robusta e vive nei corsi d’acqua delle aree pianeggianti e collinari. Mostra varie adattamenti alla vita in acqua.
L’identità della Nutria e i suoi segni distintivi
La Nutria è facilmente riconoscibile per il suo mantello di un caldo tono marrone dorato o rosso, con sfumature più intense sulla parte superiore del corpo e sui fianchi, e tonalità più leggere sulla pancia. Il ventre è adornato da un sottopelo grigio di consistenza liscia, che si fa più folto verso la parte inferiore del corpo. Il mento e l’estremità del muso offrono una lieve variante bianca al suo schema cromatico.
Variazioni di colore nelle Nutrie
Non è raro notare delle divergenze coloristiche, specialmente nelle popolazioni introdotte in aree nuove, che sono state selezionate accuratamente dall’uomo per il loro pregiato pelo. Tale selettività ha provocato l’emergere di razze di Nutrie di color albino, un fenomeno che si verifica con minore frequenza nelle loro originarie aree geografiche.
La Nutria ha un aspetto solido con un muso tozzo e poderoso. Le sue orecchie e gli occhi sono ridotti di dimensioni. La coda è cilindrica e sparsamente coperta da peli corti. Le zampe posteriori sono dotate di dita palmate, mentre quelle anteriori hanno robuste unghie. Una caratteristica molto evidente nella Nutria sono gli incisivi di grande dimensione che si mostrano con un vivace tono di giallo-arancio. Le vibrisse lunghe, per lo più bianche, sono un altro tratto distintivo.
La Nutria può essere differenziata dall’Ondatra grazie alle sue dimensioni superiori, la presenza di una coda cilindrica anziché lateralmente appiattita e l’esistenza di peli sulla coda. Il corpo e la testa della Nutria misurano tra i 35 e i 60 cm, mentre la coda tra i 25 e i 42 cm. Il suo peso varia tra i 4.8 e i 9 kg.
Segnali della presenza di Nutrie e tecniche di monitoraggio
In aree in cui le Nutrie vivono in modo stabile, è possibile rilevarne la presenza attraverso molteplici segni. Un’indicazione comune è la pista nella vegetazione prossima all’acqua, ampia fino a 40 cm, causata dalla regolare attività degli animali.
Gli escrementi, a volte trovati sparsi sulle rive del fiume o galleggianti in acqua, sono un altro indizio della presenza di Nutrie. Hanno una forma sottile quasi cilindrica e il colore varia dal marrone scuro al verde.
Dimensioni dei residui e visibilità delle tane
La disidratazione progressiva dei residui è chiaramente visibile. Le misure di questi sono estremamente variabili: mediamente hanno una lunghezza di 3-3.5 cm, ma possono essere più lunghi negli esemplari adulti, raggiungendo una larghezza di circa 1 cm. Le grotte situate all’altura dell’acqua, con un’apertura superiore ai 20 cm di diametro, sono facilmente visibili nonostante possano essere parzialmente nascoste dalla vegetazione riversa, specialmente quando osservate dalla riva opposta del fiume. Spesso, si possono osservare aree prive di vegetazione vicino a queste grotte, causate dal pascolo degli animali.
Residui di attività alimentare e visibilità delle creature
Gli scarti dell’attività alimentare sono visibili nell’acqua o nelle aree adiacenti e si differenziano da quelli del Toporagno d’acqua e del Castoro per la presenza di segni distintivi molto più ampi. Nonostante sia una specie prevalentemente attiva di notte, gli esemplari possono essere visti anche durante il giorno. Per maggiori informazioni sulla identificazione degli individui durante il nuoto, si prega di fare riferimento alle informazioni sugli aquatici. Attraverso la localizzazione delle grotte e l’osservazione degli esemplari in azione, è possibile stabilire la presenza o l’assenza, tuttavia è necessario procedere con cautela nel calcolo degli indici relativi all’abbondanza, la cui accuratezza varia da caso a caso.
Habitat e modelli di comportamento
La Coypu è una specie strettamente associata ad habitat con acqua stagnante o a flusso lento, ricca di vegetazione acquatica e fluviale. In particolare, predilige laghi, fiumi, canali e aree paludose. Le zone dotate di intricate reti di canali, soprattutto in aree di bonifica con coste pervase da vegetazione fluviale, sono particolarmente favorevoli a questa specie.
Comportamento e riproduzione
L’attività del Coypu è prevalentemente al crepuscolo e durante la notte, ma può anche verificarsi durante il giorno.
Comportamento giornaliero e abilità natatorie
L’animale, notevolmente attivo durante le ore del giorno, è principalmente vivace quando non si sente in pericolo e durante le stagioni più fredde. Prominente nuotatore, subito si sommerge nell’acqua se disturbato, emergendo in un’area vicina o distante. Mostra notevoli adattamenti all’azione del nuoto e immersione, ad esempio la pelliccia spessa e impermeabile (che vanta tra 8.000 a 13.000 peli per centimetro quadrato), occhi e orecchie posizionati piuttosto in alto, che possono rimanere fuori dall’acqua durante il nuoto. Ha anche narici a valvola e labbra che si chiudono dietro gli incisivi, perfino i capezzoli sono posizionati in alto sui fianchi, che permettono alla femmina di allattare i piccoli anche quando è nell’acqua.
Scavo ed alimentazione
È un esemplare proficiente nell’arte dello scavare, che svolge utilizzando le robuste unghie poste sulle zampe anteriori, e i denti incisivi. I nidi usati per la riproduzione sono posizionati all’interno delle gallerie, generalmente non molto profonde. La lunghezza media è di 12-18 metri, ma in alcune situazioni possono estendersi ben oltre. Questi rifugi offrono molteplici uscite, nascoste dalla vegetazione con un diametro di 20-30 centimetri, che generalmente si aprono al livello dell’acqua, quindi, l’ingresso è di solito semi-allagato. Le tane possono anche avere accessi sul terreno dietro l’argine.
Si sposta quotidianamente su grandi distanze alla ricerca di cibo, viaggiando anche parecchi chilometri, spostandosi brevemente anche sulla terraferma. Qui, se inseguita, prova ad evadere immediatamente verso l’acqua. Se questa opzione gli è negata, digrigna e sbatte i denti rumorosamente e, data l’occasione, può mordere severamente chi l’assale.
Longevità e dimensioni
Nel suo habitat naturale, tende a vivere per 4-5 anni, ma può arrivare fino a 12 anni se tenuto in cattività. Secondo uno studio comparativo tra popolazioni originarie e quelle dell’Europa centrale, queste ultime tendono ad avere una dimensione media superiore e un tasso di crescita maggiore.
Accelerato Sviluppo Sessuale
Il raggiungimento della maturità sessuale si verifica in anticipo. Questa particolare specie risiede in comunità costituite da un maschio dominante, insieme a vari maschi e femmine, adulti e semi adulti, e una quantità variabile di cuccioli. I membri esibiscono un’alta affezione per il loro gruppo, dimostrando comportamenti collaborativi nell’educazione dei giovani e dei segnali di allarme. Il modello riproduttivo si identifica come poliginico.
Variazione delle Densità di Popolazione e Riproduzione
Le densità di popolazione seguono un andamento stagionale. Nella valle del Tevere, si osservano valori minimi verso la fine dell’inverno, mentre un aumento nella popolazione si verifica tra l’autunno e l’inverno. Tuttavia, la popolazione può rimanere stabile durante gli inverni particolarmente miti.
La Nutria è in grado di riprodursi durante tutto l’anno, sebbene in Italia si noti un aumento delle nascite tra maggio e novembre con una leggera flessione in agosto e dicembre. La maturità sessuale viene raggiunta dalle femmine tra 3 e 8 mesi di età e dai maschi tra 4 e 10 mesi. La gestazione dura da 127 a 139 giorni, con una media di 132 giorni. Il numero medio di nascite per parto è solitamente 5, tuttavia può variare da 1 a 9.
In particolare, si è notato che le femmine possono interrompere la gestazione tra la 13^ e la 14^ settimana se prevale la presenza di embrioni femmina. In tale caso, sono subito disponibili a una nuova gravidanza. In questa seconda gravidanza, il conteggio medio degli embrioni spesso supera quella precedente. Una o due volte in un anno possono verificarsi partizioni.
Alimentazione
L’alimentazione di Nutria è prevalentemente erbivora, tuttavia la sua composizione cambia in base a ciò che l’ambiente ha da offrire. Si notano differenze significative sia stagionali che geografiche. Durante tutto l’anno, l’animale si nutre di erbe di vario genere.
Preferisce una diversità di vegetazione, principalmente di erbe, opta per consumare in prevalenza le sezioni basali, ricche di nutrienti e umidità. La fonte di cibo della primavera si basa principalmente su germogli di una vasta gamma di piante, mentre in estate predilige le segge e cannucce di palude. Durante l’autunno, si nutre anche di frutti, tra cui quelli della ninfea; nell’inverno, spesso si sforza di scavare tuberi, radici e rizomi, o provoca danni alla corteccia della base del tronco degli alberi. L’eccezione al suo regime alimentare puramente erbivoro è costituita dai molluschi, che potrebbe consumare occasionalmente, come anche i pesci, se trovati morti o agonizzanti.
Influenze sulle Popolazioni
A differenza del suo habitat di origine, dove la Nutria è regolata più o meno efficacemente da una serie di predatori, tra i più rilevanti i caimani, nei nostri territori la predazione non rappresenta un fattore limitante. Quest’ultima è prevalentemente attuata da Carnivori e di solito si concentra sugli esemplari giovani.
Gli elementi cruciali che possono limitare la dimensione numerica delle popolazioni di Nutria europea sono le condizioni atmosferiche e le operazioni di controllo condotte dall’uomo.
Queste ultime sono eseguite attraverso vari metodi, tra cui l’insidiae, l’abbattimento con armi da fuoco e l’utilizzo di esche velenose. Nonostante il suo status di specie protetta dalla legge, spesso si verificano casi di abbattimenti illegali da parte dei coltivatori, ai quali le nutrie causano danni alle colture o ai sistemi di irrigazione e drenaggio. Un elevato numero di individui viene ucciso dai veicoli sulle strade. In alcune aree del suo habitat nativo, la Nutria viene cacciata per la sua carne, usata per l’alimentazione umana.
Le condizioni meteorologiche possono avere un impatto significativo sulle popolazioni, soprattutto durante gli inverni particolarmente severi.
Comprensione del fenomeno delle variabili climatiche
È presumibile che i cambiamenti climatici avranno un impatto maggiore nei paesi dell’Europa centrale e del nord. Al contrario, nelle regioni meridionali, incluse l’Italia, le fluttuazioni del clima avranno un impatto minore.
È da sottolineare che la Nutria è protetta dalla legge 157/92.
Provenienza della Nutria
La Nutria predilige le zone dell’America meridionale, offrendo la propria presenza naturale in aree che si estendono dalla Bolivia e dal Brasile meridionale fino all’Argentina, raggiungendo addirittura il 47° parallelo, e nelle regioni meridionali del Cile. Le sue pellicce preziose hanno portato all’introduzione della specie in molte zone del globo. Tuttavia, la fuga o il rilascio intenzionale di individui allevati per fini industriali ha portato alla naturalizzazione di questo roditore in diversi paesi tra Europa, Asia settentrionale, Africa orientale e Nord America.
